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“No Land For Love”, la fotografia di Husson nella battaglia contro il pregiudizio

I rifugiati sono una minoranza e, come tale, vengono indotti a creare un universo differente. E questo non fa altro che renderli più vulnerabili nel contesto europeo

di Camilla Rapone

Christophe Husson è un fotografo francese. Attualmente vive ad Amsterdam e proprio nella capitale olandese ha recentemente inaugurato una mostra dal titolo “No Land For Love” negli spazi della Biblioteca OBA

Con il prezioso aiuto della produttrice Andrea Wainer, l’esposizione diventa un modo per parlare dei richiedenti asilo e dei rifugiati lgbtq+, cercando di decostruire i pregiudizi e accrescere la consapevolezza delle persone. Il fotografo è stato ospite del secondo appuntamento di Shifting scenes, un evento organizzato da 31mag dedicato questa volta agli Escaping Conflicts, i laceranti conflitti che colpiscono chi è costretto a fuggire dal propio Paese. Al termine delle proiezioni abbiamo avuto modo di confrontarci direttamente con lui per farci spiegare il suo progetto nel dettaglio.

Husson ha cominciato a dedicarsi al tema dei richiedenti asilo e dei rifugiati lgbtq+ da qualche anno, quando era ancora in a Marsiglia, nonostante ne sapesse molto poco. D’altronde non è l’unico. In generale, c’è una certa reticenza a parlare di questo argomento, nella convinzione che sia un qualcosa di distante, qualcosa che non ci coinvolge direttamente. “In realtà, ci siamo accorti che non devi viaggiare molto per confrontarti con una situazione di questo tipo. Basta girare l’angolo o percorrere cento metri dal tuo portone di casa”. E questa affermazione è ancora più vera se si fa riferimento a Marsiglia, dove la comunità di rifugiati lgbtq+ è molto vasta. Lavorando presso un’associazione no profit, il fotografo ha avuto l’opportunità di parlare con un ragazzo. E proprio da quel momento tutto è cambiato. Se ad una prima impressione sembrava come tutti gli altri, il giovane custodiva dentro di sé il peso di un passato indicibile.

Da lì è cominciato tutto. “Il mio lavoro nasce da un desiderio personale: quello di conoscere le persone e le loro esperienze, per poi presentarle in un modo in cui gli altri non riescono a vederle”. Ognuno con diversa provenienza, con bisogni e necessità differenti, ma con un passato che si intreccia inevitabilmente con quello degli altri. Husson ha così usato la sua fotografia come filtro privilegiato attraverso il quale creare un ponte di contatto tra le persone e i protagonisti delle sue immagini.

Le foto sono tutte in bianco e nero. Una scelta che all’inizio aveva il sapore dell’antico, ma che alla fine si è rivelata quella più coerente con i presupposti della sua ricerca fotografica. L’unica chiave d’accesso è quella della bellezza, senza che ci sia alcun richiamo glamour. “La mia prima intenzione era quella di evitare le delimitazioni. Ho rifiutato ogni tipo di stereotipo, perché nella mia mente la mostra doveva poter essere esposta in qualsiasi posto pubblico: dalla scuola alle librerie. L’unica cosa che contava era offrire il ritratto di una persona, a prescindere da quello che avesse vissuto”.

L’osservatore ha davanti a sé volti di soggetti diversi, più grandi rispetto alle dimensioni reali. In questo modo tutti quei dettagli che non siamo abituati a notare diventano improvvisamente chiari. L’autore esorta lo spettatore a lasciarsi coinvolgere, prescindendo da uno sguardo distratto nel tentativo di cogliere quanto più possibile da una foto in bianco e nero. “Era importante che le cose parlassero da sole”, aggiunge Husson. I soggetti diventano così protagonisti assoluti a cui il fotografo, come una sorta di regista invisibile, lascia la parola.

Ogni immagine si accompagna a una didascalia, che può essere un’affermazione, un anelito o un ricordo. Non si tratta di testi casuali, ma di espressioni direttamente riconducibili ai protagonisti dei suoi scatti. Se la forza comunicativa delle immagini non era sufficiente, il racconto biografico è divenuto l’elemento mancante del puzzle. “Tuttavia alla fine abbiamo deciso di non pubblicare le loro storie. Diciamo che ci sono due motivi che possono spiegare questa scelta. Prima di tutto perchè potevano esserci molte bugie. Ma soprattutto per una questione di rispetto nei confronti di queste persone. Molte donne stanno cercando di costruire una nuova vita. Ricordare il tragico passato non avrebbe avuto altro effetto che vanificare tale tentativo”.

Sensibilità, gusto e verità. Nelle parole di Husson, si avverte tutto questo. Non sorprende perciò che queste stesse caratteristiche si concretizzino nella sua esposizione. La sua fotografia si riveste di nuovi significati, che sottili traspaiono dai volti, potenziati dai colori e dai contesti di raffigurazione. I protagonisti sono giovani provenienti da tutto il mondo, giovani che hanno tanto da dire, ma che non vanno etichettati per la loro storia. “Nell’arte fotografica loro hanno visto uno sfogo. I ragazzi hanno capito che potevano parlare liberamente, perchè nessuno li avrebbe giudicati. Loro malgrado, nella vita di tutti i giorni sono bloccati nelle gabbie sociali. Questa mostra è stata una sorta di via d’uscita”. Stando all’opinione del fotografo, la comunità di rifugiati lgbtq+ che vive in Olanda è molto fortunata, quantomeno rispetto al resto d’Europa.

Resta, tuttavia, la difficoltà di chi proviene da un contesto culturale e politico molto diverso. Pensiamo a tutti quei richiedenti asilo lgbtq+ provenienti dai paesi africani o dalla Siria. Arrivano in Europa poveri e soli, reduci da un passato che li ha marchiati in maniera indelebile. Nel nuovo continente le etichette cambiano, dischiudendo apparentemente una maggiore libertà di espressione. Le stesse fondazioni li incoraggiano a farsi vedere per quello che sono, in modo tale che non si avverta più il senso di repressione. “Ma non è proprio così.” continua il fotografo. “Il fatto stesso di incoraggiare queste persone a vestirsi in modo diverso e a farsi notare non significa combattere il pregiudizio, ma rafforzarlo. I rifugiati sono una minoranza e, come tale, vengono indotti a creare un universo differente, costruito su un gusto e un vocabolario comune e interno alla sola comunità. E questo non fa altro che renderli più vulnerabili nel contesto europeo, perchè tutti li identificano con facilità. Potremmo dire che si crea una sorta di doppio pregiudizio”.

È difficile sopravvivere in questo modo, è difficile continuare a lottare. Sembra davvero che non ci sia posto per l’amore in una realtà così crudele. Eppure Husson continua a sognare. Sogna per il mondo uno sguardo disincantato, libero da ogni condizionamento, in cui le persone possono essere semplice.


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