Di Viola Zuliani

Photo credit: Celina Christoffersen

 

“Ogni volta che mi trucco e mi vesto da drag queen mi sento molto più libero, molto più me stesso. Vestendomi è come se mi spogliassi delle aspettative che la società ha su di me in quanto uomo, in quanto bianco, in quanto accademico.” Davide Bertelli (29) ha lasciato la sua cittadina di origine nella provincia lombarda dieci anni fa, cercando di cucirsi addosso la propria vita, da solo. Tre anni fa è approdato ad Oslo, dove ora sta svolgendo un dottorato in teologia sul tema migranti queer e religiosità; nel frattempo, è diventato attivista presso PION, organizzazione per i diritti de* sex worker. E in più, si esibisce come drag queen. Salire su un palco e scoprire se stessi: questo è ciò che succede durante uno spettacolo drag.

“Il mio personaggio drag ha sempre avuto i baffi e sto anche perdendo i capelli” scherza Davide, “lascio trasparire le mie imperfezioni quando mi esibisco, e questo mi sta aiutando ad apprezzarmi di più e a mettere in discussione i veti su ciò che dev’essere femminile o maschile e le aspettative della società per quanto riguarda il genere”.

Sebbene l’arte drag abbia origini antiche, oggi è ancora un argomento controverso e spesso banalizzato. Fino al 1683, quando Carlo II concesse anche alle donne di recitare a teatro, i ruoli femminili erano sempre interpretati da uomini travestiti. Ma a segnare l’ascesa dell’arte drag è stato il proibizionismo negli Stati Uniti: in questo periodo, infatti, nei locali in cui si servivano illegalmente alcolici, anche altri atteggiamenti fuorilegge come il travestitismo, la prostituzione e l’omosessualità trovarono il loro spazio.

Lo stereotipo moderno, invece, vuole le drag queen come uomini mattacchioni che si fingono donne, si riempiono di glitter, fiumi di trucco, piume; vestiti un po’ alla Mulin Rouge. L’errore che frequentemente si fa è proprio questo: non considerare l’importanza di una pratica come quella delle drag in una società conformista che molto spesso impone alle persone di essere quello che non sono.

Negli ultimi anni, lo show mainstream RuPaul’s drag race ha contribuito a de-stigmatizzare un po’, agli occhi del grande pubblico la figura della drag queen: a differenza della star RuPaul, in cui si mira ad esaltare la perfezione della femminilità, in Norvegia “il focus sembra essere sull’idea di giocare con i generi, mischiare il maschile e il femminile, creare confusione, sdoganare l’idea della non-binarietà per forza”, spiega Davide.

Il comune denominatore di tutte le persone che si esibiscono in spettacoli drag, è il fatto di non sentirsi rappresentate dalle aspettative della società rispetto al proprio genere e alla propria sessualità. “Se vedessi un uomo etero e cisgender fare la drag queen gli chiederei perché. In fondo, il mondo è il suo palcoscenico, perché deve venire ad occupare il nostro?”. Secondo Davide, chi non ha provato sulla propria pelle esperienze di omofobia, chi non è mai stato preso in giro per i suoi atteggiamenti, considerati troppo “effemminati”, non può capire l’esigenza di vestire panni diversi, di cambiare genere per un po’, allo scopo di valorizzare i propri traumi e renderli arte.

“L’arte drag è un pilastro della storia queer e si intreccia necessariamente con sex work e femminismo intersezionale.”, dice ancora Davide, che oltre ad esibirsi come drag queen è anche un attivista per i diritti de* sex workers. “Le persone LGBTQ+ hanno sempre subito stigmatizzazione ed esclusione e, storicamente, si sono spesso mantenute in vita vendendo atti sessuali”. Di conseguenza, molte pratiche comuni nel drag, ad esempio lo spogliarello, il burlesque, il ricorso alle spaccate e alla focalizzazione del pubblico sui genitali, derivano dal patrimonio del sex work. Come sottolinea Davide, quindi, la storia del movimento LGBTQ+, l’arte drag e il sex work sono legati a doppio filo.

Nonostante la sua storia, il mondo drag non è esente da discriminazioni al proprio interno. Davide è riuscito a comprendere questa criticità anche grazie alla sua esperienza nell’organizzazione PION. “Purtroppo molt* performer non riconoscono la storia della propria arte e di conseguenza escludono o deridono persone trans e sex worker nelle proprie esibizioni”, racconta l’attivista “e questo accade spesso tra le donne che praticano il burlesque, che allo stesso tempo si definiscono femministe”.

A differenza di quanto si possa credere, la Norvegia è un paese molto conservatore per ciò che riguarda la prostituzione: la legislazione proibizionista, infatti, è una delle più rigide in Europa. Lo stigma nei confronti di chi fa sex work rappresenta un problema reale e spesso avviene in ambienti considerati progressisti: “Io mi considero femminista ma non credo al tipo di femminismo promosso dalla sinistra radicale scandinava che considera l’essere transessuale una violenza contro le donne e dichiara che chi fa sex work non dovrebbe esistere”, dice Davide. La situazione de* sex worker nel paese scandinavo è peggiorata ulteriormente con l’adozione del cosiddetto Modello Nordico, nel 2009: questo modello si basa sull’assunto che la prostituzione sia una violenza dell’uomo contro la donna sempre, anche quando la persona afferma di svolgere l’attività per scelta. Di conseguenza, viene criminalizzato l’atto di acquistare la prestazione sessuale ma, in teoria, non quello di venderla.

Il Modello Nordico, secondo Davide, esemplifica il pensiero della sinistra radicale e femminista norvegese che, al contrario del femminismo intersezionale, si rivolge solo alle donne che rispettano certi canoni. L’essere sex worker, trans o, magari, sex worker trans e migrante, non è tra questi. Da studioso di migrazioni ed essendo egli stesso un migrante, Davide sottolinea che i soggetti maggiormente discriminati sono i sex worker di origini non norvegesi. Poiché, alle molteplici conseguenze di svolgere un’attività considerata di fatto illegale, si aggiunge il rischio della deportazione nel Paese di provenienza. E spesso la prospettiva di fare ritorno a situazioni di estremo disagio è addirittura peggiore del vivere per strada, con tutti i rischi che ne derivano.

Nonostante il femminismo trans e sex worker escludente sia dominante in Norvegia, Davide non è pessimista verso il futuro: esistono infatti molte realtà che si oppongono a questo paradigma. Le performance del gruppo drag di cui fa parte Davide, ad esempio,  si basano sulla condivisione di uno spazio, quello del palco, libero da stereotipi di genere e da pregiudizi, esaltando ciò che è l’essenza dell’arte drag: essere sé stessi o qualcun altro, ma essere liberi, almeno per un po’.