Auhtor pic: Greger Ravik Source: Flickr License: CC 3.0
di Massimiliano Sfregola
Il caso dell’alto funzionario libico accusato di crimini contro l’umanità, e accompagnato dall’Italia in Libia su un volo di Stato, ha provocato una reazione a catena che rischia di diventare una crisi istituzionale di dimensioni enormi. Mentre scriviamo, infatti, da un lato il governo ha cancellato l’audizione in Parlamento voluta dall’opposizione, per riferire della vicenda e dall’altro è in aperta polemica con la magistratura che ha comunicato al tribunale dei ministri la registrazione di notizie di reato contro la premier Meloni e gli altri tre ministri: Giustizia Carlo Nordio, Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.
Mentre a questa intricata vicenda continuano ad aggiungersi elementi, una domanda rimane ancora senza risposta: oltre alla volontà politica di forzare le regole, che i protagonisti governativi non hanno di fatto negato, l’Italia aveva altre possibiltà? Secondo la docente italiana di diritto internazionale dell’Università di Utrecht, Seline Trevisanut, esperta proprio nella questione di diritto del mare e respingimenti, un nodo chiave nei rapporti Italia-Libia, a seguire le regole che impongono di rispettare le richieste della Corte dell’Aia, l’Italia non aveva molte strade, oltre a forzarle: “L’Italia ha sottoscritto un obbligo di cooperazione con la Corte dell’Aia e in questo caso ha deciso di fare un passo indietro disattendendolo”, dice a 31mag.
Possibile che ai vertici italiani ci sia stato un corto circuito interpretativo nell’applicazione della normativa internazionale? “No, lo escludo”, prosegue la docente italiana. “Il ministro della Giustizia, Nordio, è un giurista di alto profilo e grande esperienza è piuttosto improbabile che non sapesse come comportarsi. La decisione è stata esclusivamente politica”.
A conferma del fatto che l’Italia abbia deliberatamente scelto di ignorare la Corte Penale dell’Aia, ci sono anche le dichiarazioni del governo che ha confermato nei giorni passati, respingendo una mozione parlamentare in questo senso, la volontà di non arrestare il leader israeliano Benjamin Nethanyau qualora mettesse piede in Italia, ignorando il mandato di cattura dell’ICC. Come fanno sovranismo e multilateralismo a coesistere? “Nelle relazioni internazionali abbiamo assistito sempre ad un’oscillazione tra periodi storici dove l’interesse nazionale era considerato la priorità assoluta, ad alri in cui il multilateralismo e la giustizia universale e sono state considerate la bussola. In questo periodo, l’opportunità politica di valutare caso per caso anche a scapito di coerenza e regole comune”, prosegue la Trevisanut. L’Italia potrebbe rappresentare un esempio per altri paesi che si sentiranno, a questo punto, legittimati ad ignorare i tribunali internazionali? “Tutto dipenderà proprio dalla risposta degli altri Stati. Se non ci sarà nessuna reazione (al caso Almasri n.d.r.) allora possiamo dire che il multilateralismo e le Corti internazionali potrebbero andare incontro ad un periodo molto difficile”.
In realtà, l’Italia avrebbe potuto processare direttamente il generale libico: ” L’Italia ha firmato e ratificato diverse convenzioni internazionali che prevedono una giurisdizione universale automatica. Quindi, non ci sarebbe stato neanche bisogno di trasferirlo a L’Aia”, riprende la docente. Processato in Italia per un crimine compiuto in Libia? “Si, il principio di giurisdizione universale lo prevede e d’altronde l’ICC è una corte di ultima istanza: se non esistono altri strumenti giuridici nazionali e se le autorità mostrano di non essere interessate a perseguire dei crimini compiuti sul loro territorio, si può invocare la giurisdizione universale”. E perchè non è successo? “Sfortunatamente, l’Italia ha adottato un’interpretazione restrittiva di questo principio e la magistratura italiana può agire solo per specifici capi d’imputazione”. C’entra, il paese di origine dell’indagato? “No, anzi: nel caso del generale libico, la situazione precaria della struttura statale libica sarebbe stata una ragione sufficiente per convincere i giudici a procedere. Il problema è il nostro ordinamento, in questo caso: in alcuni paesi, tortura e altri crimini contro l’umanità sono stati recepiti nell’ordinamento interno e i sospettati di aver compiuto efferatezze possono essere giudicati mentre in Italia, i casi sono molto limitati”.
In questo, specifico, si parla di una personalità di alto rilievo nella catena di comando libica. “Esattamente”, dice ancora la docente di Utrecht: “Proprio per l’alto profilo, la situazione del paese e la lista enorme di crimini che gli vengono contestati, probabilmente un appiglio nel nostro codice penale con la Convenzione contro il Genocidio del ’48 sarebbe stato possibile trovarlo”. E invece niente. Almasri non è stato processato in Italia e probabilmente non lo sarà a L’Aia.







