di Massimiliano Sfregola
Per la terza volta da quando è premier Mark Rutte assiste alla caduta di un suo esecutivo. Questa volta, tuttavia, rispetto alle volte precedenti “Teflon Mark”, come viene definito dalla stampa olandese, l’uomo impermeabile, per sopravvivere come solo lui sa fare, deve guardarsi da molti fronti. Non ultimo quello interno. Ma sono 3, nello specifico, le ragioni che hanno spinto il premier dimissionario a provocare la crisi.
La questione del ricongiungimenti familiari dei migranti è stato il casus belli per risolvere la partita con i leader di coalizione che lo avrebbero voluto fuori dai giochi: dopo la caduta del Rutte III e le elezioni, tutti, guardando al premier eterno, volevano discontinuità. L’alleata-avversaria Kaag aveva detto alludendo a lui: “La leadership per me è l’opposto di organizzare e muoversi senza una visione”. Rutte ha ingoiato il rospo: a dicembre 2021 ha detto no ad un governo con troppa sinistra e riconfermando i vecchi alleati nel suo gabinetto IV ha congelato, in larga parte, l’azione di governo con una coalizione “amministrativa” aspettando pazientemente che il vento cambiasse direzione.
E il ciclone BBB, il partito dei boeren, era l’occasione che Rutte aspettava per regolare i conti con i liberal-democratici del D66: non è un caso che la caduta del governo arrivi proprio al termine della formazione dei consigli provinciali, dove il partito degli agricoltori go…







