di Chiara Canale
cover picture: Chiara Canale

Scende le scale del condominio dove abita con in mano un vassoio pesante. Mala Badi (28), camicetta verde di pizzo da cui fa capolino la linea di un tatuaggio sul petto, saluta sorridendo e si siede a un tavolo di legno nel giardinetto sotto casa sua. Appoggia il vassoio e posa una teiera bollente, due bicchierini in vetro, datteri e un pacchetto di tabacco.

Mala Badi è marocchin* e rifugiat* in Olanda, ad Amsterdam. È una persona non binaria, non si identifica né come uomo, né come donna. È artista e attivista. Porta in giro le sue performance teatrali nei Paesi Bassi e all’estero, in Germania e Francia.

Il suo percorso di attivismo è iniziato all’interno della comunità punk e metal di Casablanca: lì ha cominciato a leggere Marx e a mettere in discussione la società. In Marocco ha fatto parte, giovanissim*, del Movimento del 20 febbraio, durante la primavera araba, e nel 2013 ha fondato insieme ad altr* attivist* il Collettivo Aswat per la lotta contro la discriminazione basata sulla sessualità e il genere.

Per quale motivo sei in esilio dal tuo Paese?

Sono queer e attivista. La mia famiglia mi ha cacciat* quando avevo 20 anni, nel momento in cui ho fatto coming out. Per un periodo ho vissuto per strada in Marocco. Ora sono quattro anni che abito ad Amsterdam. Sto cominciando a sentirmi a casa, l’Olanda è bellissima, ma alcune cose devono cambiare; per questo insieme ad altre persone ho fondato Sehaq, uno spazio sicuro per le persone rifugiate queer e trans.

Che cosa vuol dire queer?

Puoi cercarlo su Google.

Ok. Cosa significa per te?

Per me queer significa liberarsi. È un concetto che mi ha permesso di non vergognarmi più di me stess*, del mio corpo magro e la mia faccia di colore. Queer non identifica tanto la mia sessualità o identità di genere, è più un’idea che mi fa sperare che la gente mi apprezzi per ciò che sono. La vaghezza di questo termine ti dà libertà, la puoi usare come vuoi.

Quali sono i tuoi pronomi in inglese? [In inglese i pronomi personali sono she/her (lei), he/him (lui), they/them (loro). L’ultimo, oltre a rappresentare la terza persona plurale, è usato per riferirsi alle persone non binarie in quanto neutro, ndr]

They/them. Non mi definisco né uomo né donna, mi definisco liber*. Il binarismo e la mascolinità bianca hanno molto a che fare con la colonizzazione, la cristianità e la sua versione di famiglia. La sociologia coloniale, come anche la psicologia, l’antropologia e le scienze in generale sono molto binarie e razziste.

Quindi in Marocco non c’era il binarismo di genere prima della colonizzazione?

Non si sa molto della storia del Paese prima dell’arrivo dei francesi, ma le lingue ci danno qualche suggerimento. Nel Nord del Marocco, ad esempio, si parla darija, una lingua che ha tre modi per dire “tu”: nti per il femminile, nta per il maschile e ntina per il neutro.

Ti consideri femminista?

Mi ritengo femminista intersezionale. Il femminismo bianco non è la soluzione per l’emancipazione delle donne, delle persone non binarie e degli uomini. Non si tratta solo di genere, ma anche di razza, religione, disabilità, sessualità, età, classe e di essere trans. L’obiettivo non è solo avere una bella carriera, ma ottenere parità. Puoi essere una donna bianca, ma magari sei povera e il classismo ti costringe a una vita dura, a perdere la casa o a essere pagata meno di un uomo per il tuo lavoro. Il femminismo dovrebbe battersi anche per la decolonizzazione.  La mia lotta non è solo per i miei diritti, anzi, è per forza legata a quella delle donne palestinesi, ad esempio.

A proposito di decolonizzazione: qualche mese fa hai portato in scena una performance ad Amsterdam su questo tema. Di che cosa si tratta esattamente?

La performance si chiama War on bodies. La colonizzazione non è stata solo occupazione militare di un territorio, ma anche sfruttamento dei corpi. In Algeria e Marocco, i francesi costruirono delle case chiuse per l’esercito, così misero i corpi di persone algerine e marocchine, musulmane ed ebree al servizio dell’uomo bianco. Mia madre e mia nonna mi hanno raccontato molte storie su questo. Anche io ne sono traumatizzat* e questo ha molto a che fare con il mio corpo, con come lo tratto e lo mostro, con quanto mi sento bell*. Gli standard di bellezza sono legati alla colonizzazione. Io, con la mia performance, cerco di decolonizzarmi. Non voglio che le persone bianche in sala si sentano in colpa, voglio solo che percepiscano altri spazi e tempi, che capiscano il dolore di altri corpi, in modo che insieme possiamo costruire un futuro senza dolore. Anche le persone bianche devono decolonizzare i propri corpi. Se non guariscono loro, non posso guarire neanch’io.

Hai mai subito discriminazioni all’interno del movimento femminista?

Capita spesso. In Marocco, ad esempio, le femministe di un collettivo mi dissero che il loro gruppo era solo per donne cis [cisgender è una persona che si riconosce nell’identità di genere che le è stata assegnata in base al suo sesso biologico, ndr]. Il problema non sono le donne cis in sé, anzi, la loro liberazione è la stessa delle persone queer e trans. Ma le persone nere, trans, con disabilità o povere hanno una visione più aperta del futuro e di ciò che deve cambiare. Se si emancipano loro, ci emancipiamo tutt*Vorrei poter dire che è il futuro è femminista intersezionale.

Le lotte femministe oggi vengono amplificate da internet e dai social media. Lo stesso è accaduto con Black Lives Matter, #Metoo e con il Pride. Secondo te, chi pubblica foto su Instagram o Facebook con l’hashtag del momento poi si impegna per davvero o si dimentica della lotta appena passata la “moda”?

È utile che la gente scatti foto e le pubblichi, se questo aiuta a diffondere idee. Così il movimento cresce e le persone più giovani possono diventare attiviste. Ci vuole tempo, non significa che tu debba per forza andare alle proteste, puoi anche iniziare agendo prima su te stess* e sul modo in cui vedi il mondo. Possiamo dare il nostro contributo in base alle energie che abbiamo. Non dobbiamo dimenticarci di prenderci cura di noi stess*, altrimenti non possiamo prenderci cura della nostra comunità. Io nel tempo libero, ad esempio, scrivo poesia comunista. Mi piace rendere il mio impegno romantico, perché non può essere sempre tutto faticoso, ci vogliono pure i romanzi e la poesia. Bisogna anche godersela, la propria lotta.