The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

L’importanza della quarantena. Qualche lezione dalla storia



CoverPic: public domain

di Giuseppe Menditto

Quando nell’Ottocento scoppiò un’epidemia di colera in Francia, malattia allora ancora sconosciuta, il ducato di Parma ordinò di disinfettare tutte le lettere e i pacchi che provenivano da oltralpe. Carlo Alberto, re di Sardegna, chiese alle truppe di stendere un cordone sanitario da San Remo e Ventimiglia e da Cuneo a Nizza.

Soltanto Genova, Livorno e Venezia decisero di non prendere provvedimenti perché il blocco dei commerci per mare avrebbe gravato sulle rispettive economie.

Come ricorda Eugenia Tognotti, storica della medicina specializzata nello studio delle epidemie, le tre città preferirono sposare tesi miasmatiche invece di quelle contagioniste. Le amministrazioni locali accusarono infatti l’aria malsana, la sporcizia e la cattiva alimentazione come cause del contagio.

Tutto il possibile, pur di non fermare l’economia.

I cordoni sanitari misero in difficoltà le esangui casse di qualche Stato e le piccole economie familiari. I blocchi portarono in rovina tutte quelle famiglie che si reggevano su lavori agricoli stagionali che comportavano lunghi spostamenti, o sui commerci di derrate trasportate dalle aree di produzione ai mercati di consumo e alle fiere.

Una mera preoccupazione economica, dunque. Che equivale a dire la preoccupazione per le nostre condizioni di vita materiale.



A leggerla ora, quella pagina di storia fa riflettere.

L’approccio “italiano” e quello “olandese” – tanto per citare due modelli antitetici al contenimento della pandemia da Covid-19 – sembrerebbe essere tutto giocato nella contrapposizione tra umanitarismo e responsabilità mediterranea (per una volta almeno, sghignazzerebbe qualcuno) mossi da provvedimenti emergenziali di isolamento e rigorismo protestante da accecamento del dio denaro: e se, come nella migliore mitologia, la cecità è foriera di tristi presagi, da settimane s’innalzano nei cieli delle bacheche virtuali i moniti della comunità internazionale residente nei Paesi Bassi, animata da una duplice pulsione almeno: quella inconscia della paura della malattia e della morte (perdipiù in terra straniera) e quella conscia della rivalsa del “ve l’avevamo detto”. Olandesi irresponsabili e menefreghisti si sente dire sempre più spesso. Più o meno attonita, la stampa straniera registra l’eccezionalismo olandese.

Prendendo in prestito una celebre quanto abusata frase di Ennio Flaiano riferita all’Italia, potremmo dire che la situazione nei Paesi Bassi è grave ma non ancora seria.

Quando si parla di quarantena, isolamento e lockdown, si inizia subito ad attingere alla propria immaginazione e agli stereotipi legati alla contingenza della nostra esperienza: gli olandesi sono così, gli italiani sono colì. Ma quanti olandesi abbiamo conosciuto?

Ciò su cui possiamo iniziare a fare a qualche riflessione – a partire da quello che è già successo in passato – è l’importanza dell’isolamento, anche del tutto casuale a volte, come strumento in cui si manifesta l’insanabile rapporto tra la tutela della salute e la libertà individuale, o meglio tra la limitazione delle libertà e la necessità di tamponare come e dove è possibile la diffusione del contagio.

L’impotenza della medicina e la centralità della quarantena

Quando scoppia la prima ondata di colera nel XIX secolo, i provvedimenti presi erano la copia di quelli adottati al tempo della pestilenza del Trecento. Con la piccola differenza che non potevano dare gli stessi risultati perché riguardavano morbi profondamente diversi (quaranta giorni – un tempo mutuato dalla Bibbia- erano un tempo sufficiente per far morire l’agente biologico, Yersinia pestis, e le pulci infette che trasmettevano la morte nera ma non il vibrione del colera che si trasmette per via oro-fecale, tramite l’ingestione di acqua o cibi contaminati da esso).

Del resto, erano state proprio le città italiane a inventare un complesso sistema di difesa della salute, che è stato un esempio per gli altri Paesi europei. Capisaldi di questo apparato sanitario erano la quarantena, i cordoni sanitari, i lazzaretti o stazioni di quarantena, la disinfezione e la regolazione sociale della popolazione a rischio. 

L’impotenza della medicina nell’affrontare le malattie epidemiche lasciava la difesa della salute all’iniziativa delle autorità civili.

Durante l’influenza spagnola del 1918 sono state chiuse le scuole, ma anche cinema, teatri e luoghi di incontro. Gli orari dei ristoranti erano ridotti. Erano proibiti gli incontri pubblici, così come i funerali e le cerimonie religiose. Nelle zone a rischio si poteva circolare soltanto dopo aver esibito un regolare certificato. Nulla di nuovo in questo avvio di 2020.



Dall’Italia la necessità della quarantena convinse mezzo mondo: il primo regolamento inglese di quarantena, redatto nel 1663, prevedeva il confinamento nell’estuario del Tamigi delle navi provenienti da Amsterdam e Amburgo con passeggeri o equipaggio sospettati di essere infetti dalla peste. Nel 1683, a Marsiglia, le nuove leggi richiedevano che tutte le persone sospettate di avere la peste fossero messe in quarantena e disinfettate. Nei porti del Nord America, la quarantena fu introdotta nello stesso decennio in cui si cercava di controllare la febbre gialla, che apparve per la prima volta a New York e a Boston rispettivamente nel 1688 e nel 1691. Ancora nel 1720, durante un’epidemia di peste scoppiata a Marsiglia, che devastò la costa mediterranea della Francia e provocò una grande apprensione in Inghilterra, furono prescritte analoghe misure di quarantena. In Inghilterra, la legge sulla quarantena del 1710 fu rinnovata nel 1721 e nel 1733 e di nuovo nel 1743 durante la disastrosa epidemia di Messina, in Sicilia. E la storia dei confinamenti è ancora lunga, dalla febbre gialla a Filadelfia nel 1793 alla SARS in Canada nel 2003 e all’Ebola in Liberia e Sierra Leone nel 2014.

Hendrickje Stoffels, amante di Rembrandt, fu una delle vittime illustri della peste nel 1663

Tra il 1663 e il 1666 la stessa città di Amsterdam, allora approdo di merci provenienti da ogni parte del mondo, fu sconvolta da un’ondata di peste bubbonica, probabilmente portata da Algeri. Anche se nei primi mesi l’epidemia non provocò molti morti, tra la fine del 1663 e i primi mesi del 1664 la “morte nera” ha mietuto oltre 24.000 vittime, il 10% della popolazione del tempo. L’epidemia inferì sui quartieri più poveri e più popolosi.

Nonostante i curiosi consigli del consiglio comunale (disinfettare le merci col fumo del tabacco e non mangiare insalata, spinaci e prugne secche), soltanto la quarantena delle navi in rada riuscì a non peggiorare la situazione. Nel 1663, per paura di contagi, la città di Piacenza proibì alle persone che provenivano da Amsterdam di entrare in città.

Il Vroedschap fu obbligato a chiudere per due anni i teatri. Quando l’epidemia terminò nel 1666, la popolazione era decimata e la città allo stremo: ancora oggi si crede che le tre X che compaiono sulla bandiera cittadina rappresentino le tre minacce che possono abbattersi sul centro abitato: acqua, fuoco e la peste. 

La rivoluzione del colera e il diritto alla libertà di commercio

Se la sospensione delle libertà poteva essere accettata durante lo scoppio di peste trecentesca, al tempo del colera il contesto sociale e culturale era profondamente diverso: dopo la Rivoluzione francese, l’uso della quarantena e dell’isolamento divenne sempre più problematico.

Gli anticontagionisti, che non credevano nella trasmissione del colera, contestarono la quarantena e sostennero che la pratica era una reliquia del passato, inutile e dannosa per il commercio. La libera circolazione di merci e persone era difficoltosa perché vestiti e merci dovevano essere affumicati ai valichi di frontiera per essere disinfettati.

Nonostante i crescenti dubbi sull’efficacia della quarantena, le autorità locali erano riluttanti ad abbandonare la protezione delle strategie tradizionali che fornivano un antidoto al panico della popolazione, che, durante una grave epidemia, poteva produrre caos e perturbare l’ordine pubblico.



Anche ad Amsterdam, dove il colera uccise 5.ooo persone nella prima metà dell’Ottocento, venne ripristinata la quarantena. In realtà, il colera fu una grossa spinta per migliorare l’accesso permanente all’acqua potabile pulita tramite  condutture e per la costruzione di una prima e capillare rete fognaria.

Una svolta nella storia della quarantena è arrivata dopo che gli agenti patogeni delle malattie epidemiche più temute sono stati identificati tra il XIX e il XX secolo. La profilassi internazionale contro il colera, la peste e la febbre gialla cominciò ad essere considerata separatamente.

Se all’inizio del secolo si era certi che le vecchi limitazioni erano ormai “cose del passato”, quando scoppiò la prima ondata di influenza spagnola nel 1918, non conoscendo bene le dinamiche eziologiche, si fu costretti a tornare alle vecchie contromisure: l’Office International d’Hygiène Publique, antesignano dell’odierno World Health Organization, era impotente e impreparato allo scoppio dell’epidemia.

Le autorità sanitarie delle principali città del mondo occidentale attuarono una serie di strategie di contenimento della malattia, tra cui la chiusura di scuole, chiese e teatri e la sospensione degli incontri nei pub. A Parigi, un evento sportivo, al quale avrebbero dovuto partecipare 10.000 giovani, fu rinviato. L’università di Yale cancellò tutti gli incontri pubblici del campus, e alcune chiese in Italia sospesero messe e funerali.

In Italia le scuole furono chiuse con difficoltà  – non tutti erano disposti ad accettarlo – dopo il primo caso di polmonite emorragica. Le decisioni prese dalle autorità sanitarie sembravano spesso incentrate più sul rassicurare la cittadinanza sugli sforzi compiuti per fermare la trasmissione del virus piuttosto che sull’effettivo arresto del contagio.

Nel corso dei secoli, dai tempi della peste nera alle prime pandemie del ventunesimo secolo, le misure di controllo della salute pubblica sono state un modo essenziale per ridurre il contatto tra le persone malate e quelle suscettibili di contrarre la malattia. In assenza di interventi “scientifici” risolutivi, tali misure hanno contribuito a contenere l’infezione, a ritardare la diffusione della malattia, a scongiurare il terrore e a mantenere le relazioni sociali.



Di casi di appelli alla responsabilizzazione e all’autoisolamento volontario è piena la storia. Durante l’epidemia di peste bubbonica del 1665-6, gli abitanti di Eyam, un villaggio del Derbyshire, si misero in quarantena in un famoso atto di auto-confinamento, per prevenire la diffusione della peste. Quando scoppiò la SARS, che rispetto all’influenza spagnola aveva un’infettività minore e un’incubazione maggiore, mentre il Canada invitò i propri cittadini ad autoisolarsi volontariamente, la Repubblica Popolare Cinese adottò le stesse strategie adoperate nelle scorse settimane: isolamento di singoli edifici, posti di blocco, telecamere nelle case, controllo capillare delle fasce più povere della popolazione, pena di morte per i trasgressori della quarantena.

Ma che fino a che punto è possibile autodisciplinarsi se non si conoscono neanche i meccanismi di contagio?

Nel suo discorso di qualche sera fa, Rutte ha ribadito:”siate un po’ furbi, e non fate affidamento sul governo per determinare come creare la separazione di 1,5 metri e mezzo“. Qualche mattina fa in un parco di Amsterdam, un solerte impiegato del comune controllava a occhio che la distanza fosse rispettata. Poche ore dopo, è dovuta intervenire la polizia a recintare le zone attrezzate per gli esercizi.

 

 

 






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