di Miriam Viscusi

Photo: Gémes Sándor/SzomSzed, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Quando lo stolto indica il dito, forse è meglio fare un passo indietro per cercare di capire dove si nasconda la luna. Se l’attenzione mediatica è tutta focalizzata su Bielorussia e Polonia, c’è un altro Paese da prendere in considerazione: la Lituania. Il confine lituano-bielorusso, non a tutti è chiaro, è lungo 678 chilometri.

Ad agosto, quando il numero di migranti cresceva e la crisi si è intensificata, la Lituania ha dichiarato lo stato d’emergenza e ristretto la possibilità alle persone di attraversare i confini. Allo stesso tempo, ha vietato l’accesso al confine a singoli cittadini così come a organizzazioni e associazioni di volontariato.

 

I numeri al confine lituano

La Croce Rossa lituana ha raccolto alcuni dati: da agosto, circa 4000 persone hanno attraversato il territorio lituano. La maggior parte da Iraq, Congo, Siria, Camerun e Afghanistan.

Di queste, circa mille hanno già fatto perdere le loro tracce e forse si trovano in altri Paesi. Oggi, a differenza di agosto, molte meno persone riescono ad entrare nel Paese per via delle restrizioni imposte. Solo i più vulnerabili – in gravi condizioni fisiche o in gravidanza – sono autorizzati.

Aidas U., CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Agli altri viene negato l’accesso e chi entra illegalmente o viene trovato all’interno del Paese è rispedito indietro o portato nei centri di detenzione. Esistono cinque campi ufficiali, a cui si devono aggiungere le numerose stazioni di polizia dove i migranti sono trattenuti temporaneamente se trovati al confine: per la maggior parte di quelli che vengono respinti, non resta altra via che l’attraversamento illegale.  

Al momento neanche le autorità lituane sanno con esattezza quanti siano i migranti al confine.“Centinaia di sicuro” ha detto Giedrius Mišutis, portavoce del Servizio delle guardie di frontiera dello Stato (SBGS).

Sienos Grupe, il “gruppo di confine” anonimo e orizzontale

Sienos Grupe, letteralmente “Gruppo di confine”, è un insieme di circa quaranta volontari – di cui una decina al coordinamento. Per la maggior parte sono operatori sociali, esperti di relazioni internazionali ma soprattutto, operano in anonimato e ai limiti della legalità. Ci tengono a definirsi “un gruppo informale e senza gerarchie”e Mendel, ci racconta cosa sta succedendo su quel tratto di frontiera dimenticato.

 

“Siamo attivi solo da qualche mese, in coincidenza con l’escalation della situazione al confine – racconta Mendel – eravamo in contatto con un gruppo simile attivo in Polonia, che si occupa di aiutare i migranti che attraversano il confine, diretti in Europa. Anche noi li aiutiamo portando cibo e vestiti nei boschi”.

Ma l’associazione ha anche un secondo scopo: “Dobbiamo monitorare il lavoro della polizia di frontiera, per assicurare che non si compiano abusi e vengano rispettati i diritti umani”.

Tuttavia, da quando la loro presenza al confine è stata vietata operare è più difficile e le attività sono cambiate. “Non abbiamo accesso alla zona di confine, possiamo quindi aiutare solo quei pochi che riescono ad entrare e che si trovano nei boschi”, ci dice ancora Mendel. Boschi nei quali è attivo un gruppo speculare al loro ma di destra al quale, raccontano gli attivisti, viene riservato un trattamento diverso: “C’è un gruppo di persone, alcune di esse con dichiarato orientamento politico di destra, che si aggira nei boschi nelle zone al limite del confine. Essi stessi dichiarano di collaborare con le pattuglie per respingere i migranti“.

Le ong che vogliono aiutare i migranti, devono stare alla larga:  “Ad oggi lavoriamo nei centri di detenzione, dove vengono fermati i migranti che arrivano nelle città, oppure rispondiamo a e-mail e messaggi in cui ci chiedono informazioni”.  La storia più recente riguarda un gruppo di dodici persone, entrato nel paese dalla Polonia e ora sparpagliato in alcuni dei cinque campi ufficiali. “Siamo in contatto con due di loro, ci hanno detto che resteranno nel campo per tre mesi. Ma non possono incontrare avvocati o ricevere alcun tipo di aiuto legale“.

La situazione nei centri di detenzione

La situazione nei centri di ricezione è diversa da quella al confine. Un referente della Croce Rossa Lituana dice che la loro attività è concentrata all’interno dei campi, “Forniamo vestiti e prodotti per l’igiene, controlliamo lo stato dell’istruzione e le possibilità lavorative, offriamo assistenza legale e cerchiamo di ristabilire i legami familiari”. La Croce Rossa collabora con la gestione dei campi per fornire informazioni ai migranti, raccogliere le loro necessità e aiutare a svolgere compiti operativi. 

Credit: Sienos Grupe

 “Il 93% dei migranti vive in edifici con il riscaldamento tra Rukla, Pabradė, Medininkai, Kybartai e Vilnius. Il resto è ancora nelle tende del Centro di Pabradė”. I minori sono accolti in centri gestiti dal Ministero della sicurezza sociale e del lavoro e da ottobre frequentano le scuole lituane. I migranti che sono membri della comunità LGBTQI+ si trovano invece nel campo di Medininkai. 

La Lituania è l’altra porta per l’Europa, alternativa alla Polonia

La destinazione delle persone che passano il confine non è la Lituania: ci arrivano perché dirottati dalla polizia bielorussa, o per aggirare la Polonia. “La Lituania è un posto di passaggio, quasi nessuno di quelli che cercano di entrare lo fa per restare nel Paese”. Alcuni addirittura arrivano in Lituania senza saperlo. Ad esempio, racconta Mendel, a Sienos è capitato di entrare in contatto con delle persone che dal confine hanno preferito tornare indietro accorgendosi che quella non era la Polonia o la Germania. 

“In un altro caso i parenti dei rifugiati hanno guidato dal Nord Europa – dove si erano stabiliti in precedenza– per recuperarli. Era illegale, ma il modo più sicuro che avevano per riunirsi”.

La Lituania non è un Paese favorevole all’accoglienza: i ministri del governo – una coalizione di centro destra, liberale e conservatrice – cercano di imitare l’approccio duro di Austria e Ungheria.