Tutti felici per il risultato del Pride Amsterdam, con centinaia di migliaia di partecipanti, imbarcazioni che rappresentano  tutti gli orientamenti sessuali, in ogni ambiente del vivere collettivo, dalle istituzioni, alla politica, ai migranti, ai business.

Tuttavia, il Pride ha festeggiato i suoi 25 anni non senza ombre. Molti nella comunitàLGBTIQ ne denunciano la deriva commerciale e ritengono che ormai la parte della protesta sia stata completamente cancellata dal business. L’emittente FunX ha intervistato Sorab, attivisti per il collettivo We reclaim our Pride che hanno srotolato uno striscione di protesta su uno dei ponti al di sotto del quali passavano l’imbarcazioni nel giorno della Canal Parade.

Secondo gli attivisti, la canal-parade è diventata talmente commerciale che si è ridotta ad un enorme “zoo LGBTIQ per etero”.

Quattro anni fa, Sorab insieme ad altri attivisti di We reclaim Our Pride avevano lanciato un’altra protesta nel corso del Canal Parade protestando contro l’eccessiva caratterizzazione bianca, maschile e di divertimento etero del Pride.

Poco spazio per persone di origine non occidentale, per i rifugiati e per le sex workers, per esempio. Inoltre, la settimana del Pride era tutta e troppo concentrata sull’obiettivo di fare un sacco di soldi. Un esempio per tutti è la partecipazione alla parata di organizzazioni e aziende con politiche molto dubbie nel campo dei diritti umani che al contrario hanno partecipato in maniera calorosa alla manifestazione per i diritti gay lesbo e Queer.

Diversi mal di pancia gli attivisti per  il Pride alternativo, lo ha causato anche la partecipazione dell’imbarcazione della polizia: per quale motivo, si chiedono gli attivisti per i diritti Queer, dovrebbe esserci un’imbarcazione che rappresenta un’organizzazione che pratica regolarmente violenze e profilazione etnica?

Su questo, pare si sia creata una sorta di spaccatura interna molto netta: attiviste e attivisti denunciano un qualcosa che il Pride ufficiale al contrario non riconosce come tale: secondo gli organizzatori, il fatto che la polizia prenda parte all’evento non è affatto un problema. Un’altra contraddizione è la presenza dell’imbarcazione del servizio immigrazione IND , che notoriamente pratica una politica durissima nell’analisi delle domande di asilo, accanto all’imbarcazione dei rifugiati. Questo eccessivo centrifugato di interessi, risiede alla base della protesta.

Inoltre, l’imbarcazione dell’Alto commissariato per i rifugiati UNHCR, che avrebbe dovuto ospitare a bordo tanto il servizio di accoglienza per i richiedenti asilo quanto alcuni richiedenti asilo le cui domande erano state respinte, non è effettivamente salpata. Diversi richiedenti asilo si sono trovati in difficoltà a dover stare a bordo con le stesse persone che spesso, in casi abbastanza controversi hanno respinto le loro richieste d’asilo.

Alla fine, racconta Fun X, il Pride Amsterdam se l’è cavata con un compromesso: il gruppo di richiedenti asilo è salpato ugualmente con la propria barca ma in un posto d’onore, davanti al corteo. In un certo senso, anche l’organizzazione non ha potuto far passare in una maniera eccessivamente rilassata quel compromesso un po’ eccessivo che avrebbero voluto pretendere in precedenza.

Secondo Sorab, queste questioni sono tutte tra loro collegate: la situazione delle persone trans, delle prostitute, dei rifugiati senza documenti delle persone con disabilità, sono questioni chiave per migliorare la società.

We Reclaim Our Pride è arrivata ai ferri corti con Pride Amsterdam, perché quest’ultima è considerata troppo prossima al comune di Amsterdam, dato che la Municipalità elargisce generosi finanziamenti all’organizzazione. Tuttavia, l’anno scorso, l’esibizione di 74 bandiere di paesi in cui l’omosessualità è ancora reato non è andata come sperato dal comune della capitale: il problema sollevato dagli attivisti è che quei 74 paesi sono tutte ex colonie di paesi occidentali. L’approccio repressivo all’omosessualità e in larga parte il risultato di politiche repressive portate avanti in passato dagli ex colonizzatori inglesi, francesi e olandesi. Eppure, lamentavano gli attivisti, di questo approccio integrale non c’era traccia nella denuncia che l’iniziativa avrebbe voluto promuovere.

Secondo Sorab, l’omo-nazionalismo è un problema molto serio: il movimento è chiaramente spaccato a metà tra alcuni diritti promossi dalle minoranze, minoranze nere, asiatiche, queer e quelli negati dal centrismo di uomini e donne bianche che monopolizzano l’organizzazione del Pride.

* Sorab usa il “they” inglese (Ze in NL)per definire il suo genere. Noi lo abbiamo tradotto con “loro”.