di Monica De Astis

 

Cosa fareste se durante una partita di beach-volley a Scheveningen, o durante una cenetta con vista mare, vi ritrovaste di fronte a uno sbarco dei Marines?

In questi termini è piuttosto improbabile ma un’operazione militare Americana a L’Aia, non sarebbe vice versa totalmente impossibile: secondo l’American Service-members’ Protection Act, firmata nel 2002 dall’allora presidente George Bush, la legge – aggiunta alla normativa anti-terrorismo approvata tra la guerra in Afghanistan e quella in Iraq – prevede l’uso “di tutti i mezzi necessari e appropriati” da parte degli Stati Uniti per il rilascio di qualsiasi soldato Americano, o di un paese alleato, detenuto su richiesta dell’ICC, la Corte Penale Internazionale con sede a l’Aia.

Una legge che, non a caso, è stata ironicamente ribattezzata come il ‘The Hague Invasion Act’ – letteralmente, la legge d’invasione de L’Aia – guadagnandosi unanimi critiche e condanne, tra le quali quelle di Human Rights Watch e della Coalizione per la Corte Penale Internazionale (CICC).

La disposizione si inserisce perfettamente nella politica di contrapposizione alla giurisdizione della Corte di Den Haag propria degli Stati Uniti, iniziata con la mancata ratifica dello Statuto di Roma del 1998. Politica ben chiarita dalle disposizioni del 2002, dove si avverte la Corte -istituita per giudicare crimini contro l’umanità- di non pensare proprio a detenere o perseguire cittadini americani o di paese alleato, per eventuali reati commessi in veste di ufficiale. Va da sé la proibizione per qualsiasi agenzia o entità americana di cooperare con le indagini della Corte, o di contribuire all’estradizione di qualsiasi americano.

Il The Hague Invasion Act ha ovviamente catturato l’attenzione dei media. Ne ha riparlato di recente il media americano Bloomberg, sostenendo come la politica americana ostacoli l’operato dell’ICC.

 

Photo: De Pier in het ochtendgloren, by Bert Kaufmann. This file is licensed under the Creative Commons Attribution 2.0 Generic license.