di Massimiliano Sfregola

 

L’UE è costruita sulla libertà di circolazione di beni, servizi e persone (più i primi due, a dire il vero) come sappiamo ma questo concetto generale, nella pratica, si presta a diversi equivoci: l’Unione non è un maxi-Stato e muovere la sede fiscale da un Paese all’altro non è come spostare l’iscrizione dalla camera di commercio di Rovigo a quella di Monopoli.

Invitare, direttamente o indirettamente, gli imprenditori italiani ad investire in Olanda, qualunque ne sia la ragione, è un’operazione politica ed economica con un colore preciso: nonostante i fiumi di parole colorate rubate al marketing per coprire l’intenzione reale, nei fatti chi promuove l’apertura di un’azienda in un altro paese UE sta promuovendo la “fuga fiscale” di imprese italiane altrove.

Per chiarezza: uno studio di consulenza fiscale, un’associazione o anche la Camera di commercio italiana in Olanda, hanno diritto di giocare sulla frontiera della contraddizione di promuovere un qualcosa (il “made in Italy”) danneggiando -allo stesso tempo- quel qualcosa (l’ambiente imprenditoriale italiano in Italia) alla radice. Le istituzioni, al contrario, no. Le istituzioni italiane rappresentano l’Italia e qualunque tipo di azione, diretta o indiretta, che finisca per danneggiare l’economia -e di conseguenza- il tessuto sociale italiano a vantaggio di quello di un altro paese, non possono essere messi in atto.

E la ragione è semplice: “made in Italy” è uno slogan dietro il quale si raggruppano interessi individuali (legittimi) che non hanno dimensione sociale o collettiva. La pizzeria, il brand di moda o l’automobile -nei termini del liberismo più puro- hanno il solo ed unico fine sociale di produrre profitti per proprietà e shareholders: “creare posti di lavoro” è una conseguenza strumentale al produrre denaro, non ha alcun fine sociale o solidale, come ci insegnano Amazon o Ryanair, che da anni boicottano qualunque tentativo dei lavoratori di costruire rappresentanze sindacali interne.

Per questo motivo, non esiste alcun “tutti insieme” nazionalista degli italiani

in Olanda, ma esistono gruppi portatori di interessi, spesso contrapposti, e poi esistono le istituzioni, che devono mediare tra questi interessi.

Prendiamo l’intensa attività del Comitato degli italiani all’estero uscente, nel campo della promozione delle imprese o del fare impresa di italiani in Olanda: quale vantaggio arriva all’Italia, paese di emigrazione, se un suo ente all’estero promuove l’avvio di aziende che pagheranno tasse ad altre fiscalità?

L’Italia, inutile ce lo ripetiamo, è in grave crisi: difficoltà lavorative e stando agli imprenditori, tassazione eccessiva. Bene, il problema lo conosciamo ma è singolare la soluzione offerta da alcune micro porzioni istiuzionali all’estero: mostrare la via per pagare tasse ad un altro sistema e finire, così, per aggravare i mali del paese.

Non è illegale organizzare workshop simili e non lo è avere rapporti con gli imprenditori italiani. Un conto, tuttavia, è avere rapporti, un altro promuoverne attività che non portano nulla all’Italia e addirittura la dannggiano. “…l’evento in programma oggi ad Eindhoven, organizzato dalla sezione olandese del Comites, il comitato degli italiani all’estero, presieduto – a proposito – da un friulano, il manager Ernesto Pravisano. Il workshop “Come fare impresa in Olanda” mira a fornire agli imprenditori interessati le informazioni utili a investire nei Paesi Bassi. Si parlerà del varo dell’impresa, ma anche degli aspetti giuridici e legali propri della legislazione olandese. Tra i relatori, un altro friulano, Paolo Pavan, presidente della Camera di commercio italiana in Olanda, l’avvocato Paola Cimegotto del Comites e la tributarista Sonia Orofino”, si leggeva sul Messaggero Veneto di marzo 2019.

Un ente che aiuta le imprese ad emigrare? Ma davvero? Esistono, poi, altri ordini di problemi: il primo è rappresentato dall’Olanda, il secondo dall’Italia stessa. Il primo paese è considerato un “paradiso fiscale” ed una “lavanderia internazionale” per proventi di traffici illeciti. Entrambi i paesi sono terre di mafia.

Gli imprenditori italiani sono, senza dubbio, nella stragrande maggioranza persone oneste e i loro business senza macchie. Ma non si può ignorare il tema del riciclaggio, ormai in cima alle priorità investigative di mezza Europa, e non si può fare finta che in Olanda esistano dighe contro l’infiltrazione mafiosa, alte come quelle costruite per frenare l’avanzata delle acque: nei Paesi Bassi non esiste una vera e propria legislazione antimafia e gli strumenti di verifica sui capitali investiti hanno mostrato di essere fragili.

Ecco, con un quadro simile è concepibile fare i PR per il fisco olandese? Anche ignorando gli obblighi istituzionali e morali che un ente avrebbe per l’interesse collettivo italiano, è o non è una follia promuovere l’impresa italiana in Olanda, senza considerare i contesti ad altissimo rischio dei due paesi?