CoverPic@Elliot Laub

di Miriam Viscusi  

 

Laryssa Kim vive di e con la musica. Cantante, compositrice, performer, insegnante di canto. Ma anche altre arti: in passato ha studiato danza e teatro. Ha vissuto a Roma, Amsterdam e Bruxelles, dove si trova ora.

A 12 anni si è appassionata alla musica grazie a una cassetta di Bob Marley, ma poi ci sono state l‘urban e la scoperta dell’elettronica. Tutto questo ha contribuito a farla arrivare dov’è ora: le sue ultime produzioni sono un mix di tutto questo. Dai concerti in acustica nelle residenze, ai progetti da solista o con le band, alla composizione di musica per spettacoli e video.

Lei stessa si definisce un mix (“Mia madre è italiana e mio padre congolese”) e ciò che l’attrae maggiormente è proprio la diversità. Alla fine di un anno stranissimo per gli artisti, come è stato il 2020, abbiamo parlato di elettronica, diversità, creatività e varianti dell’elettronica.

Chi sei, come hai iniziato a fare musica?

Quando vivevo in Italia ho studiato lingue, poi mi sono trasferita in Olanda e lì mi sono dedicata a danza e teatro, entrando nel collettivo di danzatori e danzatrici MonoDopo il trasferimento in Belgio volevo approfondire il canto e ho cercato una scuola adatta, ma per molto tempo è stato difficile trovarla. Poi una sera, chiacchierando a una festa, una persona mi ha parlato del conservatorio di Mons. Mi sono informata sui corsi offerti e ho scoperto questa tecnica particolare, l’acusmatica (acousmatique), finora sconosciuta. Quindi ho deciso di tentare l’ingresso per studiare composizione con le tecnologie dell’elettronica.

Foto di: Elliot Laub @elliottl_photography

Hai dovuto affrontare una prova di selezione?

Sì, fra le altre cose c’era un colloquio con un gruppo di professori. Hanno tentato in tutti i modi di scoraggiarmi, non capivano il nesso tra le mie esperienze precedenti e la musica elettronica. “Signorina, è convinta di questo percorso?” mi hanno chiesto più volte. Mi sono dimostrata determinata, Ho fatto capire loro che ero curiosa e mi interessava studiare quello. In effetti avevano ragione, è stato un percorso impegnativo al punto che dovevo dare tutte le mie energie a quello. Però non me ne pento. A Mons ho imparato cose utilissime, ad esempio come si produce e conserva il suono, come agire su di esso conoscendone la fisica. Questo ti permette di creare numerosi effetti. Nel percorso di studi ho anche imparato ad ascoltare diversamente e a valorizzare il lavoro di composizione. Ho acquisito consapevolezza del valore, anche economico, dello studio e dell’applicazione. 

Da Bob Marley e il reggae alla musica elettronica: che percorso è stato?

Ho iniziato facendo reggae, con vari sound system a Roma, poi mi sono avvicinata all’urban music, al soul e poi ho sentito in una live un certo tipo di elettronica . C’era una ragazza che suonava su una strana macchinetta, mi piaceva l’effetto che faceva e ho pensato: “Devo averla!” Il passaggio da un genere all’altro non è definitivo, dipende dal momento e dalla situazione. Ultimamente mi sto concentrando sull’elettroacustica, ma non ho abbandonato le altre cose. Quest’estate mi è capitato di tornare la reggae in alcuni spettacoli.

Come descriveresti l’acousmatique a chi non sa cos’è?

L’acusmatica viene chiamata anche “musica concreta” o musica “su supporto” per richiamare alla sua origine. Infatti, a differenza della musica intesa in senso classico, questa non viene composta pensando a una melodia e scrivendola. Si verifica un po’ il percorso inverso: tutto comincia dal suono, si parte letteralmente da una collezione di suoni e poi è tutto un divenire. Naturalmente è presente la macchina, il “supporto” del nome sta ad indicare proprio il tastierino elettronico, sintetizzatori o altri macchinari di quel tipo. Questo corpo sonoro è il materiale di partenza. Nell’acousmatique sono anche importantissime le energie fisiche: gli effetti derivano anche dal modo in cui le onde sonore interagiscono con lo spazio. Di bello in questo tipo di musica c’è la possibilità di trasformare qualcosa di finito – un set di suoni – in un infinito, dandogli continue possibilità e forme. 

Cosa si può trovare nella tua “biblioteca sonora” di partenza?

La mia “sonoteca”, come la chiamo, è vastissima e composta da tanti suoni differenti. Questo perchè lavoro su cose diverse. Le principali sono due: una è il mio disco in cui uso la mia voce e poi faccio un mixaggio. L’altra sono le composizioni per teatro, danza o per film e video. In questo caso dispongo di tantissimi suoni, in base all’atmosfera che devo creare. E ogni volta parto da un input, mischiandolo abbinandolo o modellandolo in svariati modi. Tra le basi a volte c’è anche la mia voce, ma in generale i miei suoni di partenza li cerco in esperienze quotidiane come emozioni, immagini e sogni. Quello che faccio è cercare il corrispettivo sonoro di un’esperienza di altro tipo, come sensoriale, mentale o spirituale.  

Foto di Elliot Laub @elliottl_photography

Processo creativo: è sempre uguale o a volte differente? Che rapporto c’è con la macchina “acustica”? Come decidi in che lingua scrivere un testo?

Di solito è un percorso che parte da dentro di me per arrivare all’esterno e condividerlo con qualcuno, con tutte le persone possibili. Cerco di tradurre in suono sensazioni di altro tipo, specialmente quelle oniriche. Tra me e la macchina c’è comunque un certo distacco, non è parte del corpo, non è come usare la propria voce. La scelta della lingua varia in base alle esigenze: se uso il francese è per farmi capire direttamente, visto che vivo in Belgio. Di recente poi mi è stato chiesto di partecipare a un festival di musical francofona e, non avendo pronti dei pezzi in quella lingua, ho deciso che fosse il momento di iniziare. 

Con la perfezione ho un rapporto stretto: accetto ogni sfida perchè mi piace sperimentare e curiosare ma poi vorrei che ogni cosa fatta fosse perfetta. Sto capendo che il meglio che posso dare può variare in base al momento.

Che tipo di musica ascolti nella vita di tutti i giorni e cosa ti capita di ascoltare per ispirarti nelle tue composizioni?

Quando devo comporre non ascolto musica, ma per lavorare a volte, se non ho ispirazione, cerco di ascoltare qualcosa di simile a quello che mi è richiesto. Per esempio, una volta dovevo comporre “musica da ascensore” (per una scena in ascensore) e ho cercato cose di Jim Jarmush.

Scrivevi tempo fa che vorresti “far entrare le persone in connessione con se stesse”. Che rapporto hai con il pubblico?

Nella musica acusmatica non esiste una performance vera e propria, tutto è già registrato e durante i live si riproduce. C’è uno speaker attorno il pubblico, io ho un  mix e distribuisco il suono grazie a dei movimenti spaziali: è come disegnare nella prospettiva. La tavola di mixaggio alza e abbassa il volume dei suoni proposti, l’azione che io faccio si chiama “spazializzare”. Quindi è molto importante, per il pubblico, la posizione all’interno della sala. In un certo senso il dove ti trovi può influenzare l’esperienza che hai del suono. Per quanto riguarda il rapporto emotivo con il pubblico, sento il bisogno di condividere quello che faccio perchè a me fa stare bene. E mi viene spontaneo volerla condividere. Non ho la pretesa di cambiare le vite delle persone, però è molto bello quando mi dicono che sono stati felici sentendo le cose che produco.

Prima di vivere in Belgio hai passato tutta la tua vita in Italia. Percepisci delle differenze nel modo di trattare la questione razzismo?

Sì è abbastanza diverso e sì, ne ho vissuto in parte sulla mia pelle. Diversi anni fa, quando ero una bambina ragazzina, ricordo la fatica di dover essere sempre imepccabili per essere accettati. Credo che dobbiamo prendere consapevolezza dei rapporti fra esseri umani, senza farci intossicare dal desiderio di rivolta. Credo che la rappresentazione sia fondamentale, vedersi rappresentat_ nella società o nella cultura è fondamentale soprattutto da piccoli.

Il sessimo? Sì, ce n’è tanto anche nel mondo della musica. In particolare i sono ruoli sono ancora tanto marcati e c’è per questo ancora tanto mansplaining [ndr: per mansplaining, dall’unione di man e explaining, si intende quel caso in cui una figura maschile pretende di spiegare ad una donna qualcosa, sottintendendo che questa ne sappia meno in quanto donna]. Ad esempio, mi capita che i tecnici diano per scontato che non capisco come funzionano impianti e le macchine e tentato di spiegarmelo. Su questo è importante non fermarci, non reprimere noi stesse.

Dal punto di vista artistico, com’è stato il 2020? Che progetti hai per il futuro?

A ottobre 2019 è uscito l’ep autoprodotto Love’em all, nel 2020 doveva esserci la promozione ma con la pandemia si è bloccato tutto. Mi sono dedicata alla solitudine e al silenzio, fermandomi da marzo a luglio. Per fortuna in estate sono arrivati inaspettatamente dei concerti in giro per Bruxelles. Ho suonato nelle residenze della città con altri artisti e artiste, è stata un’esperienza fantastica. Al momento sto lavorando tanto, anche a un nuovo disco, che uscirà presto.  

 

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