The Netherlands, an outsider's view.

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“Max Havelaar” di Multatuli, il più importante romanzo in lingua neerlandese

CovePic: public domain

C’è stato un tempo in cui le spezie valevano più dei metalli preziosi. La fonte più abbondante di spezie, oltre che per il tabacco, lo zucchero e il caffè, era l’arcipelago di migliaia di isole e centinaia di culture che oggi è conosciuto come Indonesia, che ben presto divenne una colonia olandese.

È mai noto come gli olandesi non si siano fatti alcuno scrupolo pur di aumentare i propri profitti.

Massacrarono quasi tutta la popolazione delle isole Banda, un gruppo di 10 isole indonesiane che erano l’unica fonte di noce moscata al mondo, e vi trasportarono schiavi e prigionieri di guerra per coltivare la spezia, ricavandone un profitto stimato del 60.000 per cento, come ricorda Gid’on Lev.

I contadini locali sono stati costretti a coltivare i raccolti ordinati dal governo in Olanda: migliaia di persone sono morte di fame. Gli isolani erano tenuti a pagare tasse elevate al governo di Amsterdam, così come ai governanti locali che attuavano le politiche del regime oppressivo – un trucco intelligente che ha permesso all’Olanda di governare un Paese di 13 milioni di persone con soli 175 funzionari residenti.

L’Indonesia, colonia altamente redditizia, è diventata poi un modello per occupazioni simili in tutta l’Asia e non solo.

L’indonesia di Dekker

Eduard Douwes Dekker, meglio conosciuto come Multatuli (che in latino significa “ho sopportato molte cose“, omaggio a un’opera di Ovidio), nasce ad Amsterdam nel 1820, quarto di cinque figli di un capitano di marina olandese. Nel 1838 salpa con il padre per l’Oriente, dove intraprende una carriera di quasi due decenni come funzionario del governo.

Il suo nome è legato a molti aneddoti che descrivono il suo temperamento focoso e l’estrema intolleranza verso ogni forma di ingiustizia. In Indonesia viene incarcerato dopo aver difeso un locale in una rissa, usa i suoi risparmi per comprare schiavi e poi liberarli, e viene sospeso dal lavoro per un anno dopo aver denunciato ferocemente il comportamento corrotto di un ufficiale superiore a cui era subordinato.

Ma la storia che lo ha reso famoso inizia solo adesso. Nel gennaio 1856 viene nominato funzionario responsabile della regione di Lebak, nella parte occidentale dell’isola di Giava. Vi giunge con la moglie, Everdine Hubertina, e il figlio maggiore, Eduard.

A Lebak Dekker scopre un esteso sistema di vergognoso sfruttamento e di oppressione dei contadini da parte di un sovrano locale, sotto l’egida e l’incoraggiamento dell’amministrazione olandese. I suoi sforzi per combattere quel sistema terminano con le sue dimissioni dal servizio dello Stato, anche se era consapevole che il trasferimento avrebbe fatto sprofondare la sua famiglia in una vita di miseria.

Tornato in Olanda con centinaia di documenti che testimoniavano le ingiustizie di cui era stato testimone, cerca invano di ottenere giustizia sia per sé stesso che per il popolo di Giava.

A causa dei debiti accumulati nel tempo, alla fine è stato costretto a lasciare il Paese. Vive gli ultimi anni in un malandato hotel in Germania, imbarcandosi in un frenetico tentativo di sviluppare un sistema per vincere al casinò di Wiesbaden. Cosa che ha finito per farlo sprofondare definitivamente.

Il più importante romanzo in lingua neerlandese

Dekker è però divenuto famoso per le sue qualità di scrittore. Nel 1859, in un solo mese e sul tavolaccio di un’infima osteria di Bruxelles, ha scritto quello che nel 2002 la Maatschappij der Nederlandse Letterkunde (Società della Letteratura Neerlandese) ha definito la più importante opera letteraria olandese di tutti i tempi. Nel 1907 già Sigmund Freud l’aveva inserito nella lista delle sue 10 letture preferite.

Il suo romanzo Max Havelaar, che ha per sottotitolo “O le aste del caffè della Compagnia Commerciale Olandese”, racconta gli anni trascorsi in Indonesia, svelandone tutte le nefandezze. 

Il manoscritto fu consegnato all’avvocato e letterato Jacob van Lennep e fece molta impressione nei circoli olandesi. Per evitarne la pubblicazione, a Dekker viene offerta una “posizione conveniente” nelle Indie Occidentali. Ma Dekker rifiuta di essere inviato nel Suriname o nelle Antille Olandesi e dà mandato a Jacob Van Lennep di pubblicare il libro.

Nel maggio del 1860 il libro viene pubblicato dall’editore De Ruyter ad Amsterdam, con lo pseudonimo “Multatuli”, e inaspettatamente, riceve un enorme successo.

Per evitare problemi, Van Lennep aveva cambiato tutti i nomi geografici delle Indie Occidentali e inoltre aveva ingannato Multatuli circa i diritti di autore, in modo che lo scrittore non potesse sottoscrivere un contratto per un’edizione popolare a basso costo. Alcuni mesi dopo la pubblicazione del libro, Multatuli era uno scrittore famoso, “l’uomo di cui più si parlava in Olanda”.

La storia di Max Havelaar

La storia di Max Havelaar, un amministratore coloniale olandese, è raccontata da Batavus Droogstoppel il prototipo di uomo gretto, avido, senza fantasia e pieno di sé. La figura del commerciante di caffè Droogstoppel infatti è una caricatura dell’imprenditore olandese calvinista dedito al suo benessere e ai suoi interessi che, un po’ con ingenuità un po’ con furbizia, mantiene in vita il sistema di repressione, senza avere nessuna idea di quello che accade dall’altra parte del mondo.

Pic@Husky | Source: Wikimedia | License: CC BY-SA 3.0

Ciò che colpisce è che, anche se Droogstoppel è mosso da un male “banale”, Havelaar, alias di Multatuli, non è molto diverso:

Lo stesso Dekker, del resto, si è offerto di rimandare la pubblicazione del libro se gli fosse stata data una posizione sufficientemente gratificante nelle colonie. Era, infatti, l’uno e l’altro allo stesso tempo: idealista e avido, indifferente alla ricchezza e avaro, illuminato e razzista, amante dell’umanità ed egoista.

Oltre ad essere uno dei romanzi più influenti della storia, Max Halevaar è senza dubbio anche uno dei più strani. È una caotica concatenazione di stili, incorporata in una struttura letteraria apparentemente impossibile. Come ha scritto D.H. Lawrence nell’introduzione alla sua seconda edizione in lingua inglese, pubblicata nel 1927, il libro è “il più grande pasticcio”. È infatti un miscuglio di voci e lingue, che oltre ai dialoghi standard contiene lettere, parabole, contratti, un meraviglioso racconto popolare (la storia strappalacrime di Adinda e Saidjah), memorandum ufficiali, poesie, discorsi, sermoni religiosi, una miriade di note a piè di pagina, riflessioni filosofiche e non poche descrizioni arcaiche della politica olandese nelle isole.

Nonostante – e anche, per una sorta di alchimia, a causa del grande “pasticcio” – il libro funziona ancora oggi. Anche dopo 160 anni, Max Havelaar si rivela un capolavoro: inquietante, triste, spaventosamente attuale, ma anche terribilmente divertente.

Il romanziere indonesiano Pramoedya Ananta Toer ha scritto che, dando inizio a queste riforme dell’istruzione, Max Havelaar è stato responsabile del movimento che fece finire il colonialismo olandese in Indonesia dopo il 1945 e che il romanzo è strumentale all’inizio della decolonizzazione in Africa e in altri posti nel mondo. Così, secondo Pramoedya, Max Havelaar è “il libro che uccise il colonialismo”.

Non male per un romanzo.