The Netherlands, an outsider's view.

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OPINIONE

L’equilibrio di van der Laan: socialdemocratico, uomo comune, padre (e padrone) della capitale

Un ritratto del sindaco di Amsterdam morto il 5 ottobre dopo una lunga malattia

di Massimiliano Sfregola

 

Una volta, un conigliere di opposizione al comune di Amsterdam, mi disse parlando di Eberhard van der Laan: “E’ un socialdemocratico e non ama essere contraddetto. Se vuoi fartelo nemico, cerca il conflitto”.

Chi ha lavorato con lui nei 7 anni di mandato dice che il sindaco più amato di Amsterdam  non avesse un carattere facile e fosse solito prendere sul personale i conflitti politici. Van der Laan voleva il mantenimento assoluto dello status quo: la pace sociale andava mantenuta a qualunque costo. Questo è certamente il ruolo del sindaco, in Olanda figura non elettiva e (molto in teoria) “super partes”.

Pace sociale e unità di facciata non significano unanimità: per un socialdemocratico della “vecchia scuola” come lui, per esempio, dover coabitare con il “rampantismo” dei liberali D66 è stata più che una sfida alla sua ostinata ed incessante ricerca della “sobrietà” nell’agire politico.

Van der Laan era in pubblico un volto rassicurante, gentile e decisionista e uno scaltro negoziatore dietro le porte chiuse delle istituzioni, alla ricerca costante di equilibrio. Il suo mandato è stato attraversato dalle tensioni tipiche dei periodi di grandi cambiamenti: il forte afflusso di lavoratori stranieri nella capitale e la crescita esponenziale del numero di abitanti, la questione abitativa, la crisi dei rifugiati, la gentrificazione. E la sua azione, molto spesso, si è spinta ben oltre il perimetro stretto delle funzioni del sindaco: Van deer Laan è stato percepito da molti come un “padre” della città ma è stato anche un “padrone” nella drastica implementazione delle misure sociali.

Negli anni di mandato ha soffocato i conflitti forieri di disordini con la massima durezza mantenendo -allo stesso tempo- la porta aperta al dialogo veicolato attraverso le componente più radicale in consiglio comunale. Non si tratta di contraddizioni ma del modo di agire nella socialdemocrazia di una volta: van der Laan, ad esempio, era letteralmente ossessionato dagli “agitatori” e dai “vecchi anarchici” che a detta sua fomentano disordini nella capitale. Un concetto, questo, che ha ripetuto in molte occasioni pubbliche.

La ex consigliera comunale della sinistra rosso verde del Groenlink, Tamira Combrinck rimediò diversi punti di sutura sulla testa per una manganellata ricevuta durante lo sgombero dello spazio sociale Schijnheilig nel 2012: la manifestazione fu  pacifica ma il sit-in gandhiano di protesta  venne represso con un’azione di polizia di una violenza vista raramente nella capitale. Van der Laan si era mostrato conciliante solo qualche giorno prima ma durante il dibattito in consiglio comunale seguito all’operazione di polizia, difese a spada tratta gli agenti: la legge è legge, disse. 

Non fu diversa la storia con gli universitari che avevano occupato il Maagdenhuis nel 2015: dopo due settimane di agitazione gli studenti chiesero un dibattito pubblico con lui. Il primo cittadino non si tirò indietro: di venerdi sera e con un occhio bendato per un intervento subito qualche giorno prima, van der Laan si presentò presso il rettorato da solo e senza codazzo di agenti di polizia per affrontare gli studenti. Fu una dimostrazione di coraggio che lasciò molti a bocca aperta: quanti sindaci avrebbero accettato di entrare nell’arena e fronteggiare, solo contro centinaia, fischi, critiche e insulti? Pochi giorni dopo arrivò l’ordine di far sgomberar con la forza studenti e docenti in protesta. L’azione fu violenta ma soprattutto non necessaria. Un vero peccato: i collettivi avevano annunciato la fine dell’occupazione per il giorno seguente ma per il sindaco il concetto di “padre della città” voleva dire giustizia, severità ed obbedienza.

Non è un mistero che van der Laan fosse un fiero critico della società multietnica, tanto fiero da aver suscitato diversi malumori la sua nomina a sindaco nel 2010: è la persona giusta per amministrare una delle città più socialmente complesse al mondo, si chiesero in molti?

Nella sua azione politica la difesa a tutti i costi dello status quo e di un certo conformismo hanno comunque giocato un ruolo centrale nell’arco del suo lungo mandato: ripeteva alla nausea di essere custode dell’unità e difensore della città più “aperta e sociale” del mondo e non c’è motivo di credere non fosse sincero nei suoi propositi. Anche se, da riformista, non contemplava cedimenti sul rigore: si è battuto strenuamente per la tutela del patrimonio immobiliare pubblico da un lato, mentre dall’altro ha trattato la difficile situazione dei sans papiers di Wij Zijn Hier (We are Here) come una mera questione di ordine pubblico. Per costringerlo a cambiare, parzialmente, idea ci volle un’interrogazione al parlamento europeo (presentata, tra l’altro, da un’eurodeputata italiana) e un documento del Consiglio d’Europa: per van der Laan, per la sua concezione comunitaria della politica, la pace sociale (e gli equilibri a l’Aja) passava anche per il sacrificio di poche centinaia di richiedenti asilo.

La percezione pubblica, nel suo caso, ha giocato un ruolo fondamentale: quell’immagine di onestà, umanità ed integrità gli ha garantito tanto seguito anche tra gli stranieri.

E l’aspetto trasandato e amichevole, l’atteggiamento disinvolto di chi si trova a suo agio per strada e nel palazzo, hanno fatto il resto. Un burocrate scaltro ma dal volto umano.