Il mercato del lavoro olandese è ancora troppo discriminatorio. È quanto emerge dai risultati di un sondaggio condotto da Intermediair e Nationale Vacturebank, due piattaforme online per la ricerca di un lavoro, su un campione di 2100 residenti nei Paesi Bassi.

I dipendenti hanno detto a RTL Nieuws di essere stati discriminati sulla base di età, origini, peso e sesso.

Le dichiarazioni più frequenti di discriminazione riguardano l’età (53%) e le origini (27%). Quest’ultima percentuale è particolarmente alta tra gli intervistati alla ricerca di un lavoro con origini turche, marocchine, surinamesi o antillane. Una delle persone intervistate ha raccontato di non essere mai stata contattata per un’intervista prima di aver inserito il cognome del marito olandese nel suo CV.

“Questi giovani reclutatori pensano di essere saggi e considerano l’età superiore ai 50 anni come un handicap”, ha dichiarato un intervistato. Un altro ha affermato: “Visto che non sono nato in Olanda, viene dato per scontato che non sia abbastanza intelligente o che non parli abbastanza bene la lingua. E questo sebbene abbia vissuto in Olanda quasi tutta la vita”. Un terzo ha affermato: “Ho un nome molto particolare di origine frisone. Alle persone che non lo conoscono può sembrare un nome straniero. Inoltre, ho constatato durante una conversazione che l’età gioca un ruolo che non mi piace affatto. Secondo il reclutatore, dato che non ho più vent’anni, sarebbe molto difficile per me imparare cose nuove”.

I codici di applicazione di NVP – la rete olandese per i professionisti delle risorse umane – proibiscono ai datori di lavoro olandesi di chiedere informazioni su questioni private quando assumono qualcuno. Nonostante ciò, ad alcuni intervistati sono state spesso poste delle domande sulla gravidanza o il colore della pelle. Ad una persona è stato chiesto se si sentisse più olandese o surinamese, e a un’altra “perché non sei sposata?”.

La discriminazione, tuttavia, non si ferma dopo il processo di assunzione. Il 56% degli intervistati ha dichiarato di essere stato vittima di battute irritanti e il 51% di commenti inappropriati. Molti hanno inoltre evidenziato come le idee degli uomini siano considerate più seriamente di quelle delle donne. Il 22% degli intervistati ha dichiarato di aver sollevato la questione con il proprio datore di lavoro, l’8% con il responsabile delle risorse umane, e un altro 8% con il loro consulente. Il 28% ne ha parlato con i colleghi responsabili e il 16% ha cambiato lavoro.

I dipendenti sono più preoccupati della discriminazione rispetto ai datori di lavoro. Il 73% degli intervistati disoccupati e il 57% di quelli con un lavoro riconoscono che esiste un problema di discriminazione. La percentuale si riduce al 43% per i datori di lavoro e il 58% dichiara che la propria organizzazione non ha obiettivi né politiche nell’ambito della diversità poiché non lo si ritiene necessario. Per il 51% dei datori di lavoro la diversità non è un criterio discriminante quando si assume un dipendente.