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CULTURE

Le mille e una notte al Mezrab, la casa delle storie

L'Amsterdam Storytelling Festival ci svela l'importanza di condividere i nostri racconti

di Elisa Battistella

Ancora poche ore ci separano dall’inizio dell’undicesima edizione dell’Amsterdam Storytelling Festival, dal 1 al 4 novembre. Il tema di quest’anno è brotherhood poiché gli organizzatori Sahand Sahebdivani e Raphael Rodan sono amici da molto tempo nonostante – o forse grazie a – le loro rispettive origini iraniane e isreaeliane. Appartenenti a due culture opposte e in conflitto tra loro, dimostrano come l’amicizia e la fratellanza superino qualsiasi stereotipo ed ostacolo.

Oltre al Festival, Sahand e Raphael sono impegnati anche nella gestione della Mezrab Storytelling School che si svolge regolarmente al Mezrab, la casa delle storie e una delle sedi più intime del festival. Grazie ad essa, questo spazio ha un continuo afflusso di persone e sta diventando un punto di riferimento nella vita culturale della città. Affacciato direttamente sulle acque dell’Ij, condivide la banchina con le mastodontiche navi da crociera che flagellano la città e dal suo ingresso lo sguardo di chi esce si posa sulle case di vetro di Java-eiland.

Ma cos’è il Mezrab?

Lo scorso venerdì sera abbiamo incontrato Karl Giesriegl, proprietario, organizzatore e all’occorrenza barista. Gli abbiamo chiesto la storia di questo luogo dedicato all’incontro e alla condivisione: un luogo che cambia fisionomia a seconda che si organizzi una serata di storytelling, un concerto o una festa privata. Tutto nasce 15 anni fa nel salotto della famiglia di Sahand: le origini persiane rivelano l’amore per le storie, per il piacere e la necessità di raccontarsi. Sempre più persone volevano unirsi a questo momento e così affittarono un piccolo locale. A sua volta però non era abbastanza e quattro anni fa si trasferiscono nella sede attuale.

Karl confessa che ancora adesso a volte lo spazio non è sufficiente: “in estate riusciamo a contenere più persone perché si può stare anche fuori. Da ottobre fino ad aprile siamo parecchio pieni, sopratutto il venerdì sera. Spesso capita che anche durante serate dove prevedono di ospitare circa 30 persone, alla fine se ne presentino un centinaio. In media, il 30% del pubblico entra per la prima volta; è anche per questo che il Mezrab sta crescendo così rapidamente”.

Ci racconta che quattro anni fa svolgevano due serate storytelling al mese e adesso ne contano una decina e probabilmente cresceranno ancora il prossimo anno.

“Mezrab è un esperimento per molti motivi. Non siamo un’azienda e non vogliamo diventarlo. Abbiamo ovviamente la parte amministrativa e legale ma l’idea del Mezrab è un sistema aperto, nel senso che non esiste un vero e proprio capo che dice agli altri cosa fare ma un team di persone; ognuno può far parte di questa realtà e crescere con essa. È aperta a tutti e tutti vi possono contribuire anche con le proprie idee; non c’è una gerarchia. Abbiamo molti volontari dietro al bancone, persone che davvero vogliono aiutarci.”

Appena trasferiti in questo edificio avevano bisogno di €25.000 per sistemarlo e poter ospitare il pubblico. Attraverso una raccolta crowdfunding hanno raccolto la somma in sei settimane “perché le persone davvero volevano che il Mezrab esistesse”. Alcune serate sono dedicate alla musica ma le storie rimangono l’epicentro del Mezrab, ci tiene a precisare Karl. Continua marcando una differenza tra la narrativa dello storytelling e quella cinematografica dove manca l’interazione con il pubblico, presente invece nelle mura del Mezrab: “è la forma d’arte più comunicativa che conosco”.

Mezrab unisce l’idea della storia a quella della diversità, poiché spazio che raggruppa molte nazionalità. “Siamo incredibilmente internazionali. Le persone dicono che Amsterdam è la città più internazionale del mondo, e probabilmente Mezrab è il posto più internazionale di Amsterdam; la diversità è una cosa che non abbiamo cercato o guadagnato, ce l’abbiamo e basta. Anche il nostro staff è molto internazionale.”

Definisce inoltre come sia una realtà unica nel suo genere. Un posto simile si trova a Edimburgo ma è organizzato in una chiesa e si raccontano storie più tradizionali a differenza delle multiculturali realtà ascoltate nella location di Amsterdam. Aggiunge come qui ci sia “un’idea di comunità aperta, società aperta. Tutti, da tutte le parti del mondo, sono i benvenuti”.

Mentre la nostra chiacchierata si sta concludendo, Karl ci fa notare come la sala sia cambiata rispetto a quando siamo arrivati. Sedie, divani, tappeti, cuscini preparati per far accomodare quasi 250 persone. “Ci teniamo a rendere il posto confortevole come una casa, se vieni qui devi sentirti a tuo agio; il primo odore che senti appeni entri è la zuppa della mamma di Sahand”. Ad ogni modo – ci suggerisce – per capire davvero bisogna partecipare ed è quello che abbiamo fatto. 

Siamo rimasti a scoprire cosa succede un venerdì sera al Mezrab.

Prima dell’inizio ci siamo accomodati e gustato la zuppa di Parvin, mamma di Sahand, ottima cuoca di Ash Reshteh, tradizionale zuppa persiana dalla lunga preparazione, e voce capace di ammaliare col suo canto.

Il titolo della serata era “Samizdat: stories from the underground”. Dalle 20.00 alle 23.00 è stato un continuo susseguirsi di storie: anche Sahand, nel presentare i diversi storyteller, racconta a sua volta una storia.

Tra la fine degli anni cinquanta e gli anni sessanta, il samizdat consisteva nella diffusione clandestina di scritti illegali poiché censurati e banditi dalle autorità filosovietiche: e così una ragazza narra della Rivoluzione romena del 1989 e di come l’hanno affrontata i suoi giovani genitori innamorati. Un ragazzo racconta di quando ha passato 10 giorni di meditazione in completo silenzio. Tra una pausa e l’altra inoltre capita che qualcuno del pubblico ti coinvolga in una storia personale.

Infine si esibisce Anastasis, musicista di professione e storyteller da due anni. Dopo la sua performance abbiamo avuto modo di porgli alcune domande e ci spiega che durante il festival di due anni fa, era stato ingaggiato per suonare ma gli organizzatori si sono ritrovati a corto di fondi per sostenere le spese di produzione, e gli hanno chiesto di fare un pezzo. Così lo ha scritto, e poi si è esibito come storyteller. Ha studiato recitazione ma “raccontare storie è del tutto diverso”, e gli da più soddisfazione. L’esibizione a cui abbiamo assistito di Anastasis è una parte di quella che è stata la sua prima storia raccontata al Festival. Narra di quando è andato, insieme ad una crew di professionisti,  in viaggio in Grecia per scoprire canzoni in lingua popolare; ci spiega come in greco la parola “canzone” sia collegata alla parola “trajudi”, tragedia. E a sua volta come essa significhi cantare ad una capra per via del sacrificio attraverso la decapitazione dell’animale mentre si canta. Conclude suonando la tastiera, e cantando insieme a Sahand, una canzone del viaggio, le cui parole possono essere tradotte:

Look at me my love, today I’m here.

Tomorrow I’ll be gone, I’ll go to Istanbul.

If I come back, what shall I bring you?

And she says: Bring me poison my love, 

I will drink it to kill myself so that my enemies 

will be happy. My enemies, your friends.

Aveva ragione Karl. Finché non entri, vedi e ascolti non puoi comprendere appieno cos’è il Mezrab.

 


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