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L’Olocausto in Olanda: perchè da un paese tollerante venne deportato il 70% degli ebrei?

Gli olandesi non erano antisemiti ma indifferenza, una burocrazia molto efficiente e la posizione geografica furono fatali a 7 ebrei su 10

di Martina Bertola

 

È il 15 maggio del 1940 quando i Paesi Bassi finiscono ufficialmente sotto occupazione nazista. Solo il giorno prima, il generale Henri Winkelman aveva annunciato la resa del Paese in seguito al bombardamento di Rotterdam e a una minaccia pendente su Utrecht.

L’Olanda, che ha sperato fino all’ultimo di superare illesa la Guerra, come già accaduto qualche anno prima, non aveva, però, fatto i conti con l’ambizione nazista di mettere le mani su tutta l’Europa.

I reali fuggirono a Londra, da dove la regina Guglielmina cercò di sostenere il suo popolo, e ormai i Paesi Bassi in mano ai nazisti, o meglio al governatore austriaco Arthur Seyss-Inquart, che aveva il compito di controllare il governo collaborazionista.

Idealmente gli olandesi rientravano nell’Heimat, secondo i nazisti, ossia la stirpe etnica a cui appartengono anche i tedeschi, e per questo motivo i nazisti li consideravano fratelli. Tuttavia, come negli altri paesi occupati, il governo tedesco non perse tempo e applicò la politica di “allineamento” Gleichschaltung, che forzava l’individuo, attraverso scelte politiche e sociali, ad abbracciare la corrente di pensiero nazista. Questo procedimento prevedeva prima di tutto lo scioglimento di partiti e organizzazioni anti-naziste o comunque non palesemente simpatizzanti con l’NSB (il Partito Nazionalista dei Paesi Bassi, unico partito di governo).

Iniziarono, quindi, anche le persecuzioni contro gli ebrei. Gli olandesi in larga misura, condividevano una sorta di pregiudizio nei confronti degli ebrei, considerati avari, ricchi, furbi, ma non sposarono mai l’ideologia nazista legata alla purezza della razza. Eppure, per una serie di circostante e anche di colpe, gli ebrei olandesi sono stati tra quelli ad aver subito in maniera più devastante gli effetti della Shoa. La comunità ebraica all’inizio della guerra era composta da diversi gruppi. Una parte sefardita, discendente dai profughi portoghesi del ‘600, un’altra appartenente agli askenaziti, arrivati nell’800 dall’Europa orientale e infine un gruppo di circa 20.000 arrivato negli ultimi anni dalla Germania nazista, nella speranza di trovare nella neutralità dei Paesi Bassi un rifugio sicuro. Sebbene quest’ultima immigrazione sia stata vissuta con insofferenza dagli olandesi, che consideravano l’Olanda già “piena”, l’antisemitismo non fu mai un sentimento diffuso.

Prima della guerra in Olanda vi erano circa 140.000 ebrei, il 70% dei quali morì nei campi di concentramento. Solo 5000 dei sopravvissuti fecero ritorno dai campi, il resto di coloro che si salvò è riuscito a nascondersi in tempo in rifugi che non sono stati scovati. Il numero di morti è altissimo se paragonati al Belgio, dove morì il 30% della popolazione ebraica, o alla Francia, che vide morire il 23% degli ebrei francesi.

I Paesi Bassi non hanno una tradizione antisemita radicata e hanno alle spalle una tradizione di tolleranza e rispetto per le diversità, com’è possibile allora che la comunità ebraica olandese sia stata la più martoriata dell’Europa occidentale?

Le leggi razziali

Vari fattori contribuiscono a questa situazione, come la difficoltà di prevedere la strategia tedesca riguardo alla soluzione finale. La gerarchia nazista tenne nascosti i dettagli che riguardavano i campi di concentramento e i primi passi furono semplici restrizioni che i cittadini olandesi accettarono in gran parte con passività e indifferenza. Già nel luglio del ’40 gli ebrei vennero licenziati dagli impieghi statali, nel ’41 agli ebrei venne interdetto l’accesso a piscine comunali, a cinema, al teatro e a qualsiasi altro luogo di svago, inclusi ristoranti e caffè. Nell’agosto dello stesso anno gli studenti ebrei furono costretti ad abbandonare le scuole pubbliche. Successivamente consegnarono le biciclette, e venne loro vietato l’utilizzo dei mezzi pubblici. Nel ’42 venne introdotto l’obbligo per gli ebrei di indossare la stella di David sui vestiti.

Nel febbraio del 1941 il Communistische Partij Nederland (il partito Comunista dei Paesi Bassi) organizzò uno sciopero per protestare contro la deportazione della popolazione ebraica di Amsterdam. Lo sciopero venne represso e gli organizzatori a capo di esso fucilati nell’aprile dell’anno successivo.

Questo è stato l’unico momento di protesta ufficiale, per il resto, nonostante molti olandesi scelsero di rischiare la vita nascondendo intere famiglie ebraiche nelle proprie case, molti di più rimasero indifferenti.

La posizione geografica dei Paesi Bassi non aiutò la fuga. L’unico paese in cui poter fuggire era il Regno Unito, ma è difficile attraversare la manica, mentre passare per la Francia occupata era troppo pericoloso. L’assenza di rilievi poi, rese difficile la vita anche alla Resistenza, che con l’avanzare della guerra, aumentava sempre più le proprie fila, ma con scarsa efficacia militare.

Maledetta burocrazia

A favorire la deportazione degli ebrei è stata, però,  l’efficace burocrazia olandese. I registri comunali erano perfettamente in ordine ed era facile, così, riuscire a risalire ai vari membri della comunità. Un ruolo fondamentale lo ha giocato a questo proposito Jacob Lentz, ispettore del Registro della Popolazione, che introdusse un’unica schedatura nazionale, facendo l’inventario dei dati raccolti da ogni comune. Prima dell’arrivo dei tedeschi predispose l’obbligo per tutti di portare la carta d’identità, ma all’epoca l’idea venne bocciata. I nazisti, però, la rivalutarono volentieri e Lentz introdusse questa carta prodotta con avanzatissime tecniche tipografiche in maniera fosse difficile da falsificare, cosa che causò non pochi problemi alla Resistenza e allo spionaggio inglese. Per gli ebrei venne creata la Judenkartei, in maniera tale che tutti gli ebrei olandesi fossero riconoscibili con un marchio a forma di “J” (Jood) sulle loro carte d’identità. L’efficienza di Lentz e del suo ufficio, lo zelo con cui si impegnò a identificare le famiglie ebree, resero la vita dei nazisti estremamente facile. Per il resto bastò la promessa di 7,50 fiorini per ogni ebreo denunciato per scatenare diversi cacciatori di taglie.

Ebrei traditi da altri ebrei

Un altro ente che facilitò le procedure di riconoscimento degli ebrei fu lo stesso Consiglio Ebraico, un organo che i tedeschi costituirono per ingannare gli ebrei facendo loro credere che una parte avrebbe potuto salvarsi a patto di collaborare. Del resto cosa avvenne esattamente nei campi di concentramento probabilmente non era noto e in molti speravano in una capitolazione del nazismo.

Westerbork, il campo di concentramento nei Polders

L’unico campo di cui si conoscono le condizioni è quello di smistamento di Westerbork dove il trattamento non è estremamente duro e ancora sopportabile. Uno specchietto per le allodole che porta il Consiglio ebraico a collaborare con i tedeschi indicando loro chi può essere deportato immediatamente o chi può essere annoverato tra gli Sperrjuden, coloro che per via delle loro mansioni possono essere esentati dalla deportazione.

Jop Levy è nato nel 1935 e da bambino ha indossato la stella di David sul suo cappotto, perché era ebreo. Suo padre, commerciante di bestiame, quando capisce la gravità della situazione chiede a dei contadini amici la possibilità di un nascondiglio. In questo modo il piccolo Jop è sopravvissuto insieme alla sua famiglia. La sua testimonianza, racchiusa in quest’intervista rilasciata per +31mag.nl, è preziosa per capire meglio l’assurdità che ha dovuto vivere durante la sua infanzia, passando per due anni chiuso nel sottotetto di un fienile, ritenendosi fortunato per aver potuto trascorrere quel tempo con la sua famiglia, consapevole di quanto questo non fosse scontato.

 

 

 


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