The Netherlands, an outsider's view.

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IL CASO Amsterdam e la tolleranza linguistica a targhe alterne: si all’inglese per gli expat, no per i rifugiati



Durante la protesta dei richiedenti asilo presso la sede del partito laburista (Pvda) ad Amsterdam, si è verificato un piccolo incidente, tra un parlamentare laburista ed i manifestanti, sfuggito alla stampa olandese (se non a PowNed) che rende bene la misura del confuso clima politico e culturale del Paese.

Ma andiamo con ordine. Hans Spekman, presidente del PvdA da gennaio 2012 e dissidente di spicco del partito è stato il primo volto noto ad essersi affacciato dall’ufficio nazionale del Partito, ad Herengracht:  uscito la prima volta a fumare una sigaretta, si è guardato intorno un attimo quasi a prendere le misure per intervenire, ma deve essergli apparso chiaro fin dall’inizio che l’aspetto “popolare” e una calcolata informalità, non sarebbero riusciti a scaldare il cuore della piazza: per i manifestanti, Spekman non era uno di loro ma solo un dirigente del partito laburista. 

Gli organizzatori hanno pretesto che si mettesse in coda alla scaletta degli interventi come gli altri ma soprattutto che si esprimesse in inglese, lingua veicolare che avrebbe permesso a tutti di capire ciò che stava dicendo; d’altronde i richiedenti asilo per la maggior parte ancora non conoscono l’olandese e  l’inburgering, il corso gratuito organizzato dal comune è accessibile solo a chi ha i documenti in regola; quindi non a loroAlle richieste di esprimersi in inglese, il presidente del partito laburista avrebbe commentato che le questioni nazionali si trattano in olandese: una frase diplomaticamente sfortunata, che in molti hanno recepito come affronto, mentre la parte più informata riconduceva alla scarsa dimestichezza con l’inglese dello stesso Spekman.

Comunque siano andate le cose, parlare di una normativa che riguarderà gran parte dei partecipanti alla manifestazione ed esprimersi in un idioma che quei partecipanti non sono in grado di comprendere e’ un atto discriminatorio. Eppure il comune di Amsterdam, guidato da Eberhard van Der Laan, compagno partito di Spekman, sulla pagina Iamsterdam non sembra preoccuparsi troppo se gli expat l’olandese non lo parlano.

iamsterdam

 

 

 

Che Spekman non parli un inglese sufficiente a consentirgli di spiegare un testo di legge, può essere ben scusabile: prendete un politico italiano dello stesso rango e probabilmente non otterreste risultati diversi. Solo che Spekman fa politica in Olanda, non in Italia, un Paese, il primo, dove l’utilizzo della lingua veicolare per eccellenza è un dato di fatto che riduce la portata di qualunque altra pretesa identitaria e pseudo-nazionalista.

E lo è a maggior ragione ad Amsterdam, dove il sindaco, solo qualche settimana fa, ha accettato di confrontarsi in inglese (sfoggiandone, tra l’altro, una conoscenza impeccabile) con un gruppo in maggioranza di studenti olandesi: ma come, la Capitale non ha sempre fatto un vanto della sua apertura internazionale? E non è forse vero che l’amministrazione va orgogliosa dello status di seconda città più multietnica al mondo? Questo melting pot sarebbe stato possibile se tutti i colonnelli dei partiti che guidano la città ed il Paese si fossero rifiutati di comunicare in inglese? Ne dubitiamo. Soprattutto perchè nessuno andrà mai a dire ad un “expat” (secondo i nord americani, sarebbero altra cosa rispetto agli “immigrati”, anche quando il loro visto scade e diventano “illegalen” come i rifugiati) che lavora presso una multinazionale: “da oggi devi parlare olandese”. Gli “expat” possono comprare casa in inglese, pagare le tasse in inglese, parlare con gli uffici del comune in inglese, ordinare una pizza a domicilio in inglese mentre ad un “immigrato” viene negato persino il diritto di conoscere quali effetti avrà la nuova normativa sulla loro pelle.

Imparare la lingua nazionale è giusto e sacrosanto ma tagliare fuori una fetta della popolazione, legale o illegale che sia, pronunciando un discorso su una normativa che riguarda proprio quella fetta di popolazione e farlo in una lingua a loro sconosciuta è a tutti gli effetti un atto discriminatorio. Certo, valutando il contenuto dell’accordo di governo sull’assistenza in cambio di espulsione, cinica ironia suggerirebbe che a questo punto non è una discriminazione in più a fare la differenza, vista la posizione insostenibile dell’esecutivo olandese, ma questo piccolo e spiacevole episodio accaduto ad Amsterdam è, nella sua irrilevanza, da non sottovalutare.

 

Paolo Rosi e Massimiliano Sfregola






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