The Netherlands, an outsider's view.

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Decolonizzare il nostro immaginario: intervista a Igiaba Scego

CoverPic | Author: Grazia Menna | Source: Shoot4Change | License: CC Attribution-Share Alike 3.0

di Giuseppe Menditto

Girando per le due imponenti manifestazioni del Black Lives Matter ad Amsterdam la scorsa estate, l’occhio correva veloce tra  due cartelli, in entrambi i casi poco distanti uno dall’altro. Sul primo, tenuto stretto da una ragazza con probabili origini afrocaraibiche, c’era scritto: “anche il silenzio è un privilegio”. Il secondo, impugnato da una giovane e “bianchissima” sua coetanea, recitava invece: “so che non posso capire ma sono con voi”. 

É strano pensare di iniziare un’intervista in silenzio.

Non il silenzio complice di chi ignora o è solidale con chi urla più forte. Un silenzio che nasce invece da un passo indietro, quello che a parlare di colonialismo e razzismo siano innanzitutto coloro che continuano a subirlo. Sulla propria pelle, fuor di metafora. È un silenzio che sgorga da imbarazzo per una colpevolezza di fondo: chi scrive è un privilegiato. Bianco, uomo, adulto e “daltonico”, immerso nel lusso di poter esser cieco ai colori.

Ma è un silenzio che viene sfidato dalla necessità e la volontà di assumersi una responsabilità: di genere e di appartenenza. Intersezionale, come si dice oggi. Non è un caso che le rivendicazioni delle comunità black sparse nel mondo, spesso nascano associate a istanze transfemministe. Trovare il coraggio di ammetterlo e metterlo in discussione è un’impresa di non poco conto. La stessa che riguarda le questioni di genere e la violenza sulle donne. Ma anche questo fa parte del privilegio di poterlo scrivere e, allo stesso tempo, della necessità di farlo pubblicamente: un coming out tanto più sentito perché impossibile. Ma di cui ancora si parla sottovoce.

Della questione dell’immaginario e del rimosso coloniale, un passato che ci riguarda tutti proprio perché l’abbiamo fin qui pubblicamente ignorato, ne abbiamo parlato con Igiaba Scego. Scrittrice, comparativista, autrice di racconti e romanzi come il recente La linea del colore (Bompiani, 2020). E donna dall’identità plurima: romana, afrodiscendente, veneta e molto di più.

Questione di corpi si diceva.

Che ruolo hanno giocato i corpi in quello che è successo negli Stati Uniti?

La morte di George Floyd – racconta Igiaba – è stata l’ultima di una lunghissima lista, la famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso in fatto di frustrazioni e disuguaglianze che col Covid si sono esasperate. Negli Stati Uniti la pandemia ha mostrato quanto le differenze tra le persone siano enormi. Non è un caso che la maggior parte delle vittime siano afroamericani e latinos. Quando sono in America noto sempre che anche molti giovani afroamericani hanno problemi all’anca e si muovono col deambulatore. Lo vedi a occhio che c’è un problema sanitario legato a un diverso accesso alle risorse delle nazione. Gli afroamericani stanno pagando un prezzo altissimo, come del resto hanno sempre fatto. Il Paese è stato costruito sulle loro ossa: dalla schiavitù alla segregazione e ai linciaggi, dalle uccisioni di leader politici fino alle esecuzioni sommarie degli ultimi mesi, si tratta sempre di una lunga e continua storia di violenza perpetrata sui corpi neri. Le recenti rivolte si differenziano da quelle passate per il loro essere divenute globali. Tutti gli afrodiscendenti nel mondo che hanno sempre guardato a quello che succedeva negli Stati Uniti come un modello, hanno riflettuto sul razzismo subìto nei propri paesi: Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Francia e Italia.

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Cosa pensi del dibattito sulle statue, e più in generale sui simboli coloniali? Ad Amsterdam come a Roma le tracce del passato non sono erette su un piedistallo ma sono inscritte nella mura della città. La questione dei corpi degli afrodiscendenti è legata al corpo delle città?

La questione delle statue ci serve perché funzionano da pungolo per lavorare sui diritti delle persone. Rispetto al panorama americano, noi in Italia non abbiamo così tanti monumenti coloniali: abbiamo tracce legate al fascismo o al colonialismo ottocentesco, ma ciò non significa essere di fronte a due sole scelte possibili, distruggere o lasciare tutto com’è. Per esempio: nel 2012 ad Affile è stato costruito un mausoleo dedicato a un criminale di guerra, Rodolfo Graziani. Quella non è una traccia storica, quella è una vera e propria ferita alla memoria di chi proviene dal Corno d’Africa e di tanti ebrei romani. Un mausoleo di guerra costruito all’insaputa di tutti con denaro pubblico va rimosso perché non ha niente di storico.

Perché nel nostro Paese si parla sottovoce di colonialismo?

In Italia c’è un disperato bisogno di parlare di colonialismo. Ma non come qualcosa di imposto. Quando ho scritto Roma Negata, la gente mi avvicinava con i pacchi di foto di famiglia: una signora una volta mi ha detto di aver capito leggendo il libro cosa cantasse la madre in punto di morte, una canzone intitolata Banane gialle che diceva “venditrice di banane mogadisciane”. Bisogna capire che il colonialismo non è affatto astratto: tutte le famiglie hanno qualcuno – padri, nonni, trisnonni, zii – che era finito in Africa orientale o in Libia, dove, a volte, avevano avuto anche dei figli meticci. Se fossi la Ministra della Cultura – un po’ come è stato fatto con la Shoah – chiederei alla cittadinanza di inviare scansioni di lettere, foto, documenti.

Possiamo pensare l’eredità coloniale come un grande tentativo di rimozione collettiva?

L’eredità coloniale, tralasciando gli storici che se ne sono occupati come Del Boca, è sempre stata trascurata, un rimosso culturale, qualcosa di non raccontato. Se pensiamo che in Italia abbiamo avuto solo un romanzo dedicato alla questione coloniale – Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Da lì in poi il vuoto. A livello di pop culture si è dovuto aspettare l’arrivo dei figli dei migranti per raccontare quella storia: Gabriella Ghermandi, scrittrice italo-etiope, per fare un nome.

Nessuno, però, ha osato fare un film sul colonialismo, ma questo riaffiora spesso in una battuta di Tognazzi, Manfredi o una scena girata davanti alla Stele di Axum a Roma. Insieme agli stereotipi ad essi associati. Una volta ho avuto la fortuna di parlare con Mario Monicelli, che mi raccontava di quando è stato in Somalia.

Il colonialismo italiano è stato rimosso dal basso e dall’alto: il film Casablanca è stato proiettato in Italia nel dopoguerra ed era pieno di riferimenti all’Etiopia. Nel doppiaggio italiano sono tutti spariti e l’Etiopia è stata sostituita con la Cina. Ma quando negli anni’70 è venuto in visita Haile Selassie, l’imperatore etiope invitato da Aldo Moro e morto nel ’74, la gente lo salutava per strada perché per loro rappresentava il proprio ricordo d’infanzia. Molti ci sono rimasti male perché se lo immaginavano diverso o più alto. Per anni avevano lavorato con la propria fantasia. Forse è tardi, ma bisognerebbe condurre una ricerca di storia orale. Al momento sta nascendo un museo a Roma per la storia coloniale. Questo potrebbe essere un ottimo punto di partenza.

È possibile colmare il gap di quella storia negata senza renderla un’imposizione?

Quello che in Italia manca davvero è un immaginario popolare che racconti la storia coloniale e i punti di vista dei tanti afrodiscendenti. In Italia – continua Igiaba Scego – serve un lavoro sul curriculum scolastico: di recente ho svolto un lavoro sui libri di testo e devo dire che gli editori mi hanno sempre ringraziato quando ho comunicato loro alcune inesattezze. Leila El Houssi, una storica di origine tunisina che fa parte del comitato di storici che si occuperanno di rimodernizzare i testi scolastici, mi raccontava che nel libro di suo figlio quindicenne, accanto alla paginetta dedicata all’Islam c’è una scheda di approfondimento sul terrorismo: un’associazione tragica e ancor più grave se pensiamo che c’è un’apertura maggiore nei testi della scuola primaria rispetto alla secondaria. 

 

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La nostra segnalazione sul libro di seconda elementare edito dal Gruppo Editoriale Raffaello ha avuto una risonanza anche per noi inaspettata. L’editore ha preso atto delle critiche, riconosciuto l’errore e ha modificato la vignetta in questione per la versione online e per le future ristampe. Siamo ovviamente orgoglios* di questo risultato ma ci teniamo a ribadire il senso del nostro lavoro, su un tema che meriterebbe una discussione ampia e approfondita. Non vi era alcun intento di suscitare una gogna mediatica contro le autrici o la casa editrice, né desiderio di censura. Quello dei libri di testo, che entrano quotidianamente nelle classi e che troppo spesso sono ancora gli unici libri sfogliati da tant* bambin* e ragazz*, è da sempre un tema centrale nei laboratori e nei confronti dei nostri incontri annuali. La sotto-rappresentazione nelle immagini e nei testi delle donne, delle persone con disabilità, della diversità del colore della pelle e dei tratti somatici, delle differenti culture, di corpi e delle soggettività non conformi e della pluralità di composizioni familiari. E ancora il perpetuarsi di stereotipi di genere e di ruolo, di mamme che stirano e papà che lavorano, ma anche di neri calciatori accanto a bianchi scienziati, e il sessismo sotteso in tante frasi ed esercizi sono diffusissimi e trasversali. Crediamo di dover continuare con serietà e rigore a segnalare casi come questo e a lavorare quotidianamente per offrire un altro genere di immaginario, più ricco, inclusivo e aperto dentro la scuola. Link in bio per l’intero articolo #educarealledifferenze #letturedifferenti #scuoladifferente

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Ma oltre la scuola, quello su cui bisogna lavorare è la creazione di una cultura pop: in Italia non abbiamo un film sul colonialismo, a parte un tentativo di Monicelli e un film di Giuliano Montaldo con Nicolas Cage (Tempo di uccidere, 1989) dedicato proprio al libro di Ennio Flaiano, una pellicola dove però ancora persiste lo stereotipo del bravo soldato italiano – un po’ come in Mediterraneo di Salvatores. 

E il paradosso è che ora il film sul colonialismo sta per arrivarci da Hollywood: Maaza Mengiste ha scritto un libro – The shadow King – sulle donne soldate resistenti in Etiopia al tempo dell’invasione italiana negli anni’30, da cui Kasi Lemmons, una regista nera molto impegnata politicamente trarrà il proprio film. I miei amici italiani mi hanno chiesto se sullo schermo saremo noi i cattivi. Ebbene sì, ma sarà la possibilità per molti di scoprire cosa hanno fatto i nostri nonni. Nel nostro Paese si è lavorato molto di più sul teatro – basi pensare a Acqua di Colonia di Elvira Frosini e Daniele Timpano – ma il teatro rimane un’offerta di nicchia. Se ci pensiamo, in Italia non c’è una serie che parli di colonialismo.

Scuola e cinema sono sufficienti?

Nelle redazioni dei giornali, nella classe accademica universitaria, gli insegnanti nelle scuole sono quasi tutti bianchi. E invece in Italia c’è un disperato bisogno che i corpi divengano mescolati. Ciò non significa sostituire il nero al bianco. Io vorrei che la transculturalità italiana – composta da persone provenienti da ogni parte del mondo – entrasse nei luoghi della comunicazione e della formazione.  In un Paese come il nostro in cui l’ascensore sociale è bloccato questo è molto difficile per tutti, a maggior ragione se hai un’origine straniera. Alcune comunità, come quella latinoamericana, oltretutto sono invisibili. E non dimentichiamo che “afro” non significa niente: ci sono più di cinquanta Paesi africani. A cui si aggiungono persone di prima, seconda e terza generazione. A me piacerebbe che ci fosse coscienza di questa transculturalità. Mi sembra che ultimamente la dicotomia sia bianco e nero ma in Italia ci sono una miriade di nazionalità di cui non si parla mai.

Come si intrecciano queste tematiche nel tuo ultimo libro?

La Linea del colore è un romanzo storico, tardo vittoriano. Ho fatto confluire in un solo personaggio – l’artista Lafanu Brown – due donne afroamericane – l’ostetrica abolizionista Sarah Parker Remond e la scultrice Edmonia Lewis – che hanno vissuto a metà del XIX secolo. Ho voluto usare il frame del grand tour, tradizionalmente associato a un turismo aristocratico, maschile, bianco, e capovolgerlo.

Un libro che ha protagonista un’afroamericana ma che getta luce sull’Italia intera: c’è un Italia nera che sbuca – schiavi incatenati nell’architettura e le sculture disseminate nel Paese – e la questione dei migranti nel Mediterraneo. Un viaggio reale ottocentesco che si è compiuto di contro ai viaggi di oggi attraverso le acque del mare che troppo spesso non si compiono.