In nessuna parte d’Europa il tasso di occupazione è più alto che nei Paesi Bassi. Ma l’agenda della flessibilità a tutti i costi – contratti a zero ore, tanti lavoratori autonomi e le “fabbriche del sudore” nei centri di distribuzione – è ora sotto accusa, scrive Jasper D’Hoore in un reportage pubblicato su De Tijd.

Se per anni l’agenda flex olandese è sempre stata osannata e il Belgio punito per la sua diffidenza, oggi i cugini non riconoscono più nei Paesi Bassi quel paradiso socialmente giusto così a lungo creduto.

Olanda e Belgio: flessibilità vs rigidità?

L’ondata di flessibilità nei supermercati olandesi e nel mondo della distribuzione è figlia delle politiche degli anni ’90. Allora la convinzione era quella che un’economia aperta e sempre più internazionale non avrebbe che giovato al Paese. E la flessibilità serviva a rubare forza lavoro ai cugini belgi e ai tedeschi. Una politica quella del “beggar-thy-neighbour” che nel settore della distribuzione ha funzionato a lungo.

In Belgio, invece, non esistono contatti a zero ore, e anche le restrizioni riguardanti il lavoro notturno e nel fine settimana sono molto più severe.

Chi paga il successo olandese?

Nei Paesi Bassi, nel secondo trimestre di quest’anno, lavorava più dell’82% tra i 20 e i 64 anni. Il tasso di occupazione più alto in Europa secondo le statistiche di Eurostat. Il Belgio con un tasso di occupazione del 70,5% invece è appena sotto la media europea.

In Olanda oltretutto un impiegato con contratto indeterminato ha delle garanzie che un collega belga si sogna: pensioni e indennità per malattia per esempio. Chi si ammala in Olanda riceve due anni di retribuzione contro solo un mese in Belgio.

Piena occupazione e tutele. Sembrerebbe una situazione paradisiaca. Ma a ben vedere, “quei vantaggi sono pagati sulla pelle di chi ha un contratto flessibile“, racconta Anja Dijkman, dirigente della FNV, il più grande sindacato olandese con un milione di iscritti.

Ossia da una discreta fetta dei contribuenti. Infatti, non è certo un caso che nei Paesi Bassi sono il 15% i dipendenti ad avere un contratto a tempo determinato, un record per l’Europa occidentale mentre in Belgio solo l’8,7%.

In Olanda a lavorare da interinali sono soprattutto le persone meno istruite e con un background migratorio. A differenza del passato, però, il passaggio a un contratto stabilizzato appare sempre più un miraggio. E con esso la possibilità di stabilizzarsi e comprare una casa in un mercato immobiliare “surriscaldato”, scrive ancora D’Hoore.

Lavoratori indeterminati troppo tutelati?

Per lo specialista in diritto del lavoro Ton Schoenmaeckers, questa visione è troppo in bianco e nero. Per lui “non è la flessibilità che è andata troppo lontano, ma sono le certezze che un datore di lavoro deve offrire con un contratto permanente ad essere andate troppo in là. Ed è per questo che le aziende sono costrette a cercare scappatoie”.

Diverso è per chi ha un contratto a zero ore o comunque a scadenza. Una forza lavoro che ha pochissimo margine contrattuale quando risponde a un annuncio di Albert Heijn per esempio. Del resto il tasso di sindacalizzazione qui è bassissimo e il sindacato è troppo debole per farlo al posto dei lavoratori.

Questo rende molto più facile per le aziende mettere i sindacati l’uno contro l’altro.

Nei Paesi Bassi chiunque può fondare un sindacato e avviare una contrattazione con l’impresa, fenomeno noto come “sindacato giallo”. Se un piccolo sindacato raggiunge un accordo con la direzione dell’azienda, quel contratto di lavoro si applica a tutti i dipendenti di quell’azienda. “Si può comprare un contratto collettivo in questo paese”, dice Dijkman. In Belgio, invece, solo i membri dei sindacati rappresentativi – l’ACV, l’ABVV o l’ACLVB – possono essere eletti nel consiglio aziendale.

La dannazione dell’industria dei pacchetti

Da nessuna parte il divario è più visibile che nell’industria della distribuzione e delle consegne a domicilio. Un’intera filiera è stata costruita intorno al mantra “ordina oggi, consegna domani”.

Poiché i costi della manodopera sono più bassi e il lavoro è più flessibile, Bol.com e Coolblue dominano anche il mercato belga di province come il Brabante settentrionale e il Limburgo.

La parte parte dei lavoratori temporanei nei magazzini è straniera: soprattutto gli europei dell’est accettano quasi tutto perché guadagnano più che nel loro paese e perché sono qui solo temporaneamente. Se osi lamentarti, la dirigenza ti punisce con meno ore di lavoro.

Chi è vicino alla scadenza del proprio contratto – che di solito dura fino a un anno e mezzo – e non ottiene un contratto a tempo indeterminato neanche dopo cinque anni, rimane intrappolato: non può lasciare l’Olanda perché non ha risparmiato abbastanza e non può correre il rischio di andare in un altro paese senza alcuna prospettiva di lavoro, scrive ancora D’Hoore.

Le aziende fanno ottimi profitti e usano la flessibilità per mantenere il costo del lavoro il più basso possibile. Il consumatore ottiene prezzi bassi. Ma i perdenti sono quel gruppo di dipendenti troppo deboli sul mercato del lavoro. È ancora eticamente giustificabile in un paese ricco come l’Olanda?

Il College of Government Advisors, un organo consultivo del governo, ha recentemente chiesto di fermare la costruzione di nuovi centri per la grande distribuzione, perchè la situazione potrebbe essere sempre più pericolosa: il problema è che insieme alle multinazionali che controllano gli hub anche l’economia dei Paesi Bassi sta traendo enormi benefici da una forma di schiavitù moderna.

Quali alternative?

Le parti sociali non sono d’accordo su come si debba procedere. I sindacati vogliono il maggior numero possibile di contratti indeterminati e il lavoro flessibile solo per le sostituzioni per malattia e l’alta stagione. Ma questo sarà difficile da far digerire alle organizzazioni dei datori di lavoro, perché temono che i Paesi Bassi perdano uno dei propri vantaggi competitivi. I datori di lavoro vorrebbero contratti permanenti che siano più flessibili. Continuare a pagare il salario di una persona malata con un contratto permanente è un grosso rischio.

Un’alternativa, dice Schoenmaeckers, potrebbe essere una maggiore attenzione alla formazione, come in Danimarca, e la riduzione delle tutele per il licenziamento. In un mercato dinamico chi perde il lavoro lo ritroverà più velocemente. Del resto la scelta “non è tra un contratto indeterminato o flessibile, ma tra un contratto flessibile o nessun contratto”.

Nei Paesi Bassi, due persone su tre senza un diploma di istruzione secondaria hanno un lavoro, che è la cifra più alta in Europa. Il Belgio solo un terzo dei lavoratori scarsamente qualificati lavora.

Nonostante l’eccessiva flessibilità, il più alto tasso di occupazione nei Paesi Bassi si traduce in meno povertà. Più persone che lavorano significa anche più entrate per lo Stato. Sia i Paesi Bassi che il Belgio viaggiano verso un deficit di bilancio di più di 20 miliardi di euro l’anno prossimo. Ma poiché l’economia olandese è molto più grande, il deficit rimane limitato al 2,4% del PIL. Mentre il Belgio viaggia verso un deficit superiore al 4%.

Se in Olanda le trattative tra governo e parti sociali per introdurre correttivi sono giunte a una fase conclusiva, in Belgio la domanda resta se e come incentivare la flessibilità senza rifare gli errori dei cugini al di là del confine.

Coverpic@Donald Trung, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons