Di Viola Zuliani
Pic: courtesy of  Oiza Q. Obasuyi

 

L’Italia nel suo rapporto con le minoranze etniche e le migrazioni deve fare ancora molta strada. Lo scrive chiaramente Oiza QueensDay Obasuyi (25) nel suo libro “Corpi Estranei”, dove ripercorre la storia politica e culturale del Belpaese. Studentessa, nata e cresciuta ad Ancona, è impegnata, assieme ad altre giovani personalità della sua generazione, nel duro lavoro di svecchiare il dibattito sulle questioni relative all’etnia e al genere.

Ti definisci femminista? E se si, cos’è per te il femminismo?

Ovviamente sì, mi definisco femminista. Il punto di partenza del femminismo è la distruzione di patriarcato, stereotipi sociali, violenza di genere, machismo, sessismo e di tutti quei meccanismi tossici che affondano le loro radici in determinati ruoli che storicamente gli uomini hanno imposto alle donne. Ma il femminismo non è soltanto rivoluzionare il modo in cui si vede l’uomo, la donna e i loro rapporti. Il movimento deve includere tutte le donne a prescindere da etnia, orientamento sessuale, classe sociale e provenienza. Deve comprendere tutte le lotte, anche dal basso, che puntano alla liberazione della donna. È necessario includere anche la comunità LGBTQ, le donne transgender, ma anche le donne migranti.

Cosa vuol dire essere una femminista di origini nigeriane oggi in Italia?

La questione è molto complessa. Dall’esterno l’etnia è la prima cosa che si vede, per cui da donna appartenente a una minoranza etnica si va incontro a una duplice discriminazione: oltre al sessismo si subisce anche il razzismo. Essere una donna Nera in Italia è complicato: sono moltissimi gli stereotipi legati alle donne Nere; stereotipi da decostruire, spesso legati al passato coloniale e che fanno riferimento alla sfera sessuale. La donna Nera è sempre rappresentata come vogliosa e selvaggia a letto, come se fosse un animale invece che una persona. La televisione italiana ha giocato molto su questi stereotipi: la donna Nera era sempre quella che seduceva il marito bianco borghese della coppia perfetta; e la cattiva è sempre lei, non lui che va con lei. 

Secondo te quindi il dibattito femminista odierno, e mi riferisco in particolare al contesto italiano, è inclusivo nei confronti di altre tipologie di oppressione? 

In questo momento si parla molto di intersezionalità, come contrapposizione al femminismo bianco, cioè al femminismo che si basa solo sulle esigenze di una certa tipologia di donne, tendenzialmente privilegiate. Quello che manca ancora oggi nel dibattito italiano, più che parlare di etnia o di orientamento sessuale, che è importantissimo, è parlare di classe. Sicuramente ci sono discriminazioni sul lavoro, anche ai piani alti, anche nella politica, lo vediamo tutti i giorni, ma non solo. Per questo includere la classe sociale nell’intersezionalità è importantissimo. A seconda della classe sociale hai anche bisogni diversi. Come diceva anche Angela Davis, razza e classe sono completamente collegate ed è importante parlarne. Proviamo a pensare ad una donna che vive in un ghetto di braccianti a cui viene detto che un giorno potrà diventare presidente del consiglio. La sua risposta sarà probabilmente che questo non è il suo bisogno primario quanto abbattere leggi come la Bossi-Fini che la costringono a vivere in una situazione illegale.

Riprendendo il tuo riferimento ad A. Davis, durante la prima ondata di femminismo, le femministe bianche borghesi chiedevano la collaborazione delle donne di classe operaia, senza però tenere conto delle loro necessità di classe. Mi sembra che ci stiamo trovando davanti ad una simile criticità, cosa ne pensi?

Sì, anche secondo me, perché ci si può definire femminista intersezionale, però non basta parlare solo di etnia e LGBTQ. Io noto che il dibattito sui social si fonda molto su questo. Però dev’essere più profondo di così. Ci sono tantissime sfere da analizzare quando si parla di donne, altrimenti rischiamo di includere delle esclusioni che non dovrebbero esserci.

Esistono un femminismo Nero e un femminismo bianco?

Secondo me si, questo è un problema. Esiste un velo di ipocrisia per cui se una persona è femminista si ritiene, per definizione, anche inclusiva. Invece essere femminista non ti esonera dall’essere razzista, o classista, ad esempio. Bisogna partire proprio da questa decostruzione: dal fatto che se sei una femminista bianca hai un privilegio, sicuramente meno di un uomo bianco eterosessuale ma una donna bianca ha più privilegi di una donna Nera o di una donna migrante, soprattutto se bianca ed etero. È importante parlare di intersezionalità in questo senso. La donna bianca sedicente femminista deve decostruire i suoi pregiudizi cognitivi razzisti. Io vorrei che questa divisione tra femminismo Nero e femminismo bianco non esistesse, ma nella realtà purtroppo c’è. Ci dev’essere un dialogo sennò non ce la faremo mai.

Hai detto più volte che “Ogni volta che si parla di razzismo e di donne nere i dibattiti li fanno persone che nere non sono”. Credi che per superare questo atteggiamento, sia necessario, per i movimenti di minoranze in Italia, organizzarsi come hanno fatto in molti Paesi europei in partiti delle minoranze? E, in generale, credi si possano paragonare i movimenti di minoranze italiani con quelli di altri europei?

Creare spazi per l’incontro tra afroitaliani è utile e molto importante, per confrontarsi con persone simili a te e che ti che capiscono. D’altro canto, però, bisogna che questo non sfoci nell’auto ghettizzazione. Al contrario, si deve partire quasi come una marea e abbattere i muri per far parte della società a tutti gli effetti, senza discriminazioni. Isolarsi non porta a niente. Non credo che la realtà italiana si possa paragonare a quella di altri Paesi europei come Olanda o Inghilterra perché non è così coesa a livello di etnie. Sicuramente ci sono dei punti in comune, ad esempio il diritto alla cittadinanza, ma noi siamo ancora allo stato embrionale, anche rispetto ai legami tra Neri: non abbiamo una coscienza politica unita, lo vorrei, ma ancora non è così.

Prima hai parlato di social, movimenti come BLM e #METOO hanno avuto grande risonanza da questo punto vista, ma possono effettivamente essere un indicatore di impegno rispetto a questi temi, nella vita reale?

È stato bellissimo quando la gente è scesa in piazza per BLM. C’erano ragazzi giovanissimi, di ogni etnia, ho visto per la prima volta tantissime persone Nere partecipare. La risonanza mediatica dell’omicidio di George Floyd è stata enorme, però, io mi chiedo, dov’era la gente prima? Quando si parlava delle persone morte in mare, dov’era? Perché siamo così esterofili quando qualcosa succede negli Stati Uniti, ma quando capita qua non fa rumore? Sicuramente c’è stata un’ondata di moda, fatta di hashtag soprattutto, ma non è così che si abbatte il razzismo. Forse in Italia la gente non lo vede perché non sempre si manifesta con gesti eclatanti, però c’è ed è nella realtà di tutti i giorni, nelle leggi, a livello strutturale e istituzionale. È su questo che dovremmo riflettere, quindi non protestare solo perché è una moda. Io ho visto tantissimi influencer, anche con diversi followers, scendere in piazza, ma poi non hanno più parlato di niente.

“Antirazzisti wannabe”: secondo te, come può essere superato questo atteggiamento? 

Se sei una persona sedicente antirazzista, hai comunque vissuto in un contesto culturale in cui il razzismo non è mai stato decostruito a dovere. Hai assorbito stereotipi socio-culturali sulle diverse etnie, quindi è importante che tu capisca quali sono le tue mancanze da questo punto di vista. Il problema è che spesso, se dico a una persona che un suo atteggiamento è razzista la risposta è sempre “no non è vero, esageri”. C’è sempre questa negazione e auto assoluzione, senza una messa in discussione che parta dal passato coloniale. È fondamentale ascoltare le minoranze, chiedersi dove si sbaglia e soprattutto chiederlo a chi subisce questi atteggiamenti. Partire da qui.

 

 

Facciamo uso della parola Nero/a con l’iniziale maiuscola per chiarire che non si tratta di una caratteristica o di un colore della pelle. È una scelta elaborata dagli stessi soggetti razzializzati e contraddistigue gran parte della letteratura critica sul razzismo.