Uno studio sulle pratiche di adozione forzata nei Paesi Bassi durante il ventesimo secolo, finanziato dallo Stato e tuttora in corso, non sarebbe trasparente circa i suoi metodi di ricerca, secondo le testimonianze di chi ha attraversato il processo di adozione in prima persona. Eugenie Smits van Waesberghe, nata in un casa famiglia a Breda e lì posta in adozione, ha raccontato a Omroep Brabant che molte delle persone che si sono fatte avanti per condividere i loro resoconti sulle adozioni forzate si sono insospettite riguardo l’utilizzo futuro delle informazioni da loro fornite.

“Ci sono persone che vengono da noi sostenendo di aver richiesto il resoconto dell’intervista, ma la loro richiesta è stata poi rifiutata. Altri, invece, sono riusciti ad ottenerlo ed hanno potuto notare che non è affatto fedele alla realtà. Non è chiaro, inoltre, dove finiscano effettivamente i resoconti delle interviste”, ha affermato Smits van Waesberghe.

Si stima che nel secolo scorso circa 25 mila madri siano state costrette a rinunciare ai propri figli, spesso subito dopo il parto. Circa 15 mila di questi bambini, in larga parte, furono messi in adozione nel trentennio tra il 1950 e il 1980 in diversi orfanotrofi  dei Paesi Bassi. Dall’ottobre dello scorso anno, il governo olandese ha guidato uno studio su larga scala per cercare di approfondire queste pratiche di adozione tramite l’uso di sondaggi rivolti a madri, bambini e altre persone coinvolte nelle adozioni. Finora, oltre 650 persone si sono registrate per prendere parte al sondaggio, secondo Omroep Brabant.

Smits van Waesberghe prosegue affermando che il centro di segnalazione, in cui vengono gestiti i sondaggi per via telefonica, dovrebbe essere chiuso fino a quando i suoi metodi di ricerca non saranno resi trasparenti. Mentre la richiesta di trasparenza è condivisa, due parlamentari hanno dichiarato pubblicamente di non pensare che il centro di segnalazione debba chiudere, sottolineando che ciò creerebbe problemi inutili allo studio. “Una dichiarazione del genere non va in ogni modo sottovalutata. È proprio questo che porta le persone a voler sapere: il loro messaggio è stato ascoltato?”, afferma Madeleine van Toorenburg del CDA. Questa opinione è condivisa da Vera Bergkamp di D66, che ha sollevato la questione al sottosegretario alla giustizia Sander Dekker. Al momento, il Ministero non ha ancora preso provvedimenti in merito.