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MUSIC

Le Trio Joubran: la lunga marcia tra oud e poesia



L’arte si crea combinando competenza, cuore e onestà. In quest’ottica, la musica di Le Trio Joubran conduce gli ascoltatori in un’esperienza unica di esplorazione musicale in Medio Oriente, come quella suonata lo scorso fine settimana al Meervaart Theater di Amsterdam.

Samir, Wissam e Adnan, tre fratelli palestinesi, sono cresciuti in una casa piena di Oud – uno strumento in legno a forma di pera e molto simile al liuto. I fratelli sono cresciuti con la passione per la musica e da allora hanno viaggiato per il mondo diffondendo amore, pace e la musica palestinese.

Abbiamo intervistato Samir Joubran a proposito della loro “Lunga Marcia” musicale, quando, nel 1996, Samir ha iniziato a lavorare con Mahmoud Darwish, il più grande poeta palestinese. Darwish è stato descritto come un uomo d’azione e di poesia. La sua prolifica produzione di libri di rime ruotava soprattutto intorno alla Palestina, mentre viveva gli eventi dell’esodo palestinese, conosciuto anche come Nakba, del 1948.

Un’amicizia che ha unito Darwish e Samir, le parole del primo con la musica del secondo. Le Trio Joubran sono stati i primi a creare un nuovo gusto per la poesia e la musica in un unico afflato.

Come avete fatto a creare uno stile ibrido tra musica e poesia? Sono passati tredici anni da quando ho conosciuto Darwish. Insieme abbiamo organizzato più di 32 letture delle sue poesie, prima di formare il trio Joubran. Wissam si è unito dopo, e poi Adnan. All’inizio Mahmoud Darwish si è sempre rifiutato di musicare i propri componimenti. Abbiamo così deciso di lasciare la sua voce leggere le poesie con un nostro commento musicale. Dopo la sua morte, nel 2008, abbiamo usato le sue registrazioni e abbiamo intrapreso un percorso che ha unito musica e poesia. Così la sua voce rimarrà per sempre.

Mettere in musica Mahmoud Darwish e collaborare con Roger Waters dimostra la vostra inclinazione verso una musica globale. Come vedi questo cambiamento e qual è l’obiettivo che vi siete prefissi?La nostra collaborazione con Roger Waters non era prevista. É arrivata per caso. Ci siamo incontrati a New York e abbiamo realizzato due pezzi musicali insieme perché Waters è un fervente sostenitore della causa palestinese. Per quanto riguarda le poesie, Mahmoud Darwish è sempre stato internazionale. Le sue opere sono state tradotte in inglese, tedesco, spagnolo, francese e giapponese. Aveva un grande pubblico in Europa, specialmente in Francia.

Si parla della vostra collaborazione con i Coldplay nel loro prossimo album. Di cosa si tratta? In realtà, abbiamo incontrato i Coldplay in Palestina. All’inizio non li conoscevo perché non sono un seguace della musica pop. Hanno mostrato interesse per la nostra musica ed ero curioso di sapere cosa attirasse la loro attenzione. Dopo un paio di incontri, abbiamo scoperto che amano la spiritualità e la tecnica della nostra arte. Abbiamo fatto una canzone insieme – Arabesque. Questa collaborazione può essere definita come un esperimento globale ma non è stata decisa a tavolino. La nostra impronta araba si fa sentire. La musica è universale e non ha bisogno di un medium linguistico. Che si tratti di Roger Waters o Coldplay, siamo arabi palestinesi e questo è al centro della nostra musica anche quando lavoriamo con artisti occidentali.

Sono trascorsi sette anni tra “Asfar” e “La lunga marcia”. É stato un periodo di preparazione? Come ha influito la rivoluzione araba sulla vostra musica? La buona musica non ha bisogno solo di tempo per essere composta, ma anche di meditazione, studio e pensiero. A volte, gli artisti hanno bisogno di ribellarsi alle regole dell’industria musicale che li spingono verso le scadenze per gli album, come se fosse un compito o qualcosa del genere. Un buon lavoro ha bisogno di tempo per essere onesto. Per noi è stato difficile concentrarci solo sulla musica durante gli anni delle rivoluzioni arabe in Tunisia, Egitto, Siria e Libia. Molti fattori hanno causato questa pausa tra i due album. Inoltre, la musica necessita di tempo per essere bella.

“Carry the Earth”, la canzone che avete fatto con Roger Waters riguardava la tragica morte dei bambini palestinesi sulla spiaggia di Gaza. Come avete deciso di documentare questo incidente in forma musicale anni dopo? Cosa ne pensava Waters? L’incidente è stato molto toccante. Abbiamo cercato di farne un simbolo. Non è normale sentire parlare di bambini innocenti che giocano sulla spiaggia dove si è abbattuto il missile. Israele si è scusato successivamente! Solo una scusa per aver ucciso i sogni di quattro bambini che giocano a calcio. Non hanno minacciato nessuno. Non hanno infranto nessuna regola e non costituivano una minaccia. Non si tratta solo di quei bambini: è un simbolo per tutti i palestinesi che ogni giorno vengono uccisi senza motivo.

State suonando musica orientale nei paesi occidentali per un pubblico occidentale, qual è il feedback e le reazioni che ricevete dopo i vostri concerti in Europa? Come reagisce il pubblico europeo alla musica araba che è totalmente diversa culturalmente? La nostra musica non è musica classica o tradizionale. Anche per gli arabi, è ancora nuova l’idea di sentire suonare tre oud insieme in un concerto. Ognuno di noi ha il suo carattere e la sua personalità. Lasciamo che i nostri oud conversino sul palco ed esprimano ciò che pensiamo. Cerchiamo di rappresentare la nostra cultura in un modo nuovo. Facciamo musica “pura”, non canzoni scritte: ogni ascoltatore può sentire e toccare le nostre emozioni. Questo concetto appare nei nomi dei nostri brani. Sentiamo la musica, la chiamiamo così come ci sentiamo, e lasciamo spazio all’ascoltatore per essere toccato e avere una propria personale interazione con essa.

Avete creato un intero album basato su una poesia – The Speech of The Red Indian – e molti brani dell’album provengono da quelle parole. Cosa vi ha ispirato? Perché avete scelto proprio questa poesia? Mahmoud Darwish ha composto questo componimento pensando, per analogia, a cosa avrebbero detto degli indiani rossi al conquistatore bianco, e alla nostra situazione in Palestina. Ci abbiamo pensato quando Trump ha dichiarato Gerusalemme capitale d’Israele. Il presidente americano si è arrogato il diritto di scegliere le capitali dei paesi. In realtà non abbiamo scelto i nomi delle tracce. Ogni brano aveva un significato ispirato alle parole della poesia, ed è così che i titoli sono stati scelti.






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