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OPINIONE

L’ultima chance di Amsterdam per ripristinare la vivibilità: Airbnb va vietato

di Massimiliano Sfregola

 

Non fraintendetemi: a dispetto del titolo, considero Airbnb un sistema interessante e nel complesso positivo. L’idea di alloggiare in vacanza presso abitazioni private e  interagire con i locals, un pò un’evoluzione del couchsurfing, rimane valida e non andrebbe cestinata.

Ma il rapido e clamoroso successo planetario del portale di subaffitti più famoso, però, ha cambiato radicalmente la natura di quella bella idea, con pesanti conseguenze sul mercato immobiliare e sulla stessa vivibilità di aree residenziali tradizionalmente estranee al fenomeno turistico. Secondo il Volskrant sarebbero 19mila i “listings” nella capitale ma a fare impressione è la moltiplicazione del numero di turisti che ha scelto il portale: da 75mila del 2012 si è passati a 1,4 milioni del 2017.

Airbnb è sfuggito di mano e se da un lato grandi città come Roma, Berlino, Londra o Parigi in parte sono riuscite a tamponare i disagi causati dal via vai di trolley e dalla riduzione dello stock di alloggi disponibili in affitto per via delle dimensioni, in centri  più piccoli la situzione è decisamente sfuggita di mano.

E’ cosi a Barcellona il comune ha dichiarare guerra al portale dopo le proteste dei residenti, esattamente come ha fatto Amsterdam, dove l’amministrazione comunale ha adottato uno dei regolamenti più rigidi al mondo: camere e appartamenti sono disponibili sul portale per non più di 60 giorni, la registrazione degli ospiti presso il comune è obbligatoria e gli ispettori hanno intensificato in maniera sostanziale i controlli. Molto è stato già fatto ma evidentemente non basta: il problema, infatti, non è Airbnb ma la giungla che il portale ha contribuito a costruire ad Amsterdam.

Basta dare uno sguardo alle pagine Facebook dedicate a chi cerca un alloggio in città: il subaffitto ai turisti fuori dalle regole spopola e l’aumento esponenziale di camere e appartamenti offerti, nonostante i limiti imposti, ha trasformato molte aree in grandi Airbnb a tempo pieno, villaggi turistici in funzione 24 ore, con tutto ciò che ne consegue: trasporti e viabilità sotto pressione inaudita, piste ciclabili che scoppiano per il traffico, nuove attività commerciali aperte in larga parte pensate per i residenti temporanei, disagi per chi vive la vita quotidiana e non è in vacanza.

Il problema, quindi, non sono i turisti o Airbnb ma le dimensioni che ormai ha assunto la questione; non è più un trend di nicchia ma un vero e proprio fenomeno di massa che Amsterdam però non riesce più a gestire. Il portale di subaffitti più noto al mondo “si è preso” la capitale senza però assumersi alcuna responsabilità nei confronti della comunità comunità e delle istituzioni locali.

Su Facebook sono frequenti le offerte di subaffitto a turisti

Il nuovo corso “politico” del colosso della sharing economy che ha messo in campo un manager delle relazioni pubbliche  per cambiare i rapporti del passato, un pò burrascosi con il comune e con la stampa – ma soprattutto per migliorare la pessima immagine di “rovina quartieri” che il sito si è tirato dietro, simbolo ormai con Starbcuks e Ryanair della “Disneyficazione” delle città- non si cura dell’emergenza che ha contribuito a causare. Ciò di cui si cura, invece, è il pesante calo nel volume di commissioni dovuto alle regole imposte.

Ad Amsterdam, il subaffitto ai turisti è una risorsa (economica) per alcuni e un pesante disagio per molti che ha finito per  influire in maniera insostenibile sulla situazione del mercato immobiliare già pesantemente compromessa.

Per questo motivo, ad Amsterdam, vietare del tutto Airbnb e siti simili è l’unica soluzione possibile per garantire un minimo di vivibilità.