10430510_410878285738205_9182414941763617832_n

di Alessandro Pirovano

Quando martedì 24, dopo 11 giorni di occupazione, la polizia ha portato via i ragazzi barricati all’interno del Bungehuis, polo umanistico dell’Università di Amsterdam (UvA), nessuno avrebbe scommesso qualcosa sul futuro di questa lotta. E invece gli studenti hanno rilanciato, puntando ancora più in alto. Il giorno dopo, al termine del corteo, hanno spalancato le porte del Maagdhuis, ufficio centrale dell’ UvA, occupando lo stabile, e hanno discusso anche con il sindaco: l’occupazione prosegue da 6 giorni e i vertici dell’università, i maggiori imputati presso il ‘tribunale degli studenti’, non hanno ancora osato rivolgersi alla polizia.

Forse è solo questione di giorni, ma, al di là di come finira’, gli studenti di Amsterdam hanno imposto le loro tematiche all’agenda nazionale. E la loro esperienza ha qualcosa da dire anche all’Italia. Innanzitutto bisogna ricordare la determinazione degli universitari olandesi, per i quali l’occupazione non rappresenta una sorta di rito annuale ma una risorsa, una pratica inusuale e conflittuale, utile sia per rafforzare  la consapevolezza tra di loro,  sia per far conoscere la propria lotta. Conflittualità e determinazione si sono reciprocamente sostenute: persa la sua aura rituale, l’occupazione si è presentata come uno strumento cruciale, da sfruttare al massimo. Anche per questo, dopo il Bungehuis è seguito l’ingresso nel Maagdhuis. E la piattaforma rivendicativa non è stata certo rimodellata alla ricerca di una soluzione accomodante, di un compromesso di qualunque tipo, anche al ribasso. Anzi. Gli studenti, riuniti nella organizzazione De Nieuwe Universiteit, hanno ripresentato ostinatamente le stesse 6 proposte iniziali. Parallelamente alla determinazione e alla serietà degli studenti, però, bisogna sottolineare la diversa attitudine dei vertici politici, dovuta forse all’assenza in Olanda di quello spauracchio “comunista” che storicamente ha offerto  l’alibi ai governi, per evitare il confronto con le proteste: vai a parlare con gli studenti? Tratti con i movimenti? Sei loro complice, sei un impenitente comunista. E in un paese come il nostro, spaventare i moderati non è una strategia conveniente. In Olanda, invece, sembra dominare un atteggiamento laico, privo di una vergogna quasi infantile nel riconoscere certi soggetti antagonisti come interlocutori. Per questo, pragmaticamente il sindaco di Amsterdam, lo stesso che solo il giorno prima aveva autorizzato lo sgombero del Bungehuis, ha deciso di entrare nell’edificio occupato, discutendo con gli studenti. Ciò li ha resi interlocutori politici e non semplicemente un problema di ordine pubblico da risolvere al più presto. E proprio per questo, l’occupazione ancora dura: la politica vince e le camionette della polizia si sono allontanate, per ora.

Infine, oltre alla diversa, in un certo senso complementare, attitudine di studenti e controparte politica e universitaria, bisogna ricordare anche un terzo attore, il mondo dell’informazione, capace ormai di far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Anche questo caso ha molto da raccontare alla nostra Italia: seguire in diretta streaming un’assemblea da un’università occupata sarebbe qualcosa di eccezionale nel nostro paese. Mentre in Olanda, anche una assemblea (!) da un’università occupata è stata seguita dalle telecamere e mandata in onda: in questo modo, la ricerca del “nemico”, creato ad arte, non è approdata a nulla e anzi, le voci, i visi e le richieste di questi giovani sono riusciti a bucare lo schermo. Riuscendo, nel migliore dei casi, a coinvolgere altri e a rinforzare le proprie rivendicazioni. O perlomeno, come in questo caso, a guadagnare tempo e a evitare lo sgombero immediato.

Alessandro Pirovano, laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Pavia è ora studente del corso Mass Media e Politica a Bologna. Collabora con +31mag, Gli Stati Generali e ha scritto di musica su Rockit e L’indipendente.