L’attacco a Peter R. de Vries è stato per il suo ruolo da giornalista oppure per il ruolo da consigliere del pentito Nabil B.?

Lo hanno detto il ministro della Giustizia, lo ha sottolineato il primo ministro e il re lo ha ripetuto questa settimana: l’attacco a Peter R. de Vries è un attacco alla libertà di stampa. In altre parole: Peter R. de Vries è stato ucciso martedì sera perché svolgeva il suo lavoro di giornalista di cronaca nera. Ma è davvero così, si chiede il Volkskrant?

La questione non è da poco: l’impressione di molti, infatti, è che la tesi dell’attacco al giornalista voglia distogliere dall’attenzione il suo ruolo chiave di consigliere del pentito Nabil B. E che il governo stia cercando di scaricare le sue responsabilità altrove per non aver protetto abbastanza il collaboratore di giustizia.

Un avvocato che lavora da anni con il mondo criminale, dice in forma anonima a Volkskrant che: “Si tratta di responsabilità dello Stato. Lo stato determina se viene utilizzato un testimone chiave e quindi si assume il rischio di vendette. Lo Stato deve anticiparlo, e ci si può chiedere se nel processo Marengo ciò  è stato fatto bene. È sorprendente che il governo lo chiami un attacco alla libertà di stampa: non ha senso. Peter non fa nulla a Marengo come giornalista, ma come dipendente dello studio legale Schouten Legal».

Fino a che punto si estende il dovere di diligenza dello Stato?  La questione non è così semplice. Nessuno poteva imporre la scorta a de Vries ma a questo punto non è chiaro il perché sia stato, effettivamente, colpito.