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ART

L’Africa non è (più) poi così nera. L’Afrika Museum di Berg en Dal inaugura la nuova collezione permanente

CoverPic: Afrika Museum

Dal 2014 l’Afrika Museum di Berg en Dal, non lontano da Nijmegen, fa parte del Museo Nazionale delle Culture del Mondo, che comprende anche il Tropenmuseum di Amsterdam, il Rijksmuseum voor Volkenkunde di Leida e il Wereldmuseum di Rotterdam.

Il museo olandese dedicato al continente africano ha origine dal Museo della Missione della Congregazione dello Spirito Santo – fondato nel 1954 –  che per decenni ha mostrato oggetti raccolti dai missionari per conoscere le religioni africane.

Se Sparta piange, sembrerebbe proprio che Atene abbia iniziato a ridere: mentre l’equivalente belga di Tervuren è stato al centro di innumerevoli polemiche, dalle accuse di aver organizzato una festa “neo-coloniale” dello scorso agosto alle recenti richieste del governo congolese di aver restituite le opere disseminate nel mondo e non solo in Belgio, oggi l’Afrika Museum ha deciso di cambiare volto: via i fumetti coloniali di Sjors e Sjimmie e le teche in cui erano custoditi unghie, pettini per capelli e altri utensili tradizionali dell’Africa nera.

Il vecchio frequentatore di musei etnografici amante di feticci, lance e vecchie maschere non potrà che rimanere deluso.

Dopo una ristrutturazione durata un anno e mezzo e costata oltre un milione e mezzo di euro, la missione della nuova collezione permanente è ambiziosa: lasciare il posto a una presentazione moderna che cerca di chiarire come l’Africa sia un continente dinamico, complesso e creativo non così lontano da noi.

Il museo infatti ha continuato ad allargare i suoi orizzonti e vorrebbe dare un contesto a temi sensibili, dice la curatrice Annette Schmidt. “Vogliamo offrire una visione più aperta dell’Africa e chiarire che il continente è molto più che fame e guerra. Vogliamo anche aumentare la consapevolezza del fatto che l’Africa è strettamente legata a noi. L’Africa è global and present” ricorda mescolando inglese e olandese Schmidt indicando un cellulare: senza il coltan e il cobalto estratti in Congo, i nostri smartphone non sarebbero neanche pensabili.

Già il fatto di parlare di Africa tout court dovrebbe lasciare interdetti: regni antichi e città ipermoderne, non meno di 54 paesi diversi, 2000 lingue ufficiali e innumerevoli costumi, qualcosa come l’Africa non esiste se non nella nostra immaginazione.

La mostra offre un notevole spazio per l’arte contemporanea: pittura e scultura, video e fotografia, ma anche moda e design. L’arte moderna africana invita il visitatore a riflettere sulla diversità culturale e sulla complessa storia del continente.

Diversità, dinamismo e complessità sono le parole chiave scelte dai curatori dell’allestimento permanente: dai movimenti indipendentisti, alle migrazioni e al commercio con i Paesi Bassi, alla visione del mondo, alla cultura popolare, all’arte e al design.

Come si attua una rivoluzione culturale del genere? L’unica soluzione possibile è dare la parola agli artisti africani, oltre che lavorare sul linguaggio e l’educazione dei più piccoli (qualche tempo fa ne avevamo parlato con Maud Heldens, Head of Education del museo)

Dai murales di Brian Elstak che ritrae le figure politiche chiave del continente e gli sviluppi degli anni cinquanta e sessanta alle fotografie di Malick Sadibé che mostrano l’ottimismo dei giovani malesi per l’indipendenza del proprio paese al cortometraggio di Bob Njenga che mescola fantascienza con fantasia, mistero e umorismo.

Appesi alle pareti del museo 37 dipinti dell’artista congolese Tshibumba Kanda-Matulu (1947) composti tra il 1974 e il 1976. Scene teatrali della storia del suo paese, da prima del colonialismo fino alla metà degli anni Settanta. Schmidt, uno dei curatori, osserva che la prospettiva di Tshibumba è quella di un osservatore locale che ha scelto di sottolineare momenti diversi rispetto a quelli messi in luce dalla storiografia occidentale. Per fare solo un esempio, le lotte emancipatorie non si sono certo arrestate dopo l’indipendenza congolese anche perchè le strutture coloniali sono state determinanti ancora per molto tempo.

Un punto di vista che mina non soltanto questioni determinate ma un certo modo di intendere la storiografia ufficiale.

Una domanda resta ancora aperta: al netto delle buone intenzioni, possiamo rimuovere secoli di discorsi sull’Africa nera, quella rappresentata da zone inesplorate dedite alla magia e al primitivismo, così facilmente?

In una fotografia in bianco e nero della serie “Schiavi d’Olanda” di Nardo Brudet (1968), l’autore solleva la questione del ruolo olandese nella storia della tratta degli schiavi attraverso una “provocazione”: ribaltando specularmente l’immagine coloniale, ci mostra una ricca famiglia di neri che siede in una casa patrizia intorno al camino mentre un servo bianco in un angolo aspetta doverosamente gli ordini.

Basta davvero guardarsi allo specchio dello storia per mettersi a nudo o è soltanto un’immagine altrettanto distorta quella che ci torna indietro? Certo, da qualche parte bisognerà pure iniziare.