Muovendosi tra le opere di Rembrandt e Vermeer è possibile riscoprire l’antica tradizione del dono. La cultura borghese che portava gli artisti del Seicento a intessere relazioni fondamentali tramite le opere d’arte. Una pratica economica e valoriale poco esplorata e che Michael Zell – professore associato di storia dell’arte alla Boston University – vuole mettere in luce con il suo Rembrandt, Vermeer, and the Gift in Seventeenth-Century Dutch Art (Amsterdam University Press).

Fortemente interconnessi con il lato mercantile, i doni erano un modo per dimostrare valori sociali come benevolenza, fiducia, virtù e onore. Per quanto i quadri in questo modo prodotti potessero essere assimilati a merci, avevano una componente creativa indispensabile. Essi, anzi, permettono di riscoprire l’arte da una prospettiva diversa.

Se guardiamo ai nostri tempi, infatti, è interessante comprendere come il dono artistico non potesse consistere nella mercificazione dell’oggetto. Era uno scambio. Allo stesso tempo era un regalo prezioso, veicolo di significati tanto etici quanto estetici.

Il dono artistico arrivava a piccoli e grandi signori borghesi, ma non solo. Ad esempio, lo stato olandese nel 1660 inviò dipinti, oggetti antichi e altri beni a Re Charles II di Inghilterra. La stessa modalità, più in piccolo, era seguita dai pittori, i quali cercavano di simboleggiare materialmente i propri valori culturali.

Le prospettive inedite del dono artistico

Oltre ai pittori più noti, la tradizione del dono ha permesso di scoprire un numero eccezionale di artisti amatoriali. Tra gli artisti amatoriali e i popolarissimi, il volume si sofferma inoltre su pittori meno conosciuti.

Uno di essi era Willem Schellinks, di Amsterdam, interno alla cerchia di contatti di Rembrandt. Schellinks si differenzia dai principali artisti per le sue diverse opinioni rispetto all’economia dell’arte. Infatti, se Rembrandt e Vermeer affermavano sempre valori condivisi dalla società mercantile olandese, Schellinks se ne distaccò. Come scrive Zell:

Nel suo poema Sulla pittura degli indiani, Schellinks condannava ciò che vedeva in quanto effetti svilenti del mercato delle arti

Una posizione che certo non intendeva essere rivoluzionaria, ma che permette di considerare anche i lati più ambigui dei doni. Anche se, il dono resta un oggetto affascinante e polivalente. Un’opera d’arte come dono è un qualcosa che gioca un ruolo attivo e si propone quasi come performance. Un quadro regalato può essere percepito come un’opera dipinta per determinare un preciso messaggio. E il messaggio stesso ha un unico destinatario.

In questo contesto, il significato etico e sociale del quadro viene confermato e allo stesso tempo rinegoziato. Per questo Zell si concentra sul punto di vista sociologico del dono. Esso è un “partecipante attivo o un quasi-attore” perché crea e mantiene i rapporti umani.

Sotto questa prospettiva, la cultura del dono stimolò varissimi impegni creativi nei pittori dell’epoca. È quindi sulla creatività, sulle sue origini e applicazioni, che Zell fonda il suo volume.