di Ceren Tunali

 

Il piano olandese per affrontare l’emergenza rifugiati si basa, quasi esclusivamente, sulla politica degli “hot spot” in Turchia, ovvero centri di accoglienza dove possano essere vagliate (poche) domande per l’Europa. Il vicepremier Diederik Samsom, poi, vorrebbe “riportare indietro” i rifugiati che dal paese di Erdogan approdano in Europa, sulle isole greche di Lesbos o Kos. Secondo Samsom, la Turchia sarebbe diventato un paese “sicuro”.

Ma è vero? Melih Cilga è un giornalista freelance e blogger turco, specializzato nella questione rifugiati. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente ad Istanbul per capire, dal versante turco, come vengono viste le “soluzioni” offerte dal governo durante il semestre europeo: “E’ persino assurdo che qualcuno prenda seriamente in considerazione quell’ipotesi” dice Melih Cilga a 31mag.nl a proposito dell’uscita di Samsom “non ricordo reazioni particolari da parte della stampa turca al riguardo ma un’idea simile si scontrerebbe con un dettaglio non da poco: dichiarare, su carta, che la Turchia è un paese sicuro, non significa renderlo poi, effettivamente sicuro” continua il giornalista turco.

La questione dibattuta in queste settimane dai vertici UE è relativa proprio alla “presunta sicurezza” del paese. La Turchia, insomma, è un approdo sicuro per i rifugiati oppure no? “Il mio paese, ratificò la Convenzione Onu sui rifugiati del 1951 con una clausola di limitazione geografica: solo a europei, e non anche a cittadini provenienti da altre zone del mondo, può essere riconosciuto lo status di rifugiato. Il governo si è impegnato a rimuovere questa clausola ma ad una condizione: l’ingresso del paese nell’UE. Ancora una volta, un dramma umano utilizzato come merce di scambio politica.” continua ancora Cilga. Una situazione confusa e contradditoria, insomma, che rischia di rimanere in stallo ancora a lungo. Indipendentemente dalle istituzioni, come vivono i rifugiati, soprattutto quelli siriani, in Turchia? “I 2,5 milioni di profughi del paese, sono spesso oggetto di sfruttamento da parte di datori senza scrupoli e l’idea del governo di introdurre uno schema di permessi di lavoro temporanei rischia di lasciare invariata la situazione: nei settori tessile, delle costruzioni e delle attività stagionali nell’agricoltura, sono impiegati migliaia di siriani senza diritti.” Cilga non crede alle buone intenzioni pubbliche del governo turco: secondo lui, infatti, le autorità considerano l’emergenza-profughi come un problema transitorio e non si starebbero realmente attrezzando per l’integrazione dei siriani. “Molti saranno a breve parte della società turca mentre il governo fa finta di nulla e si comporta come se da un giorno all’altro, dovessero andar via tutti”.  I 3 miliardi di euro offerti dall’UE alla Turchia, potrebbero migliorare la situazione? “Dipende da come verranno spesi” riprende il giornalista “se dovessero servire solo per militarizzare il territorio e trasformare il paese in una “prigione a cielo aperto” allora la risposta è scontata; diversa invece è la situazione, qualora quei soldi fossero investiti per migliorare la vita dei profughi. Senza un vero e proprio monitoraggio, con l’alto tasso di corruzione della Turchia, il rischio concreto è che, quel denaro, finisca per non risolvere nulla.”