Asia, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

di Eleonora de Martin

“I primi albanesi in Italia iniziatono ad arrivare nella metà del ‘400. Io sono partita proprio da là”. Tiziana Barillà, giornalista e scrittrice del libro Quelli che spezzano: gli arbëreshë tra comunalismo e anarchia, usa un’espressione piuttosto provocatoria per definire il contenuto del suo libro: chiama quelle antiche tratte “rudimentali corridoi umanitari”. 

La storia racconta che all’inizio del ‘400 Alfonso V d’Aragona, re del regno di Napoli e di Sicilia, chiese aiuto al prode condottiero Kastrioti per reprimere la congiura dei baroni. Come ricompensa il re donò al suo alleato alcune terre in provincia di Catanzaro e i molti arbëreshë ne approfittano per emigrarvi durante l’avanzata degli Ottomani. 

“Erano ovviamente vie di accesso rudimentali – ricorda Barillà – all’epoca non è che ci fossero le ONG che potevano prendersi cura di queste persone, ma l’aspetto interessante è il ciclo storico che si ripete”. 

Come cinque secoli fa. O forse peggio

Una storia che inizia e che si ripete come una sinistra fiaba. Cinque e passa secoli fa c’era nel sud dell’Albania un popolo perseguitato dai Turchi e un territorio, il sud dell’Italia, dove i signori continuavano a scrivere al re lamentandosi dell’assenza di braccia per le loro terre. Tra carestie e guerre la popolazione nelle aree del meridione era ridotta ai minimi termini. 

Il re accettò di far entrare gli albanesi che diventano fondamentalmente schiavi. Un chiaro riferimento ai giorni nostri: “chi arriva clandestinamente in Italia diventa schiavo nelle nostre campagne o nelle nostre fabbriche. Quello che a me piace sottolineare è che adesso entrano per via illegale quindi la situazione è peggiorata rispetto a cinquecentocinquanta anni fa”, spiega Barillà.

“Nella stragrande maggioranza gli italo-albanesi hanno fondato delle comunità diventate veri e propri paesi. Spezzano Albanese – la comunità di cui mi occupo io nel libro- è la più grande. Conta quasi 8.000 abitanti. Il numero, sull’intera popolazione calabra non è trascurabile. Di fatto gli arbëreshë non hanno fondato la città ma l’hanno ripopolata. Quello che oggi chiedono è il diritto di essere cittadini a pieno titolo per poter soddisfare i propri bisogni economici e sociali. Cinquecento anni fa è avvenuto, con tutte le differenze del caso, e non c’erano i diritti umani. Oggi diciamo che ci sono e non ci sono allo stesso tempo”

Un arbëreshë in Italia e un albanese si capiscono?

Gli arbëreshë sono originari del sud dell’Albania e anche la loro lingua non è quella albanese. Un po’ come se una comunità di italiani parlasse il fiorentino. Dal punto di vista della comunicazione, l’abanese e l’arbëreshët sono due lingue molto diverse, faticano a comunicare tra di loro ma possono in qualche modo comprendersi.

Ciò è stato dimostrato quando 30 anni fa, migliaia di migranti salpati dall’Albania sul mercantile Vlora sono approdati in Puglia. Un avvenimento che in molti ricordano per la dura propaganda anti immigrazione che lo accompagnò.

L’autrice di Quelli che spezzano racconta: “quando è arrivata la nave stracarica di persone dall’Albania, gli arbëreshë sono stati tra i primi ad accoglierle. Molti di loro si sono presentati in costume tradizionale proprio perché questo è stato visto come un secondo esodo. Quando sono arrivati alla metà del ‘400 parlavano questa lingua, l’arbëreshët, che non solo era parlata solo nel sud dell’Albania ma che era priva di tutti quei termini e vocaboli che sono nati nel corso di questi cinque secoli. L’arbëreshët di oggi è una lingua che ha integrato questi vocaboli mancanti con il calabrese, il siciliano e l’italiano”.

Anarco-calabro-albanesi: tra identità e integrazione

Quando chiedi a un arbëreshë se si senta più italiano o albanese devi tener conto delle altre due radici: il fatto di essere anarchici e calabresi. “Se al giorno d’oggi gli chiedi se si senta italiano, l’anarchico ti dice di no, il calabrese risponde boh, l’arbëreshë preferisce essere considerato italo-albanese. Vive sempre la condizione di una doppia patria”. 

Jovannana, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Essendo da centinaia di anni in Italia, gli italo-albanesi ne hanno condiviso la storia e sono stati una comunità attiva anche nella lotta contro il fascismo. Tuttavia, mantengono e difendono una loro diversità.

Una contraddizione solo apparente, dovuta a un’ambiguità del termine integrazione. “É una di quelle parole che si usa moltissimo in Italia e in tutta Europa rispetto al grande tema delle migrazioni. C’è un grande equivoco di fondo sulla parola integrazione. Cosa vuol dire? Può voler dire incontro, “integrazione verso l’altro” oppure integrazione identitaria che si basa sull’annullamento dell’identità di quelli che entrano che ripiega sulla cultura di chi li ospita. Per me, integrazione è una parola orribile, sarebbe meglio usare una parola come incontro”.

Il modello di Spezzano Albanese alternativo a Riace

Nel suo ultimo libro, Tiziana Barillà fa luce non solo sulla storia culturale della comunità di Spezzano ma anche sull’unicità del loro percorso politico di municipalismo libertario: un sistema politico basato sull’autogoverno e la democrazia diretta tramite l’istituzione di assemblee popolari.

“In Italia abbiamo il modello Riace, un esempio di municipalismo liberario che, per semplificare, indica la massima autonomia locale. Riace ha un percorso istituzionale, perché a Riace si andava alle elezioni, si vincevano le comunali e si governava il comune.

L’altro esperimento in Italia è proprio quello di Spezzano Albanese, che ha percorso però un’altra strada:  quella di governare la comunità senza passare necessariamente attraverso le istituzioni. La comunità di Spezzano ha allestito la Federazione Municipale di Base dove si raduna e governa in maniera parallela a quella dello Stato.” La Federazione si occupa di tute le questioni dell’amminsitarzione comunale basandosi sul principio di democrazia diretta per il quale i cittadini si autogovernano tramite l’associazionismo. 

“Il modello sviluppato da Murray Bookchin, studioso anarchico e padre del municipalismo libertario- racconta Barillà- vede nella confederazione di tante comunità autonome che si autogovernano l’alternativa al nazionalismo. Il problema si verifica quando bisogna mettere assieme diversi paesi di 7-8000 abitanti. La parola chiave è assemblea”

I due modelli rappresentano due alternative. Nessuna delle due è perfetta, entrambe hanno dei grandi limiti che a un certo punto le arrestano. “Io sono arrivata alla conclusione che il problema non è quale strada scegliere, ma la solitudine. Il fatto che queste esperienze vengano trasformate in bandiere, raccontate e studiate da tutti ma non reiterate ovunque. C’è qualche isola ma manca l’arcipelago”.

Il municipalismo libertario come risposta all’abbandono del Meridione

Come nel Rojava, l’esempio più famoso al mondo di municipalismo libertario, è nelle situazioni di guerra e difficoltà che si è sviluppato questo tipo di confederazioni. Questo perchè è un territorio complicato. Nell’assenza totale di diritto si riesce a innestare soluzioni totalmente alternative al sistema.

“La presenza dello stato è qualcosa che in Calabria soffriamo: più che terra di rassegnazione siamo una terra di abbandono da parte di chi la sfrutta e di chi non vorrebbe abbandonarla ma è costretto a farlo. La Calabria è una regione molto grande con meno di 1,8 milioni di abitanti. Oggi le proiezioni fanno rabbrividire: c’è un’evidente desertificazione umana che è molto simile a quella del 1400 quando non c’erano più le persone che lavoravano le terre. Questo è quello che Riace rappresentava, la rinascita di un borgo e di un territorio grazie all’incontro delle culture. Non l’integrazione di uno o dell’altro come operazione di inglobamento, ma come incontro e rigenerazione. I due modelli sono l’unica alternativa possibile alla desertificazione”.