The Netherlands, an outsider's view.

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Nils Kalf, calzolaio d’altri tempi

Una sera, a Jordaan, ho intravisto la luce del negozio dall’angolo della strada. Esattamente come in un dipinto, inghiottita dal buio, la piccola bottega magica si colorava di rosso.



di Virginia Zoli

Nils Kalf è un calzolaio d’altri tempi. Luci basse, pareti scure, vecchi marchingegni e un piacevole profumo di cuoio. Una sera, a Jordaan, ho intravisto la luce del negozio dall’angolo della strada. Esattamente come in un dipinto, inghiottita dal buio, la piccola bottega magica si colorava di rosso. Dentro c’era un uomo di bassa statura, con un cappello elegante, che ripuliva un paio di scarponcini neri.

Qualche settimana dopo, ho deciso di varcare le sue porte. In un via vai di clienti, gironzolo per la stanza con gli occhi sognanti: scarpe sofisticate, tacchi vertiginosi e colori sgargianti. Una rampa di scale si snoda verso il piccolo laboratorio nel retro del locale. Nils, il proprietario, sgrida una giovane donna per aver distrutto la suola dei suoi decoltè, e mi scappa da ridere: “Se vedesse le mie, di scarpe”, penso.

Iniziamo a chiacchierare: “Qui ripariamo scarpe di lusso, di grandi marche. Le mettiamo a posto, come nuove. Oltre a ciò, da circa sette anni facciamo anche scarpe homemade. Con alcune partecipiamo a dei contest… con queste per esempio” mi dice Nils, impugnando un paio di stivali neri, di cuoio, con una fibbia dorata. Bellissimi.

“Ogni tanto, tre volte a settimana, lavoro insieme a lei, che è designer”, continua, voltandosi verso una ragazza, in piedi dietro al bancone. “Mi aiuta qui in negozio, facciamo lavoro di squadra. Quasi tutte le scarpe in vetrina le ha disegnate lei.”

Mi giro e vedo un paio di tacchi luccicanti, incredibilmente alti, di quelli che si indossano alle cene di gala (suppongo). Tutto quel lusso inizia a mettermi a disagio, e quando Nils abbassa lo sguardo verso i miei stivali scoloriti, divento paonazza. Nel tentativo di nascondere le mie scarpe malandate, mi sposto dietro al tavolo e scivolo verso la porta d’ingresso. “Grazie, ora devo andare”, dico quasi sottovoce. “Grazie a te. Spero di vedere presto le foto che hai scattato.” Sorrido e li saluto intimidita, scomparendo dietro l’angolo, inghiottita dal buio della sera.



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