di Massimiliano Sfregola

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Cosa c’entrano la vittoria di Donald Trump e quella del referendum della Brexit, l’hate speech con i commenti sulla nostra pagina FB? C’entrano anche se in apparenza non sembra. Agli albori di internet, già con Messenger e i forum come primordiali mezzi di interazione virtuale, le problematiche esplose dagli anni ‘10 del 2000 in poi erano ben evidenti: l’accesso incondizionato e senza filtri preventivi, a tutti, su arene virtuali poteva scatenare delle dinamiche imprevedibili anche se, in pochi, avrebbero potuto immaginare, a tal punto da condizionare i risultati delle elezioni.

 

 

Le leggi sulla libertà di espressione, pietre miliari di qualunque democrazia liberale, si sono scontrate con un paradosso latente nella stessa idea che tutti possano dire tutto e soprattutto possano farlo a distanza: quali conseguenze può avere questo “tutto”? Quali dinamiche sociali generano le interazioni mediate da internet? E le opinioni basate su assunti falsi e non informati, quali conseguenze pratiche possono avere?

All’inizio degli anni ’10 del 2000, internet era considerato un mezzo centrale per promuovere la libertà d’espressione; oggi –scriveva lo scorso anno  il NYT– nessuno crede più a quell’assunto: dalle elezioni manipolate con bufale sul web alla violenza dei suprematisti bianchi, dalla Brexit a Christchurch, insomma, la rete ha mostrato quanto pericolosa possa essere l’idea della libertà d’espressione quando viene ‘presa in ostaggio’ da chi -a fatica- sa di cosa sta parlando. Di opinioni, insomma, elevate a pensiero collettivo.

D’altronde la violenza sul web nasce con commenti denigratori, offese, bullismo. La pratica dell’insulto, ormai, è stata totalmente sdoganata nella consapevolezza di molti che le scarse conseguenze pratiche e legali che offese o minacce in rete producono, non porteranno a conseguenze significative. Le cause per diffamazione sul web, soprattutto quando vengono intentate contro utenti che scrivono da paesi diversi, sono tanto difficili quanto lunghe.

 

L’incontinenza verbale di molti utenti e l’assenza di freni è dovuta, principalmente, alle dinamiche del mezzo digitale: provate ad immaginare una discussione accesa sul web, se identica avvenisse nella vita reale. Gran parte di quegli scambi, semplicemente non ci sarebbero; nella vita reale, infatti, sono molteplici i freni inibitori che riducono la possibilità di risposte impulsive. E il timore di conseguenze è il miglior deterrente contro il rischio di escalation. Sul web, al contrario, la percezione che non ci siano regole e la tranquillità di non dover interagire direttamente, produce risultati spiacevoli. Nel post che riportiamo, ad esempio, l’utente si scaglia contro la testata e contro di me con una violenza verbale favorita dalla sorta di anonimato che internet garantisce: non mi incontrerà mai, non rischierà mai di dover spiegare il perchè dell’utilizzo di un termine offensivo (“coattello” è simpatico ma non proprio un complimento) ed è certa di non dover rispondere in nessun

a sede di minacce, insulti o altre forme di incontinenza verbale.  Queste interazioni hanno intossicato lo spazio commenti sul web, rendendolo -in gran parte- impraticabile.

La colpa, in primis, è proprio dei portali di informazione: per anni, lo spazio commenti è stato considerato una “latrina necessaria”. I flame m

uovono traffico -si credeva- la libertà d’espressione è sacra e tendenzialmente, in pochi si sono preoccupati di quale parco giochi per cyberbullismo ed estremismo stessero diventando i social. Alcuni portali sono corsi ai ripari, riducendo la presenza stessa sui social media e bloccando del tutto i commenti sul sito: solo chi è registrato oppure contribuisce economicamente può commentare. Nu.nl, ad esempio, uno dei principali portali olandesi, di recente ha annunciato il ban per chi nega il cambiamento climatico nei commenti. Moderare è  un lavoro ma oltre a questo, le testate hanno un obbligo morale di cercare -per quanto possibile- di rendere lo spazio agibile.

Non è stato fatto per anni e da commenti sgrammaticati, insulti e minacce è stato creato il terreno fertile per la diffusione di bufale e per la stessa delegittimazione dei media: è giusto, ad esempio, consentire ad un utente -in nome della libertà d’espressione- di diffondere opinioni anti-scientifiche infettando la discussione e costruendo una cultura del complotto e della patacca su ogni tema dello scibile umano?

Oppure è giusto far scatenare flame per delegittimare, senza alcuna prova, l’operato di chi di lavoro ha la responsabilità di informare una comunità più o meno grande?

Non siamo più agli albori dei social e FB ha “perso la verginità” da tempo: anni di interazioni hanno mostrato che no, le idee non sono tutte uguali. E spesso e volentieri, chi occupa lo spazio con prepotenza, lo fa per impedire ad altri di interagire e per promuovere le opinioni a fatti. Questo si chiama cyberbullismo e non dovremmo limitarci a condannarlo solo quando raggiunge conseguenze estreme. D’altronde, il commento non è più soltanto qualcosa di innocente e senza valore, qualcosa insomma da ignorare: su internet si vincono le elezioni, si costruiscono aziende miliardarie e ormai, come è stata la tv in passato, si costruiscono -spesso- le coscienze civiche.

Per questa ragione, noi prestiamo molta attenzione allo spazio commenti e invitiamo sempre gli utenti a passare in redazione per un caffè (ma gli haters declinano l’invito. L’insulto va bene, il confronto faccia a faccia, no) parlarsi di persona, assumendosi direttamente la responsabilità di ciò che si dice è meglio che nascondersi dietro un account digitale.

Il compianto Umberto Eco fu criticato per la celebre frase: “La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità”. Ma forse, a distanza di tempo, sembra che i fatti gli stiano dando ragione.