The Netherlands, an outsider's view.

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FOCUS

L’esperto a 31mag. Solidarietà europea: i Paesi Bassi sono un paradiso fiscale ma non è certo il problema maggiore



CoverPic: Pxhere

di Giuseppe Menditto

“L’Europa è una splendida idea, ma le persone sono così lontane. Sono gelose e vogliono vedere nel piatto del vicino, e hanno la sensazione di essere truffate. Un’Europa di Stati sarà solo una invidiosa e rissosa famiglia allargata”. Questo aforisma, attribuito al comico tedesco Vicco von Bülow è solo uno dei tanti che possono essere citati per darsi un tono o per racchiudere in un’immagine la litigiosità europea, soprattutto in tempi di magra e di difficoltà. Una famiglia allargata in cui, paradossalmente, è la giovane nipote austera e bacchettona a dare della spendacciona alla nonna malata.

Solidarietà non è carità

L’art 222 del Trattato di Lisbona del 2007 ha introdotto un’esplicita clausola di solidarietà che richiede agli Stati membri di agire congiuntamente, “in uno spirito di solidarietà”, qualora uno Stato membro che sia oggetto di un attacco terroristico sul suo territorio o vittima di una calamità naturale o causata dall’uomo, chieda assistenza.

Quello che è successo negli ultimi giorni è significativo. Dal niet su eurobonds e Fondo Salvastati al “dono” di Rutte il passo forse non è poi così lungo. Dopo le polemiche delle ultime ore, il premier olandese ha ribadito in Parlamento: no agli eurobonds e al MES, sì alla proposta olandese di un fondo UE di emergenza destinato a coprire i costi sanitari della pandemia. 

Nel caso degli eurobonds – o meglio, nella loro declinazione epidemica di coronabonds – la solvibilità delle obbligazioni del debito pubblico emesse a cura di un’apposita agenzia dell’Unione Europea dovrebbe essere garantita dagli stessi Paesi dell’eurozona. I Paesi Bassi, tra quelli “più virtuosi” dell’area euro (l’Olanda ha infatti un rapporto debito/PIL inferiore al 60%, l’Italia quasi del 135% prima della pandemia) non vogliono accollarsi l’onere del costo del debito e innescare una dinamica di “azzardo morale” che incentivi politiche fiscali e di bilancio sempre meno rigorose. Evitando il rischio di innescare meccanismi inflazionistici, il grande spauracchio europeo da Weimar in poi.



“Il Paese – ha detto Rutte – è solidale con le nazioni che sono colpite sempre più duramente” dalla pandemia, “incluse le loro economie: non ci può essere dubbio su questo punto, vogliamo aiutare quei Paesi. E non esiste che alcuni Paesi non siano in grado di fornire sufficienti cure mediche a causa di una carenza di finanze pubbliche. È per questo che i Paesi Bassi suggeriscono di creare un fondo per il coronavirus separato, alimentato da contributi degli Stati membri e intendono dare un contributo sostanzioso al fondo”. 

“Non si tratta di prestiti né di garanzie – ha precisato – ma di doni per aiutare persone che hanno bisogno. Il fondo dovrebbe coprire l’assistenza medica per i Paesi che sono colpiti duramente e che ne hanno bisogno dal punto di vista finanziario. É della massima importanza che gli Stati membri dell’Ue si aiutino gli uni con gli altri per curare i malati”, ha concluso.

Gli olandesi sarebbero pronti a mettere sul tavolo un miliardo di euro per tamponare l’emergenza.

Il dono di Rutte, che segue le scuse di “mancata empatia” da parte del ministro delle finanze Wopke Hoekstra nei giorni scorsi, è la risposta alla via “ragionevole e sensata” che l’Olanda ha deciso di intraprendere. Hoekstra, durante la teleconferenza dell’Eurogruppo del 26 marzo, si era chiesto perché la Commissione Europea non avesse aperto un indagine “per capire i motivi per cui (i Paesi che chiedono i coronabond, NdR) non hanno abbastanza spazi di bilancio per rispondere all’impatto economico della crisi“. Una posizione “ripugnante e insensata”, l’ha definita il primo ministro portoghese Antonio Costa.

Le cicale e le formiche

Ma perché Rutte avrebbe cambiato idea così repentinamente? La vecchia volpe liberale sta affrontando un crescente dissenso all’interno della sua coalizione quadripartitica contro il fermo rifiuto dei cosiddetti coronabonds. Due dei quattro partiti che compongono il governo olandese hanno preso le distanze da Rutte e dal suo ministro delle finanze conservatore Wopke Hoekstra. Le loro voci si aggiungono ai crescenti appelli all’interno dell’establishment politico ed economico olandese affinché il paese riconsideri il suo veto di lunga data sulla mutualizzazione del debito dell’eurozona e il suo ruolo di alleato più affidabile della Germania contro il federalismo fiscale.

Gert-Jan Segers, leader della ChristenUnie, aveva invocato un piano Marshall per l’economie del sud. Rob Jetten, a capo dei liberali del D66, ha osservato che la “schiettezza contabile” potrebbe causare un disastro diplomatico, rivelando un rigidità ideologica ottusa. Anche gli attuali e gli ex capi delle banche centrali – di solito baluardi dell’ortodossia economica – si sono opposti alla linea di Rutte.

Per saperne di più abbiamo sentito il parere di Dennie Oude Nijhuis, lecturer all’Istituto di storia dell’Università di Leiden. Ecco che cosa ci ha risposto:

Un paio di giorni fa il primo ministro olandese ha proposto un enorme fondo di emergenza dell’Unione Europea sotto forma di dono per coprire le spese sanitarie immediate. Ha detto: “Non si tratta di prestiti o garanzie, ma di doni per aiutare le persone in difficoltà”. Ma l’idea di emettere un debito congiunto è sempre fuori discussione. Il dono è qualcosa di ragionevole per ridurre l’impatto economico della pandemia? Se la solidarietà non è carità, sarà sufficiente?

Non credo che il “dono” di Rutte sia sufficiente per risolvere i problemi dei Paesi mediterranei, vicende di lungo corso che non sono state generate ma inasprite dalla crisi europea e che richiedono molto tempo per essere affrontate. Il “dono” è un passo avanti. Tutti gli economisti concordano sul fatto che all’interno di un’unità monetaria, è necessario predisporre meccanismi di trasferimento tra le regioni che sono però politicamente molto difficili da realizzare. Al momento possiamo solo adottare passi che ci guidino progressivamente verso una situazione di confronto migliore. Politicamente i francesi hanno ragione nel rilanciare l’idea degli eurobonds e i paesi dell’Europa settentrionale ad opporsi perché fa parte del confronto politico. Anche se ogni step reso politicamente possibile è utile e necessario, nel lungo periodo dobbiamo intraprendere soluzioni non dettate da necessità economiche.



Il divario tra Europa settentrionale e meridionale sulla politica economica è una questione culturale o politica? 

É una domanda molto difficile a cui rispondere in maniera lapidaria. Sì e no, diciamo. No perché il problema principale è che l’economie dei paesi settentrionali sono semplicemente più forti perché hanno istituzioni più forti che permettono loro di rispondere alle crisi in maniera più flessibile – per esempio nella ridistribuzione e nelle fluttuazioni salariali. Le differenze culturali non entrano immediatamente nel discorso perché i problemi sono di natura politica ed economica. Certo possiamo sostenere che la politica “austera” dei Paesi Bassi derivi dal loro essere protestanti, ma sono abbastanza sicuro che l’Italia e le altre nazioni meridionali si comporterebbero allo stesso modo se le loro economie fossero più forti di quelle settentrionali. La verità è che i Paesi che si sono peggio adattati alle sfide economiche degli ultimi vent’anni, hanno bisogno di un meccanismo di trasferimento che li possa tutelare. Nel 2008 la crisi economica è stata provocata anche dal fatto in Germania il potere d’acquisto medio del salario annuo di un lavoratore è stato maggiore del 20% rispetto all’Italia. Le differenze culturali hanno un influsso indiretto in quanto hanno contribuito al successo dello sviluppo di politiche economiche e istituzionali più forti, come per esempio l’idea di social partnership o il modo in cui è stato affrontato il contenimento dei salari rispetto alla produttività. Ma l’idea che il divario tra paesi rigorosi e responsabili contro paesi più deboli sia culturale tout court non ha alcun senso. Se guardiamo agli Stati Uniti, che sono anche un’unità monetaria, la California è economicamente più forte di altri stati ma nessuno può imputarlo a una differenza culturale. L’Ue ha bisogno di un meccanismo di trasferimento che politicamente è molto difficile da vendere agli elettorati dei singoli paesi: ed è qui forse che ritornano le differenze culturali, o meglio gli stereotipi che un olandese medio può avere nei confronti della “pigrizia” mediterranea.

I Paesi Bassi sono una nazione piccola, ricca e dipendente dal commercio con l’estero. Rifiutando la richiesta dei “coronabonds”, i Paesi Bassi e gli altri quattro paesi “frugali” sembrano aver minato la capacità della più ampia zona euro di combattere la pandemia nel suo complesso – minacciando di fatto la salute e il benessere di ciascuno degli stati membri. Ma il cosiddetto atteggiamento “frugale” è qualcosa di utile o è troppo autolesionista e rischia di danneggiare anche l’economia olandese?

L’economia olandese è piccola e avrebbe più senso focalizzarsi sulla limitazione salariale e di evitare di spendere troppo rispetto ad economie domestiche più sviluppate come quella tedesca o quella italiana. La risposta “frugale” olandese alla crisi del 2008 non è stata una grande idea ma, tutto sommato, è più comprensibile in una nazione come i Paesi Bassi piuttosto che in Francia, per esempio. Certo, c’è stato un gran dibattito in Olanda su questo aspetto, ma io sono del parere che l’austerità olandese sia stata troppo rigida nei primi due anni dopo il 2010. Sono sicuro che l’economia si sarebbe ripresa molto più velocemente senza tutta quella rigidità che in parte era anche necessaria. Ovvio che l’austerità danneggia molto di più un’economia più grande come quella italiana che è quattro volte l’olandese. Nei Paesi Bassi si è cercato di rilanciare l’economia usando la scusa che lo stimolo fiscale finisce all’estero perchè l’economia è così piccola e la maggior parte dei consumi vengono da fuori. In italia se crei debito aumenti i consumi ma la maggior parte di quello che consumi viene da produttori interni. L’approccio olandese rispetto alle differenti scelte dei singoli governi non è detto che funzioni automaticamente e credo che ciò non sia chiaro neanche a tutti i politici.



I Paesi Bassi hanno richiesto sovvenzioni per l’agricoltura e la floricoltura in difficoltà in questo momento ma sembrano essere sordi alle richieste dei Paesi più colpiti dalla pandemia. Come spiega questa doppia strategia?

Non credo ci sia una strategia. Piuttosto si tratta dell’ottimizzazione di politiche che puoi sfruttare all’interno della Ue. Se c’è un crollo nella domanda di prodotti agricoli e puoi utilizzare fondi comunitari per sostenere la tua economia, è naturale farlo. Allo stesso tempo è perfettamente comprensibile, almeno da una prospettiva interna, rifiutare di dare più fondi ai paesi in difficoltà nel breve periodo. Più che strategia, c’è un atteggiamento ipocrita ma questa è un’altra faccenda.

C’è bisogno di più federalismo, cosa molto difficile da far digerire al proprio elettorato

A proposito di ipocrisia. I Paesi Bassi sono da tempo noti come uno dei paradisi fiscali che dirotta centinaia di miliardi di euro in profitti aziendali e flussi finanziari internazionali e impedisce agli altri governi di tassarli correttamente. Descrivere l’Olanda come un pilastro della rettitudine fiscale significa negare la miriade di modi in cui l’architettura stessa del sistema fiscale olandese mini attivamente la capacità fiscale dei suoi partner europei e internazionali. Cosa ne pensa?

É un dato di fatto che i Paesi Bassi non giochino un ruolo costruttivo nell’evitare l’elusione fiscale di molte aziende provenienti da tutto il mondo. Definire l’Olanda un “paradiso fiscale” è corretto ed è un grande problema per molti aspetti – per esempio per la questione dei trasferimenti europei o per la tassazione dei consumi e degli stipendi invece che dei profitti. Ma non credo sia l’unica causa dello sbilanciamento attuale anche perchè le politiche fiscali sono ancora in carico ai singoli Paesi e al modo in cui esercitano la propria sovranità. Politicamente sono rimasto molto colpito dal fatto che nel 2011-12 Germania e Francia non non riusciti a costringere l’Irlanda a rivedere la propria politica di tassazione anche se erano in una posizione di forza. Economicamente dovremmo evitare che un paese membro interferisca con la possibilità che altri paesi tassino le aziende multinazionali anche se politicamente è un risultato molto complesso da raggiungere. C’è bisogno di più federalismo, cosa molto difficile da far digerire al proprio elettorato. Anche se il trend della tassazione delle imprese negli ultimi decenni è andato sempre più giù, non è escluso però che la crisi attuale possa modificare lo stato delle cose.



Nelle prime fasi della crisi dell’eurozona, gli olandesi e il suo laburista ministro delle finanze Dijsselbloem erano tra i più accaniti oppositori del “salvataggio” iniziale greco e chiedevano misure di austerità draconiane in cambio dei prestiti d’emergenza. Ora il PvdA sembra sposare una linea più solidale con i paesi del sud. Che ne pensa?

Credo che ora ci siano due differenze rispetto al passato. La prima è che i laburisti ora non sono più al governo ma all’opposizione. Non so cosa pensasse privatamente Dijsselbloem della crisi greca, ma politicamente è chiaro che in qualità di Presidente dell’Eurogruppo (in carica dal gennaio del 2013 al gennaio del 2018, NdR) doveva adottare una posizione realista e non ideologica. Quando devi assumere una responsabilità politica è molto più difficile da far digerire al tuo elettorato. Quando sei all’opposizione puoi giocare la carta della solidarietà più facilmente. La stessa cosa è successa con l’Spd in Germania. La seconda differenza riguarda il fatto che la crisi allora è iniziata come crisi greca: se il governo ellenico era responsabile perchè stava mentendo sulle politiche di spesa e deficit, la risposta dei paesi del nord Europa è stata quella di adottare un approccio più “punitivo”. Al giorno d’oggi lo shock economico in Italia è qualcosa che non dipende affatto dalla scelte del governo: ovvio che non tutti nei Paesi Bassi la pensano allo stesso modo (vedi la disastrosa posizione di Hoekstra dei giorni scorsi), ma la risposta della politica e della società a una crisi umanitaria in questo caso non può non essere diversa. Ciò non significa che ci siano ostacoli anche per la linea più solidale: il problema è che dall’inizio la UE è nata come unione monetaria e non come unione fiscale ed economica proprio perchè non c’era solidarietà tra i paesi europei. Ora siamo costretti a correre ai ripari. Ma ciò non può essere fatto con misure politiche che gli elettori delle democrazie nordeuropee non accetterebbero, ma con soluzioni tecniche incrementali non così “visibili” e che vadano nella giusta direzione. Per risolvere il problema di fondo politico ci vorranno ancora parecchi anni.








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