Rembrandt resta ancora oggi un mistero. La sua figura, la quantità di studi che gli sono stati dedicati, l’interesse che riscuote presso il grande pubblico non sono però sempre stati tali: poco prima della morte dell’artista ad Amsterdam nel 1669, il suo contemporaneo Gérard de Lairesse descriveva la sua pittura come “fango liquido su tela”. Una pennellata così fisica – e davvero nauseabonda visto i pigmenti che impiegava – che qualcuno la definì addirittura come “stesa con la cazzuola”. Non esattamente un complimento per uno dei massimi esponenti della storia dell’arte.

Rembrandt nasce a Leida il 15 luglio 1606. Un cognome, van Rijn, preso probabilmente dall’acqua di un fiume, il Reno. Quello stesso corso d’acqua che alimentava il famigerato mulino del padre mugnaio e le tante fantasie di chi non considerava degna una pittura sporcata dalla farina e da una così poco nobile origine. Del resto i nemici dell’Olanda all’epoca non erano solo la Spagna e il mare.

Pur riconoscendone in molti il genio precoce e la grandezza della tecnica, la bancarotta che segnò la fine della vita di Rembrandt sembrò mandare in malora anche la sua fama. Fino alla metà del XVIII molti accademici disprezzavano la sua pittura materica e le sue continue sperimentazioni, preferendogli uno stile più classicheggiante, più pacato rispetto alla pittura passionale del maestro. Quello stesso stile che paradossalmente era stato perfezionato proprio dagli allievi che erano stati a bottega dal grande artista.

Il “misterioso, profondo e intangibile” Rembrandt

Il “misterioso, profondo e intangibile” maestro fu rivalutato soltanto due secoli fa. Complice anche la secessione belga del 1830 e la ricerca di un eroe nazionale olandese da contrapporre al cattolico Rubens, Rembrandt divenne un’icona per i Paesi Bassi. Nel 1852 in suo onore viene eretta una statua in una piazza di Amsterdam e l’Olanda divenne il paese di Rembrandt. Da lì in poi il suo mito ha travalicato i confini olandesi per divenire patrimonio dell’intera umanità. Oggi le sue opere sono disperse su tutto il pianeta e la sua casa museo nella capitale olandese è frequentata ogni anno da più di 230.000 visitatori.

Da poche settimane in Italia è uscito da Carocci il libro di Marco M. Mascolo, Rembrandt. Un artista nell’Europa del Seicento. Un volume intelligente e approfondito, molto godibile nella lettura e ricco di aneddoti che intende offrire una panoramica aggiornata sul celebre pittore e incisore di Leiden.

Un nuovo libro non solo per gli addetti ai lavori

Come spiega Mascolo, borsista al Kunsthistorisches Institut di Firenze, “il libro nasce un po’ per gioco da una chiaccherata tra amici e incidentalmente da un mio interesse pregresso. Lavorando su Wilhelm Valentiner, studioso tedesco poi emigrato in America e specialista di Rembrandt, ho lavorato sulla ricezione del pittore nella prima metà del XX secolo. Allora mi sono accorto di quanto Rembrandt sia sconosciuto in Italia. Non è che manchino volumi sul pittore in lingua italiana – basti pensare al libro molto discusso di Svetlana Alpers pubblicato da Einaudi. Il problema, però, è che tutti i testi italiani sono datati e presuppongono comunque una conoscenza pregressa della vita e delle opere di Rembrandt”.

Rembrandt non è mai stato in Italia, la sua è stata solo un’Italia “di carta”. Ma che ruolo gioca il nostro Paese nella sua pittura?

È un rapporto complicato nel senso che Rembrandt non ha mai fatto il consueto viaggio in Italia ma il paese è sempre presente pur restando sullo sfondo. E nel corso degli anni lo diventa sempre di più, un limite verso cui tendere che diventa centrale rispetto ai problemi di natura pittorica. Non c’è mai la sudditanza rispetto ai grandi modelli nè pura emulazione: in Rembrandt c’è sempre la ricerca verso la miglior soluzione possibile. I modelli italiani – Tiziano e Raffaello – pur destando la coscienza di un riferimento alto sono sempre assimilati e reinterpretati senza alcuna soggezione. Rembrandt si pone da pari a pari. Nel ritratto del 1640 alla National Gallery il dialogo è alla pari con Tiziano, Dürer e Raffaello. Uno dei motivi per cui si fa fatica a rintracciare i modelli rembrandtiani è proprio dovuto alla sua capacità di rielaborazione.

Ma qual è la più grande innovazione della “pittura del vero” di Rembrandt?

Direi la capacità di fissare le passioni dell’animo e di dare evidenza visiva a quelli che erano i temi dibattuti nell’ambiente erudito e letterario dei collezionisti d’arte del tempo. Sembra quasi che Rembrandt con le proprie opere voglia mostrare quello di cui si discuteva e che si andava cercando in quegli anni. E anche qui ritorna il “tema italiano” che scorre sottofondo: basterebbe pensare al rapporto con Caravaggio, quali opere Rembrandt possa aver visto e il ruolo dei Caravaggisti olandesi.

C’è un filo conduttore che sembra legare molti dipinti, disegni e incisioni ed è quello di una sottile ironia. Trovi che più sia alto il tema da ritrarre, più emerga in Rembrandt una certa dissacrante profanazione?

Sì, rispetto alle teorie su che cosa è degno di essere rappresentato, proprio in quegli anni si sviluppano le tematiche della dignità della rappresentazione di ciò che è sgradevole: basta pensare alla raccapricciante Medusa di Rubens. Rembrandt riesce a mettere insieme questi due aspetti: quello ironico e quello normativo, nel senso che, ancora una volta, riesce a rendere in immagine quello che era rimasto su carta.

Studiando la vita e la pittura di Rembrandt ovviamente ci troviamo di fronte a uno spaccato della vita olandese del tempo: debiti per comprare casa, litigi tra i vicini e giorni prestabiliti per i traslochi. C’è qualche aneddoto che ti ha colpito in particolare?

Due in particolare. Quando Rembrandt sposa Saskia, la famiglia della moglie appartenente al ricco ceto mercantile del nord intenta una causa contro i novelli sposi: nelle motivazioni si legge che i due stanno sperperando molto denaro e conducono una vita troppo agiata. Nella replica della difesa proprio Rembrandt riconosce di essere benestante e di essere stato toccato da una fortuna così abbondante da non preoccuparsi delle proprie finanze. Peccato che si sia ancora verso la fine del 1630, lontani dalla celebre bancarotta del 1656.

Un altro aneddoto degli anni ’50 è a proposito della controversia legale con Geertje Dircx, l’amante di Rembrandt che il pittore fa di tutto per far rinchiudere in una casa di correzione. Quando un’amica della donna di passaggio ad Amsterdam vuole liberare l’amica dal carcere, il gesto manda su tutte le furie Rembrandt che la minaccia puntandole il dito contro. Uno spaccato molto vivido che rende bene la preoccupazione del pittore per tutti i problemi finanziari che lo avrebbero portato alla bancarotta e i creditori alla porta che iniziavano a chiedere la restituzione dei soldi.

Cosa succede alla figura di Rembrandt dopo la morte?

Dopo la morte su Rembrandt è calato una sorta di oblio, o meglio di messa in discussione. Le biografie tardo seicentesche e settecentesche insistono sul mito del figlio del mugnaio, incolto e proveniente da una condizione di minorità sociale. In questa costruzione del mito dell’artista agisce anche il suo essere percepito come un emulo di Caravaggio, un artista che si accompagna a persone di infima statura sociale e che esce di casa con i vestiti sporchi di colore. Questo avviene almeno per tutto il settecento, quando invece è in voga una pittura più rifinita ispirata al gusto di Van Eyck e di Rubens. La grossa fiammata di riscoperta avviene proprio durante l’epoca degli stati nazionali quando Rembrandt diventa un mito dei Paesi Bassi. E la sua vita diviene un simbolo che rispecchia l’ordine del Paese: libero, indipendente, protestante, non sottomesso ad alcuna committenza. Tra Ottocento e Novecento invece nasce il parossismo del pittore come più grande degli artisti tedeschi. La storia di Rembrandt dopo Rembrandt è una parabola molto lunga e complessa che si è iniziato a collocare nella giusta prospettiva solo a partire dalla metà del secolo scorso.

Quali sono gli aspetti ancora in ombra del grande pittore?

Ce ne sono ancora parecchi. Dal grado zero delle attribuzioni di opere che ancora non hanno trovato una loro collocazione e su cui grandi specialisti sono in disaccordo si arriva a tutta una serie di problemi: l’anno scorso per esempio alla mostra al Museo Thyssen di Madrid il team di studiosi e curatori ha proposto delle nuove identificazioni per alcuni committenti, da cui segue poi un eventuale riposizionamento della rete sociale di Rembrandt.

Sempre l’anno scorso è stato scoperto un documento del 1622 saltato fuori dai registri dell’università di Leida: tutti gli studiosi hanno sempre pensato che la frequentazione universitaria di Rembrandt fosse solo formale o parziale: per anni si è infatti creduto, in base alla registrazione del 1620 che il giovane si fosse iscritto all’università solo per evitare il servizio militare nella milizia cittadina e per non pagare le tasse sulla birra, una bevanda molto diffusa e più salubre dell’acqua. Ma se nel 1622 è ancora all’università, la leggenda dell’artista incolto vacilla. Ciò a testimonianza di quanto ancora lavori oggi l’ingombrante mito del figlio del mugnaio. La speranza è che continuino ad affiorare documenti come questi: sarebbe meraviglioso se si scoprisse l’inventario del 1647 o qualche altra lettera.