La scarsità è una delle condizioni della nostra esistenza, o almeno è quello che abbiamo sempre creduto. In economia è l’insufficienza quantitativa di un bene a spingere gli attori a soddisfare i propri bisogni. Scarsità e privazione sono ciò che ha scandito la vita di tutti noi al tempo della pandemia. Con tanto di nuove domande: creando nuove strategie di adattamento, il rifugio nella virtualità per superare la distanza tra le persone e le limitazioni negli spostamenti non ha sviluppato forme espressive ancora tutte da analizzare?

Het Hem, il centro di arte contemporanea ospitato nella ex fabbrica di munizioni di Zandaam, oggi riapre le proprie porte. Ad accogliere il visitatore un allestimento che era pronto da mesi, prima che si chiudesse causa Covid. Dalla sua inaugurazione, l’idea di Het Hem è stata quella di creare un unico filo con capitoli-dialoghi che invitano uno o più artisti a riflettere su un tema particolare.

Stavolta, il quarto capitolo della serie, Chapter 4OUR: Abundance, parte da un assunto che è solo apparentemente banale: invece di pensare a noi stessi come esseri insoddisfatti in corsa per colmare la mancanza di qualcosa, perché non seguire una prospettiva diversa? Se la nostra vita fosse caratterizzata da un “troppo”, in che modo quel surplus condizionerebbe anche il nostro modo di pensare e di desiderare?

Risorse limitate e desideri infiniti

Simon(e) van Saarloos e Vincent van Velsen, curatori dell’esposizione, ci spiegano che modificando il punto di vista, automaticamente anche le distinzioni gerarchiche, il confronto e la competizione non avrebbero più senso. O avrebbero un senso diverso.

Photo by Isabelle Janssen

Un’ambizione non da poco. Il sistema capitalistico in cui viviamo ha creato uno scarto tra la crescita infinita e le possibilità per sfruttare al massimo le risorse limitate dello spazio in cui ci muoviamo e la mancanza di tempo. Ma il tempo per Simon(e) è il bene più prezioso solo se lo si pensa in una logica della scarsità. Rivisto e corretto, il vecchio mantra si trasforma in “produci, consuma e dormi poco”. Del resto la stessa idea del progresso richiede controllo e moderazione ma i nostri desideri e fantasie non si muovono sullo stesso piano.

“La scarsità determina come conosciamo e come organizziamo la realtà che ci circonda. Tendiamo a creare una storia che racconti la realtà come se fosse un risultato della realtà stessa. L’idea stessa di molteplicità non deriva dall’aspettarsi abbondanza, ma pensando in termini di conservazione e controllo. Temendo mancanza e penuria stipuliamo assicurazione sulla vita, schemi pensionistici e tutto il resto” ci dive Simon(e).

La critica alla scarsità – al pensiero del “troppo poco” – non si basa certo sul fatto che le risorse del pianeta siano infinite. Al contrario è la scarsità a creare una gerarchia tra ciò che è prezioso e ciò che è inutile.

La filosofia dell’abbondanza

Partendo da questa idea – suggestiva nelle premesse ma che rischia di mescolare tutto insieme, la teoria evoluzionistica di Darwin, l’occidentalizzazione del mondo e l’accettabilità sociale degli omosessuali – Simon(e) afferma:

Il pensiero dell’abbondanza presuppone che tutto sia già presente; nessuna forma esistente ha bisogno di difendersi o di dimostrarsi. È un atteggiamento che riconosce la nostra identità, ma allo stesso tempo ci incoraggia ad andare oltre. Il pensiero dell’abbondanza non vuole porsi come una sfida allo stato di cose ma è solo un altro punto da cui partire.

La parola chiave di un pensiero dell’abbondanza è simultaneità. Nell’era dell’abbondanza non c’è più necessità di mostrarsi o di celebrarsi in un giorno specifico dell’anno. L’eccesso, la tracotanza, la non binarietà sono la “normalità” per un nuovo manifesto che vuole farsi programma e analisi di una situazione di fatto.

L’abbondanza reclama l’accesso per quelli che non ne avrebbero diritto. Gruppi da non pensare più come minoranze. Simon(e) van Saarloos specifica che “tollerare una minoranza in quanto tale (migranti o LGTBQIA+) significa sempre far riferimento a una norma generale, a uno standard rispetto al quale si è eccezione”.

“Accelerare la fine del mondo per come lo conosciamo”

Il sottotitolo della mostra è ”dobbiamo accelerare la fine del mondo per come lo conosciamo”. La filosofa Denise Ferreira da Silva sottolinea come il punto di non ritorno sia la messa in gioco del ruolo del sapere. Crediamo di includere escludendo, selezionando e sottolineando le differenze. L’ordine in cui viviamo è basato su un solo modo di fare le cose, un solo modo di sapere, un solo modo di raccontare le storie.

Le sculture e le video installazioni esposte rifuggono ogni descrizione, sono flussi che attraversano lo spazio. Si possono toccare e annusare, o semplicemente guardare di traverso. Occupandosi di sfruttamento, violenza, abuso e sessualità, alcune lasciano tracce sulla dita, altre sono solo delle suggestioni.

La torta di merda di cane di Harry Dodge, l’archivio di materiale erotico-pornografico che si ripete in loop, le maschere di Zach Blas sul rapporto tra identità e sorveglianza digitale aprono a nuove esperienze che richiedono anche nuove forme di immaginazione. Per evitare che un’esperienza inclusiva si riveli il suo contrario, i curatori invitano il pubblico a discutere le proprie suggestioni ed eventuali turbamenti con i mediatori della struttura, figure a disposizione di tutti per confrontarsi e non escludere nessuno.