di Silvia Granziero

 

Cose da fare quando fuori splende il sole: non gite sui canali, non passeggiate in bicicletta, non partite di pallone al parco. Quando splende il sole bisogna approfittare per visitare la mostra “Post Mortem” al Museo Tot Zover di Amsterdam, cosa non raccomandabile nei giorni cupi e brumosi.

E’ un’esposizione singolare quella che, attraversando la caffetteria inondata di luce e di persone che si concedono una pausa pranzo chiacchierando tranquillamente, si apre agli occhi del visitatore: il sole che entra dalle vetrate che danno sul giardino (leggi: cimitero) è filtrato da leggere tende nere, alle pareti della prima sala del museo – tutto sui colori del lutto – sono appese le fotografie dei cari estinti dei secoli scorsi. Una lunga tradizione, quella degli scatti “post mortem”: da quando la fotografia è stata inventata nel 1839 è parso naturale usarla per immortalare (è proprio il caso di dirlo) gli amati scomparsi, in quelle che spesso erano le uniche foto che li ritraevano. E quindi: scatti di anziani sul letto di morte, bambini nella culla deceduti anzitempo, addirittura i fedeli amici a quattro zampe giunti al termine. Tutti coi vestiti migliori, in posa, con gli occhi chiusi: alcuni bambini sembrano dormire dolcemente, altri sono evidentemente, irrimediabilmente, irrigiditi dalla morte.tot zover

Ma se i 185 scatti in bianco e nero – di proprietà del collezionista britannico Paul Frecker – risalendo al periodo 1860-1929 sono filtrati dalla patina del tempo, vanno invece dritte al punto come una lama le immagini a colori, scattate con la precisione cruda della camera digitale, esposte nel corridoio e accompagnate da estratti delle interviste ai parenti del defunto. La madre che stringe per l’ultima volta la figlia condannata da una malattia genetica, i biondissimi bambini che accarezzano la sorellina morta, l’ultimo scatto di famiglia, la vedova premurosa accanto al feretro del marito… Lo spettatore non resta indifferenze alle immagini e alle parole nate dal lutto. Dal 1945 fotografare i propri cari defunti – cosa fino a quel momento rituale – è diventato un tabù e, paradossalmente, nella società ossessionata dal fotografare qualsiasi cosa, la sensibilità di oggi si sente forse disturbata da un’esposizione di questo tipo. Non è però la morbosità a spingere a fotografare la morte, ma forse un tentativo di esorcizzarla.

Completano il museo due sale che espongono gli oggetti funebri e mostrano le modalità di sepoltura e i rituali funebri di diverse culture, da quella cattolica a quella buddista, da quella musulmana a quella ebraica.

“Post Mortem – pictures of love and sorrow” è al Museo Tot Zover ad Amsterdam fino al 10 aprile.