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L’Olocausto e l’Olanda: perchè da un paese (considerato) tollerante venne deportato il 70% degli ebrei?

di Martina Bertola

Michel Zacharz AKA Grippenn[1], CC BY-SA 2.5, via Wikimedia Commons

È il 15 maggio del 1940 quando i Paesi Bassi finiscono ufficialmente sotto occupazione nazista. Solo il giorno prima, il generale Henri Winkelman aveva annunciato la resa del Paese in seguito al bombardamento di Rotterdam e a una minaccia pendente su Utrecht.

L’Olanda, che ha sperato fino all’ultimo di superare illesa la Guerra, come già accaduto qualche anno prima, non aveva, però, fatto i conti con l’ambizione nazista di mettere le mani su tutta l’Europa.

I reali fuggirono a Londra, da dove la regina Guglielmina cercò di sostenere il suo popolo, e ormai i Paesi Bassi in mano ai nazisti, o meglio al governatore austriaco Arthur Seyss-Inquart, che aveva il compito di controllare il governo collaborazionista.

Idealmente gli olandesi rientravano nell’Heimat, secondo i nazisti, ossia la stirpe etnica a cui appartengono anche i tedeschi, e per questo motivo i nazisti li consideravano fratelli. Tuttavia, come negli altri paesi occupati, il governo tedesco non perse tempo e applicò la politica di “allineamento” Gleichschaltung, che forzava l’individuo, attraverso scelte politiche e sociali, ad abbracciare la corrente di pensiero nazista. Questo procedimento prevedeva prima di tutto lo sciogl…

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