di Massimiliano Sfregola e Francesca Polo

 

 

Hanno le fiancate vecchie di salsedine i due barconi che solcano le acque di Amsterdam, la Venezia del Nord, e della loro permanenza in Italia conservano ben poco a prima vista. Il nome ora è olandese – si chiamano “Meneer Vrijdag” e “Hedir”-, a bordo non ci sono più profughi ma “turisti del sociale”, la traversata è tranquilla e non finirà in tragedia, nessuno ha sborsato centinaia di euro per il viaggio della speranza ma solo i venti euro del prezzo del biglietto. A ricordare che le due barche hanno solcato il Mediterraneo prima di finire nel Nord Europa c’è solo la voce di uno degli steward: “Prima di riuscire ad arrivare ad Amsterdam, ho trascorso un anno in un carcere libico per niente, solo per il fatto di essere una persona in fuga”, racconta a uno sparuto gruppo di passeggeri salpato a bordo dell’imbarcazione della “Lampedusa Rederij”, società di navigazione dei canali della capitale.

È dall’isola siciliana che vengono i due battelli, recuperati dal cimitero dei barconi di quel pezzo di terra a metà strada tra Italia e Tunisia. Il resto è solo spettacolo. La guida non è un rifugiato eritreo ma un attore teatrale olandese di origine iraniana che, in due ore di traversata della capitale, si cimenta nel racconto di un audace pantheon storico e culturale di personaggi e minoranze; trovano posto nei suoi racconti gli ebrei portoghesi, i cinesi, gli spazzacamini italiani e addirittura Ayaan Hirsi Ali (ex deputata olandese di origini somale che, a dire il vero, non sopporta né rifugiati né islam): personaggi che dovrebbero incarnare la natura liberale, tollerante e multietnica della capitale. Ma la vera attrazione del giro non è questo poco convincente amalgama storico dei racconti, che fonde con una certa disinvoltura epoche e personaggi distanti anni luce tra di loro. Il reale protagonista è lui, Hedir, giunto lo scorso anno da Portopalo, in provincia di Siracusa. Il multietnico equipaggio include anche rifugiati siriani (veri), mentre olandesissima è la mente: Teun Castelein, artista olandese 35enne e deus ex machina dell’iniziativa che ha “brandizzato” a dovere chiamando la compagnia Lampedusa Rederij; del resto anche a questa latitudine tutti conoscono Lampedusa, e non solo per le sue bellezze.

Entusiasmo, tanti soldi e “Lampedusa experience” per tutti

Lampedusa Rederij è un’operazione ben riuscita: molta copertura sulla stampa -inclusi servizi per BBC Radio e Al Jazeera– e molti illustri “endorsement”. È etico, tuttavia, utilizzare gli elementi estetici del dramma dei richiedenti asilo per realizzare un prodotto di consumo? Se la politica la vede in un modo, gli artisti la vedono in un altro: la Stichting Geleukzoekers, ad esempio, onlus che gestisce il progetto, di finanziamenti ne ha presi parecchi. Dal comuAFK-logone di Amsterdam confermano l’erogazione di un importo di 12.500 euro tramite l’Amsterdamse Fondsen voor de Kunsten, il fondo cittadino per le arti. Che ha motivato cosi la sua decisione: “Un mezzo per sensibilizzare la comunità olandese – di Amsterdam – verso il tema dei rifugiati profilando la capitale come città di immigrazione”. Singolare paradosso: il sindaco rifiuta assistenza ai rifugiati e ai sans papier (quelli veri) mentre la sua amministrazione eroga fondi a una compagnia di attori che impersonano richiedenti asilo. Anche Vluchetelingewerk, la più grande onlus olandese per i rifugiati, ha scelto di contribuire all’iniziativa “ma solo con una piccola somma”, tiene a precisare un addetto stampa, mentre il Mondrians Fond (Fondo pubblico per le arti visive e il patrimonio culturale) avrebbe donato addirittura 50mila euro tramite il programma ‘Art of Impact’ (AOI) istituito nel 2015 su iniziativa del governo per stimolare progetti artistici in Olanda e all’estero. “Il progetto ha un che di alienante e di poetico – si legge nella decisione – un retrogusto allarmante per via del suo carattere di attività di intrattenimento, che porta la società a riflettere su un tema urgente che secondo l’artista non vogliamo vedere”. Il supporto di partner importanti come il comune di Lampedusa e quello di Amsterdam e il noto festival culturale olandese ‘Oerel’, avrebbero ulteriormente convinto la commissione di AOI a dare seguito a Teun Castelein e alla sua iniziativa. Soldi anche dalla Danimarca: “La compagnia teatrale Fix & Foxy ha ricevuto da noi 398.000 corone danesi [circa 50mila euro], per il progetto “The Great Escape”, che include una partecipazione di Teun Castelein” dice a 31mag.nl Bo Hansen, responsabile del Musik og Scenekunst, il fondo danese per l’arte.

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“Offerte speciali” della Rederij Lampedusa

Queste le istituzioni che hanno consentito al progetto di partire, ma come si sostenta Rederij Lampedusa? La risposta è sul sito internet: dall’home page è possibile si effettuare donazioni ma non è questo che tiene in piedi l’organizzazione, frutta molto di più il biglietto da pagare per salire a bordo per uno dei loro giri settimanali del weekend. Ma non basta: con la formula “meet and eat“, dice ancora il sito, si può prenotare una sorta di “blind date” pensato per expat appena arrivati ad Amsterdam, cena inclusa. Un affare se si pensa quanto è costato il viaggio della speranza a quanti hanno popolato le due imbarcazioni nelle loro vite precedenti.

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Dal sito vengono offerti: servizio shuttle e affitto privato

Il biglietto a pagamento è una novità. Fino a poche settimane fa, infatti, i giri sul barcone erano gratuiti e l’unica richiesta era quella di una donazione. Ma il menù di offerte della compagnia è per tutti i gusti: oltre a servizio “taxi” per raggiungere alcuni festival, si legge dal sito, per gli ex barconi della speranza c’è anche l’opzione noleggio privato. 31mag è venuta a sapere che la tariffa richiesta per quest’ultima opzione è di 20 euro l’ora a persona con tanto di soundsystem incluso e la possibilità di “soste per un tuffo”.

Insomma, un barcone da festa come i tanti che solcano le acque della capitale. L’entità giuridica che ne gestisce le attività è no-profit ma è bene ricordare che no-profit non vuole dire no guadagni. Oltre alla navigazione, non risultano attività in campo sociale dell’onlus né campagne a sostegno delle migliaia di richiedenti asilo che il comune di Amsterdam fatica a collocare; neanche aiuto logistico o finanziario ai gruppi di supporto. Eppure con una barca a tema e l’esposizione mediatica che il progetto ha avuto, non si può certo dire mancassero i mezzi per amplificare il sostegno all’accoglienza, ammesso che -ovviamente- oltre al marketing questo fosse l’obiettivo della flotta di Lampedusa Reiderij. Il sospetto che la linda operazione culturale sia, in realtà, un’iniziativa imprenditoriale che utilizza l’estetica del marketing sociale non è poi campata in aria; dal sito della “compagnia di navigazione”, infatti, si legge: “Lampedusa Cruises is an art project in the form of a service company. The company offers crossings, VIP arangements and canal cruises, the same services as other shipping companies in Amsterdam offer […]”. ossia “Lampedusa Cruises è un progetto artistico sviluppato nelle forme di una compagnia di servizi. La compagnia offre viaggi, soluzioni VIP e gite sui canali, esattamente come le altre compagnie di navigazione di Amsterdam…

Imprenditore o artista per i diritti umani?

Ma chi è l’artefice di Lampedusa Rederij? Trovare informazioni su Teun Castelein non è difficile: ha già fatto parlare molto di sé e delle sue iniziative e il web è disseminato di notizie al riguardo. Secondo il Telegraaf sarebbe un vero e proprio vulcano di idee, originali come quella del formaggio alla cannabis e stravaganti come quella del brand di abbigliamento “Allah” (che, senza bisogno di spiegarne il motivo, non ha potuto registrare) o il negozio che vende “ghiaccio del Polo Nord” : tutte rigorosamente orientate al mercato.

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Teun Castelein. Fonte: Youtube, VPro De Avonden

Nulla di male né di illegale, se non fosse che di no-profit o sociale non c’è traccia nella sua carriera. Come Castelein sia passato da Allah ai barconi della speranza lo ha raccontato lui stesso: alla ricerca di un progetto da presentare alla biennale di Twente nel 2012, fece un viaggio a Lampedusa dove scoprì il cimitero dei barconi. Gli ingredienti giusti gli suggeriscono una nuova, folgorante idea: portare i barconi in Nord Europa e iniziare un commercio. Nel 2013, infatti, Castelein avrebbe tentato di organizzare un vero e proprio business con la rivendita dei battelli. Alla tv olandese NPO spiegava i suoi intenti: “Finché esisterà la migrazione, esisteranno i profughi, i barconi… e il mio business…. Più chiaro – e onesto – di così non poteva essere. L’operazione, tuttavia, non sarebbe andata a buon fine. Era il 2013 e il progetto successivo, quello di mettere su una compagnia di navigazione ad Amsterdam con i battelli della speranza, avrebbe richiesto altri due anni per potersi concretizzare, ma soprattutto un’intermediazione di peso perché evidentemente, determinazione o meno, non basta andare a Lampedusa per tornarsene via con un barcone.

Sail e il ruolo del comune di Amsterdam

Fino a quel momento la storia è fatta di intenzioni e propositi, ma il 15 giugno 2015 le due imbarcazioni salpano per davvero, lasciandosi dietro la Sicilia. A darne notizia sulla stampa italiana è Siracusa News: “La richiesta delle imbarcazioni è pervenuta nello scorso mese di marzo dal sindaco di Amsterdam, Dr. Eberhard van der Laan, per la realizzazione di due progetti con finalità educative e divulgative in programma nella città olandese l’estate prossima”, si legge sul quotidiano. “Il primo progetto”, continua il giornale, “è rivolto alle scuole di Amsterdam per suscitare tra gli studenti la consapevolezza del dovere della solidarietà nei confronti dei cittadini extracomunitari. Il secondo progetto è collegato alla manifestazione internazionale di vela Sail”. In effetti la prima “apparizione pubblica” dei redivivi barconi lampedusani è stata proprio un anno fa, al Festival internazionale Sail. Il comune di Amsterdam, insomma, non avrebbe fatto menzione alle autorità italiane del progetto “Rederij Lampedusa”. Perché? Sentito da 31mag, l’ufficio stampa del sindaco van der Laan non ha smentito la ricostruzione ma ha corretto il tiro: “Il sindaco ha effettuato la richiesta, sollecitato da un gruppo di artisti, per un progetto rivolto alle scuole e per la presenza a Sail 2015. Ma in questo progetto”, sostiene il Comune, “non abbiamo avuto altro coinvolgimento. Se come sembra, non ha il carattere socio-educativo esposto inizialmente, va corretto.“

Ad Amsterdam hanno poco da dire sulla vicenda mentre la ricorda bene Carlo Parini, sostituto commissario e capo del Gicic (Gruppo interforza contrasto immigrazione clandestina) della procura di Siracusa: “Consegnai io stesso quelle imbarcazioni ai funzionari del comune di Amsterdam”, dice a 31mag.nl , “e la ragione per cui la procura e la presidenza del Consiglio diedero il via libera fu proprio l’alto valore sociale dell’iniziativa. Richieste di questo tipo non sono frequenti”. Se le autorità italiane avessero conosciuto il destino dei due barconi, cioè trasportare persone in giro per i canali, avrebbero ugualmente autorizzato il trasferimento in Olanda?. “Probabilmente no”, risponde Parini. “Le imbarcazioni sono state affidate all’istituzione olandese con uno scopo, non eravamo a conoscenza di altri progetti”.

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Teun Castelein con il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini

Riassumendo: le autorità olandesi chiedono a quelle italiane due barconi per fini socio-educativi, le autorità italiane autorizzano ma, in realtà, il comune di Amsterdam ha fatto solo da tramite per un gruppo di artisti. Che ad oggi continua a dire in giro di aver messo su Lampedusa Rederij “con l’autorizzazione delle autorità italiane”. Unica certezza: dopo Sail i due battelli sono andati alla deriva ‘imbarcando’ un’iniziativa diversa rispetto a quella prospettata alle autorità italiane con intenzioni ancora tutte da chiarire. Eppure a Rederij Lampedusa non la vedono cosi: “Sollevare dubbi e far sorgere quesiti è l’obiettivo del nostro progetto” dice a 31mag Teun Castelein che dà il benvenuto ad opinioni contrarie e critiche: “Ciò che stiamo cercando di portare ad Amsterdam è un punto di vista diverso su una scena monopolizzata da tour commerciali”. Eppure le autorità italiane non sono sembrate particolarmente impressionate dall’iniziativa: “Strano” dice perplesso, “noi abbiamo fatto tutto in regola con l’intercessione del comune di Amsterdam. Addirittura il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, quando la incontrai nel 2013 si disse entusiasta.” La Nicolini, secondo il racconto di Castelein, lo avrebbe avvertito delle enormi difficoltà nell’ottenere i barconi. Contattata da 31mag, il sindaco non era tuttavia disponibile per commenti.

Le voci indignate sono quelle dei rifugiati

Per l’artista-imprenditore, fino ad ora, pacche sulle spalle e complimenti da tutti: diversi articoli sulla stampa olandese, un servizio della BBC e uno di Al Jazeera hanno cantato le lodi dell’artista che vuole richiamare l’attenzione della ricca e distratta Amsterdam sulle sorti di gente meno fortunata.

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Una manifestazione del gruppo “We are here”

Dimenticando, tuttavia, di chiedere proprio ai richiedenti asilo cosa ne pensano. L’organizzazione di rifugiati sans papier Wij Zijn Hier racconta a 31mag.nl di aver avuto un incontro con Castelein per esprimergli le perplessità che il suo progetto sollevava, soprattutto per ciò che riguarda il coinvolgimento di richiedenti asilo senza documenti. Osman Yoonis, somalo e portavoce del gruppo, non usa giri di parole: “Sono disgustato, per me è un’operazione assolutamente inaccettabile”, tuona. “Rederij Lampedusa non solo mostra un’assoluta mancanza di rispetto per la tragedia dei profughi, ma espone a rischi inutili gli undocumented coinvolti nel progetto”. Secondo Osman, il problema etico non era nell’agenda di priorità di Castelein: “Gli ho domandato quale fosse il valore sociale dell’iniziativa, ma non ho sentito nulla che mi convincesse”. In effetti i timori di Wij Zijn Hier non erano affatto infondati: nel maggio scorso, Lampedusa Rederij ha svolto un “servizio taxi” per i partecipanti al festival Oerol nel nord dell’Olanda. Durante uno dei tragitti, però, l’imbarcazione ha attratto l’attenzione dei Marechaussee, la polizia militare olandese, che per poco non arrestava e conduceva in un centro per richiedenti asilo uno dei profughi che salpava insieme a Castelein. Il motivo? Si trattava di un ‘undocumented’. Ma quelle dei rifugiati non sono le uniche voci fuori dal coro: “Alla luce dei fatti non sembra che l’iniziativa abbia alcun carattere educativo”, commenta Jorrit Nujiens, consigliere comunale dei Verdi, responsabile del partito per la questione richiedenti asilo. Secondo Nuijens, se la ricostruzione di 31mag fosse confermata, Castelein avrebbe molti passaggi da chiarire.

Un approccio intellettuale

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Fonte: Twitter

Il controverso rapporto di Castelein con i rifugiati di Amsterdam, o almeno con alcune icone che li rappresentano, inizia molto prima del progetto su Lampedusa. Era il 2012 quando un gruppo di profughi ai quali era stato negato l’asilo iniziò una protesta, accampandosi nei pressi di Osdorp. Quel nucleo avrebbe poi costituito il gruppo Wij Zijn Hier. Secondo il racconto di Osman a 31mag, Castelein si presentò presso la tendopoli improvvisata, munito di due telefoni cellulari, e chiese ai rifugiati in protesta se fossero stati disponibili a ospitare una hot line rivolta “a persone in difficoltà”. Il progetto si chiamava Crisis Consult e non è più attivo. “Un’assurdità” , dice Osman. “Stavamo protestando, facevamo fatica a sopravvivere ed eravamo traumatizzati; e cosa ci viene chiesto? Di seguire una linea verde per indirizzare persone in difficoltà?”. L’artista avrebbe spiegato la natura artstica e goliardica dell’iniziativa a sfondo sociale. “Sono talmente esperti nell’affrontare difficoltà, che possono aiutare chiunque a risolvere i propri problemi quotidiani. Inoltre così passano dall’essere vittime all’avere un ruolo attivo”. In teoria un ragionamento plausibile, nella pratica un discorso che non tiene conto della realtà, un po’ come “Lampedusa Rederij”, un’operazione -certamente- lecita ma che solleva diversi interrogativi di natura etica. Incluso il domandarsi quale sia l’impatto sociale dei “tour privati per gruppi” e il servizio taxi per i festival, non classificabili neanche alla voce “slacktivism”. Se il fine giustifica il mezzo, in questo caso non è chiaro quale sia il fine e quale sia il mezzo.