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Mobilità ciclabile, un bilancio di fine anno

L'Italia che non impara dall'Olanda, tra picchi di smog e politica latitante



di Paolo Ruffino

Quando si parla di mobilità ciclabile, parte della classe dirigente italiana sembra sfoggiare il peggio dell’inettitudine e della sfacciataggine. Quest’anno, ad aggiudicarsi il podio, sono in tre: partiamo da Esposito, che con il GRAB ha creato un vero e proprio caso putiferio; argento al senatore Filippi per la contestata proposta di legge sul bollo per la bicicletta, tramutatasi in un precipitoso dietrofront con tanto di scuse; oro infine all’ultima “sparata” del consigliere vicentino Claudio Cicero, il quale propone di “fucilare” i ciclisti che non vanno sulle piste ciclabili.

Parliamo di “casi eclatanti”, forse estremi, è bene ricordarlo, ma rimane il fatto che le città italiane anche per il 2015 hanno continuato a evitare, sottovalutare e rimandare il cosiddetto “greenwashing” della mobilità in bicicletta.

E il bilancio che ne deriva è allarmante.

Nonostante la crisi, la concentrazione di veicoli circolanti per numero di abitanti, in Italia, rimane il più alto d’Europa, secondo solo al Lussemburgo (una media media 7 auto ogni 10 abitanti secondo Eurostat). Molte amministrazioni temporeggiano o continuano ad incentivare, dirottando enormi investimenti pubblici e privati, il trasporto motorizzato che è però la principale fonte di PM10 e il terzo per quanto riguarda la produzione di CO2.

Insomma le città italiane, in particolare della Pianura Padana, stanno letteralmente “soffocando” a causa dello smog. Proprio in questi giorni, una cappa scura si è levata sui cieli di Torino e Milano dove è stata infatti lanciata “l’allerta viola” per le concentrazioni doppie di PM10 rispetto ai parametri stabiliti dalla legge. Solo a Torino, questi valori hanno ampiamente superato i 100 microgrammi per metrocubo, contro il massimo di 50. Del resto lo stato d’emergenza, in città come Torino, è ormai la regola: una presenza costante che si ripropone di anno in anno, lasciando irrisolti notevoli problemi ambientali e sanitari.

Vista dall’Olanda (magari con “l’occhio sensibile” di chi ha radici italiane) tale situazione non può che suscitare incredulità. Nonostante i problemi nei Paesi Bassi non manchino, in fatto di mobilità ciclabile sono molteplici le cose che l’Italia potrebbe imparare: da come costruire ciclabili in poco spazio a come incentivare l’uso delle due ruote con pianificazioni urbane integrate, fino a uno studio degli investimenti olandesi di lungo periodo. Se l’Olanda non avesse infatti puntato enormemente sulle due ruote, probabilmente il paese sarebbe ora ben più cementificato e congestionato: un po’ come il vicino Belgio.

Certo l’Italia non è l’Olanda. L’orografia del territorio avvantaggia i Paesi Bassi e le città sono generalmente compatte. Ma è anche vero che le città più inquinate si localizzano nel Nord Italia, dove investimenti ciclabili non solo sarebbero fattibili dal punto di vista tecnico, ma del tutto auspicabili. E dove il 70% degli spostamenti urbani avviene in un raggio di circa 3 km nel caso di città densamente popolate: una situazione che avvantaggerebbe l’uso delle due ruote, secondo l’European Environmental Agency, se assieme alla bicicletta venissero implementate politiche che incoraggiano il trasporto intermodale (integrazione bici-TPL e treni).

L’Italia non è l’Olanda, ma si potrebbe tranquillamente imparare dalle diversità. Purtroppo nel Belpaese abbiamo a che fare con un codice stradale rigido, pensato su misura per l’auto, e con la mancanza di volontà politica, come pure con l’assenza generalizzata di una pianificazione integrata (urbanistica, ambientale e trasporti). Tutto questo unito a una sostanziale assenza di politiche di lungo periodo, con un mondo associativo ancora frammentato (non esiste in Italia un sindacato dei ciclisti come l’olandese Fietsersbond).

Che valga la pena, almeno per la bicicletta, guardare un poco più a nord?

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