CoverPic | Author: M0tty | Source: Wikimedia | License: CC 3.0

di Agata Zarcone

L’ondata Black Lives Matter e il dibattito sulle statue hanno avuto un’efficacia e un’effettività difficilmente riscontrata in altri Paesi; complice la storia coloniale locale, breve e feroce, e una sostanziale indifferenza delle istituzioni che per anni l’hanno ignorata, le statue di Leopoldo II sono sparite dallo spazio pubblico belga a tempo di record. E in pochi sembrano rimpiangerle.

Segreti e omissioni

Solo poco tempo fa sono stati celebrati i 60 anni di indipendenza del Congo e Filippo, re del Belgio, ha inviato una lettera di scuse al presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Antoine Tshisekedi Tshilombo. C’è voluto più di mezzo secolo ma alla fine la casa reale belga ha ammesso i danni perpetrati al popolo congolese durante gli anni del colonialismo.

Unico problema: nella lettera manca proprio quel nome. Già, di Leopoldo “il grande costruttore”, come lo vuole la pubblicistica non decolonizzata, non si fa menzione. Purtroppo, molti ancora oggi non sanno che poco più di un secolo fa, “il costruttore” utilizzava metodi degni di un faraone: opere realizzate dal lavoro degli schiavi sfruttati nell’ambito della produzione della gomma.

I grandi fasti erano assicurati grazie allo sfruttamento praticato da una vera e propria dittatura del terrore: sono gli anni dello Stato libero del Congo, un dominio iniziato nel 1877 e ufficialmente amministrato dal monarca tra il 1885 e il 1908. Leopoldo II si impossessò del Congo a seguito della Conferenza di Berlino del 1884 promettendo di farne uno stato libero e migliorare la vita dei suoi abitanti.

https://www.instagram.com/tv/CBVgdoviBVr/?utm_source=ig_web_copy_link

Per far capire le dimensioni mastodontiche dell’impero di Leopoldo II basti pensare che il territorio conquistato equivaleva a 76 volte il Belgio, un territorio per altro ricchissimo, prevalentemente ricoperto da folte foreste. E non si trattava di una colonia nel senso tradizionale ma di un possedimento privato: le resistenze, in patria e all’estero, contro la tarda colonizzazione del Congo erano molte e Leopoldo scelse questo stratagemma. Mascherando la sua attività come missione scientifico-umanitaria che, diceva, avrebbe migliorato la vita degli africani. Purtroppo la realtà per la gente del posto era ben diversa: non solo lo sfruttamento del lavoro ma anche torture, stupri e mutilazioni e un bilancio di circa 10 milioni di persone uccise. Un vero e proprio genocidio.

Una strage che il monarca tentò di seppellire dando fuoco alla maggior parte dei suoi archivi. In merito, pronunciò la famosa frase “Regalerò ai belgi il mio Congo, ma non avranno diritto di sapere ciò che vi ho fatto.”

La lotta per la verità, ieri e oggi

Come già detto, non tutti i contemporanei di Leopoldo II avallarono i suoi diabolici piani: giornalisti, esploratori, missionari e diplomatici documentarono fin dall’inizio cosa accadeva nel Congo belga. Il primo fu Edmund Morel, reporter e politico britannico, lo seguì il console britannico in Congo, Roger Casement. Ma anche, Alice Seeley Harris e John Harris, andarono in giro scattando foto in giro per la foresta congolese.

Nel 1902 viene pubblicato il celebre romanzo Cuore di tenebra di Joseph Conrad, ex comandante di una nave in Congo, che rende note le condizioni in cui il Congo di Leopoldo II versava. Infine, grazie alle pressioni di Morel, esercitate per mezzo dell’House of Commons britannica, le ingiustizie compiute da Leopoldo II in Congo cominciano a essere note internazionalmente. Così, a seguito del clamore generato dalla stampa e dall’opinione pubblica, il parlamento belga decide di passare l’amministrazione privata del monarca a quella statale. Il 15 novembre del 1908 lo stato Libero del Congo diviene Congo belga. 

https://www.instagram.com/p/CCUdZB_gpk5/?utm_source=ig_web_copy_link

Il Congo viene annesso al Belgio, Leopoldo II vi ‘rinuncia’ e l’amministrazione passa ai vari governatori che si susseguono fino ad arrivare al 1960, anno dell’indipendenza congolese. Importante sottolineare che fu in un cambiamento di facciata dato che Leopoldo II, nonostante non controllasse più personalmente il Congo, rimaneva pur sempre re della nazione che lo amministrava. Il monarca morirà nel 1909, un anno dopo il cambio di amministrazione dell’ormai Congo belga.

Nonostante la massiccia presenza di prove di quanto compiuto da Leopoldo II, ancora oggi si assiste in Belgio ad un muro di ‘negazionismo’ sul fenomeno coloniale.  Il fratello minore del re, il principe Laurent, solo poche settimane fa ha difeso il suo antenato giudicandolo non responsabile di quanto accaduto nella colonia perché mai andato in Congo.

Il Belgio esige il pieno riconoscimento dei fatti

Nelle ultime settimane molti hanno protestato affinché tutte le statue del re più controverso del Belgio fossero abbattute o rimosse. L’installazione di statue e monumenti di vario tipo sono stati presi di mira perché simbolo della propaganda del regno di Leopoldo II e strumenti distorti per la formazione di un’identità nazionale belga.

Il fatto più curioso è che queste state siano state erette per lo più intorno al 1930 per costruire una mitologia di tipo nazionalistico intorno alla figura di Leopoldo II. L’obiettivo del governo belga era quello di cancellare dalla memoria l’immagine di un re spietato, e sostituirla con quella di un grande monarca che ha guidato il Paese nella grandezza. Il diffuso il sentimento nazionalista e aggressivo delle varie potenze europee tra le due guerre mondiali non ha risparmiato il Belgio. Monumenti e statue di ogni tipo raffiguranti Leopoldo II sono stata piazzate in ogni angolo della nazione per esaltare la capacità di guida del monarca e incensare l’idea di una grande potenza.

https://www.instagram.com/tv/CCdR9r1p9v7/?utm_source=ig_web_copy_link

Oggi il Belgio deve decidere se e come riscrivere la propria storia. Le opinioni a riguardo sono delle più disparate. Alcuni, come il sindaco di Bruxelles, vogliono tenerle al fine di aggiungere delle targhe a scopo educativo. Anche il Ministro Bernard Clerfayt la pensa così, affermando che rimuovere statue e simboli non serva a molto, piuttosto ha proposto di erigere un monumento per commemorare le vittime del colonialismo, accanto a tutte le altre statue.

Altri, come il coordinatore del movimento Black Lives Matter del Belgio, vogliono rimuoverle. “Rimuovere le statue non cancella la storia, ma corregge e crea una nuova storia che, giustamente, mette in discussione le narrative dominanti”, ha spiegato Mathieu Charles.