source Pic: per gentile concessione di Sandro Mattioli

 

di Riccardo Spalacci

Lo scambio di persona, l’arresto ed il rilascio in 72 ore di un cittadino britannico avvenuto in Olanda, confuso per il boss siciliano Matteo Messina Denaro, oltre ad essere stato un clamoroso flop, ha permesso di riaccendere i riflettori sulla questione della mafia in nord Europa.

Sandro Mattioli, di Mafie espatriate, si occupa ormai da tempo: giornalista italo-tedesco, presidente dell’associazione Mafia? Nein, danke!, con sede a Berlino.

Fondata a seguito dei fatti di Duisburg del 2007, il lavoro dell’associazione serve per dare visibilità alla lotta alla criminalità italiana, raccogliere informazioni, sensibilizzare il mondo politico e lottare contro gli stereotipi. “È un lavoro a 360°”, racconta il fondatore. Quanto danneggiano eventi come lo “scambio di persona” il lavoro sull’antimafia?

“La prima cosa da dire, è che non c’è traccia di Matteo Messina Denaro da molto tempo, quindi posso capire che le forze investigative abbiano avuto difficoltà nell’individuarlo, è comprensibile. Chiaramente è spiacevole per chi è stato coinvolto”. Per l’antimafia, invece, dice il Mattioli non è stato un danno d’immagine: “Questo fatto ha dato risonanza all’argomento vero. Si potrebbe dire che la ricerca del boss siciliano sia entrata un po’ di più nell’attenzione pubblica”.

Al di fuori dell’Italia, l’attenzione alle mafie è scarsa: le modalità operative dei gruppi, mutano -infatti- in base ai paesi in cui si sono stabiliti. “In assenza di omicidi quotidiani, di faide e delle tantissime vittime innocenti, si fatica a comprendere cosa facciano queste gang e dove siano”, afferma Sandro. “In Germania non si conosce il lato violento delle Mafie”.

La complessità del fenomeno, lo scarso dibattito pubblico sul tema, gli stereotipi generati da film come Il Padrino unito al basso profilo dei mafiosi all’estero, sono tra le ragioni principali identificate da Mattioli, del modo in cui si percepisce la mafia all’estero: “Se non si racconta ciò che accade, è anche logico pensare che la mafia non esista e la si sottovaluti. Senza la percezione del pericolo, non si fanno nemmeno le leggi per fermarla”.

Di solito i nuclei operativi hanno informazioni sulla prima generazione emigrata, sui gradi di parentela e sulle loro attività. Viceversa, “per la seconda o la terza generazione, è molto più complicato. Se non espressamente richiesto dall’Italia, le forze tedesche non si attivano”, dice Mattioli.

Nonostante i dati ufficiali parlino di 770 affiliati alle mafie italiane solo in Germania, tutto il peso delle indagini è lasciato sulle spalle del bel Paese, dice Sandro. “Sarebbe importante se i vari Stati, in cui la mafia è presente si mettessero a fare azioni di contrasto di iniziativa propria”, afferma.

La lotta alla Clan-Kriminalitat, organizzazioni composte da grandi famiglie, principalmente di origine medio orientali è stata condotta con dispiego di risorse: “Si è scoperto un fenomeno molto serio ma visibile, con macchine costose, atti di violenza e scontri con la polizia. Questo ha portato ad investire molte risorse per cercare di fermarli: investigatori, gruppi di agenzie dell’entrate e polizia locale”.

Anche le mafie italiane ci sono e fanno  danni, afferma, ma differenza della Clan-Kriminalität, non sono visibili. “Ad alti livelli, la comprensione non è chiara, sia a causa degli stereotipi, sia per la strategia dell’ndrangheta di non voler dare nell’occhio”.

Per Mattioli, in Germania manca una visione unitaria, strutturale del fenomeno. Non ci sono dati ufficiali e gli unici atti parlano di singoli episodi, classificati come delinquenza comune. Il concetto mafia è visto in bianco e nero; o sei mafioso o sei pulito. Invece il punto forte, soprattutto del ‘Ndrangheta, è la zona grigia, dice.

Dal suo punto di vista la rete sta crescendo e si sta espandendo anche in zone fino ad ora rimaste non toccate dall’espansione criminale: “Il controllo del territorio sta prendendo piede anche qui. C’è una struttura molto più avanzata di quello che pensiamo, e di molte comunicazioni non sappiamo nulla. Oltre alle attività classica di spaccio, vendita di armi e ristorazione, sono molto attivi anche nella compra-vendita di immobili e nel business europeo delle scommesse, usando aziende create qui”, racconta.

Per lui, la parola che caratterizza il fenomeno, è “ampliamento”; sia nella profondità con cui penetrano nella società, sia per come si espandono a livello territoriale e regionale. “Negli anni ’90”, ci spiega, “si scoprì che i terreni della Germania est furono un terreno fertile per loro. Ad oggi lo sono le energie rinnovabili”, afferma. E conclude: “Ultimamente si parla della creazione da parte dell’ndrangheta di una struttura, di una camera di controllo, detta “cupola”. Non mi stupisce, sapevo che la Germania era considerata una provincia, ed è logico pensare che ciò accada. Il termine “provincia” è esplicativo di come viene pensato il territorio”.