The Netherlands, an outsider's view.

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ART

L’incredibile storia del più grande falsario d’arte del XX secolo

Han van Meegeren è riuscito a ingannare tutti: gerarchi nazisti, storici dell'arte e i più grandi esperti al mondo di Vermeer. Per salvarsi la pelle, però, ha faticato non poco a svelare la propria identità



29 ottobre 1947. Nella stanza quattro della sezione regionale del Tribunale di Amsterdam si apre il processo a un olandese che ha appena compiuto cinquantotto anni: un uomo gracile, invecchiato precocemente e cagionevole di salute.

Al termine della seconda guerra mondiale, la commissione alleata per l’Arte è incaricata di indagare e restituire ai legittimi proprietari le opere d’arte acquistate o trafugate dai nazisti nel corso degli anni: sul banco degli imputati compare Henricus Antonius van Meegeren, un mediocre pittore di Amsterdam conosciuto con il diminutivo di Han. 

Il motivo della sua incriminazione è evidente: aver venduto un autentico Vermeer a Hermann Göring, il ministro fedelissimo di Hitler morto nel 1946.

Nel tesoro del gerarca nazista nascosto in una miniera di sale austriaca, pochi mesi prima, gli esperti della Commissione si imbattono in qualcosa di inaspettato: uno sconosciuto dipinto dell’artista olandese Johannes Vermeer, Cristo e l’adultera.

Grazie alla certosina precisione dei sinistri burocrati del Reich, la commissione riesce a tracciare la provenienza dell’opera d’arte: il dipinto, infatti, è stato venduto a Göring da Alois Miedl, un banchiere e collezionista tedesco, che a sua volta l’aveva acquistato dall’agente di un artista e mercante d’arte olandese, Han van Meegeren.

All’epoca la trattativa filò liscia perché, a causa dello scoppio della guerra, non era stato possibile confrontare il Cristo e l’adultera con nessuna altra opera di Vermeer custodita in collezioni pubbliche.

Interrogato, van Meegeren si rifiuta di fare il nome del proprietario del quadro prima che finisse nelle mani naziste. Così viene accusato di collaborazionismo e, avendo venduto un capolavoro del patrimonio culturale olandese, rischia di essere condannato a morte.

Anche volendo, però, quel nome il mercante di Deventer non avrebbe mai potuto rivelarlo: al contrario, avrebbe dovuto ammettere di aver creato il Vermeer lui stesso, così come aveva fatto con altre opere di Frans Hals, Pieter de Hooch e Gerard ter Borch in molti anni di onorata carriera e guadagnando l’equivalente di circa 30 milioni di dollari del tempo.

Gran bevitore di champagne, all’epoca van Meegeren amava collezionare alberghi in tutto il paese e nascondeva il resto dei contanti sotto le assi dei pavimenti nelle sue sempre più numerose proprietà.

L’arresto e la condanna – poi commutata prima in ergastolo e poi a una più blanda detenzione per un anno – involontariamente sono stati il coronamento di un percorso travagliato ma esemplare: criticato da giovane per i suoi ritratti in stile Rembrandt, Han van Meegeren va a scuola di falsificazione da Theo Van Wijngaarden, un celebre restauratore di Amsterdam. 

Qui il talentoso artista approfondisce non solo le tecniche pittoriche del secolo d’oro olandese ma riesce a interpretare pienamente l’esprit con cui Vermeer e sodali dipingevano interni, ritratti e nature morte.

La pazienza e l’abilità richiedono una cura particolare: Han van Meegeren inizia con l’esercitarsi su vecchie tele del ‘600 prive di valore artistico da cui raschiava via il colore. Impara a memoria il trattato di De Vild sulle tecniche e i materiali adoperati da Vermeer e fa spesso uso del raro pigmento blu oltremare, ottenuto dai preziosi lapislazzuli e dell’olio di lillà. Inoltre si procura materiali di lavoro seicenteschi ed evita accuratamente di usare pennelli prodotti nel XX secolo. Appena terminato un dipinto, per ovviare al problema dell’invecchiamento artificioso della tela, escogita un modo per inserire della polvere nel dipinto che avrebbe provocato la craquelure, il reticolo di crepe così tipico della pittura a olio.

La genialità dell’artista olandese non conosce limiti: per evitare accostamenti sospetti, van Meegeren non dipinge mai opere troppo simili a quelle esistenti. Introduce, per così dire, un nuovo stile vermeeriano – per quanto fedelissimo nelle tecniche – e lascia che siano i sedicenti esperti a colmare i vuoti. Per la Cena a Emmaus, uno dei sei Vermeer che ritrae, il falsario utilizza pigmenti particolari a cui aggiunge la bachelite per l’invecchiamento e cuoce il quadro in un vecchio forno per la pizza.

Van Meegeren ben presto riesce a ingannare tutti: lo stesso De Vild che autentica diversi Vermeer e Abraham Bredius – il più grande esperto di pittura antica olandese – che nel 1937 così si esprime a proposito della Cena: “il capolavoro di Johannes Vermeer da Delft (…) un quadro finora sconosciuto di un grande maestro. E che quadro!”

Il successo di Van Meegeren non è dovuto solo alla sapiente imitazione dello stile di Vermeer. Il falsario insinua anche una più generale riconsiderazione critica del genio del Seicento, e la Cena a Emmaus, apparsa così improvvisamente, colma proprio quella lacuna e il desiderio di scovare opere vermeeriane ispirate a motivi religiosi.

Tra i celebri truffati, anche Dirk Hannema, l’allora direttore del museo Boijmans-Van Beuningen di Rotterdam a cui viene venduto un falso Vermeer nel 1938.

Soprattutto, però, Van Meegeren inganna gran parte della nomenclatura nazista: Himmler compra alcuni dipinti pagandoli la bellezza di 5 milioni e mezzo di fiorini. Lo stesso Göring, come ricordato, sborsa una cifra spropositata per accaparrarsi il Cristo e l’adultera.

Dopo sei settimane di prigione, van Meegeren finalmente confessa ai suoi carcerieri: “Credete che abbia venduto un inestimabile Vermeer a Göring? Non esiste alcun Vermeer. L’ho dipinto io stesso“. Nessuno gli crede.

Per dimostrare il contrario, il falsario è costretto a una testimonianza straordinaria: dipinge nell’aula del tribunale un Gesù nel tempio, stupendo i numerosi astanti

La corte incarica un gruppo di esperti di valutare l’autenticità delle opere. Sotto la guida del direttore del laboratorio di chimica al Royal Museum of Fine Arts, Paulo B. Coremans, professori, curatori museali ed esperti olandesi, inglesi e belgi si mettono al lavoro: il trucco della bachelite per invecchiare artificialmente i quadri è confermato. Nello studio di van Meegeren, più simile al laboratorio alchemico di un cabalista che alla bottega di un pittore, viene trovata una bottiglia della resina fenolica.

Solo a questo punto, l’accusa di collaborazionismo con i nazisti viene meno perchè il quadro venduto a Göring è riconosciuto come un falso e quindi non è più da considerarsi proprietà culturale olandese. Il pm A. Wassenbergh chiede due anni di pena per falso e frode.

Il 12 novembre 1947 Han van Meegeren viene condannato a un anno di reclusione. In attesa di essere condotto in carcere, il falsario torna a vivere a Keizergracht 321.

Ricoverato in clinica per abuso di alcool e droghe, Van Meegeren muore il 30 dicembre 1947 all’età di 58 anni: nel 1950 gran parte dei suoi beni vengono banditi all’asta per rimborsare i truffati.

Da qui in poi nasce una leggenda all’interno di un’altra, raccontata da film e libri, alimentata da carte bollate e prestigiose collezioni andate in fumo in un battibaleno.

Divenuto una sorta di icona eroica per aver ingannato i nazisti, il nome di Van Meegeren aleggia ancora oggi quando si pubblica un volume sulla pittura olandese del Seicento.






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