The Netherlands, an outsider's view.

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REPORTAGE

La storia dimenticata dei cinesi del Suriname

di Martina Gargano

 

Rijksdienst voor het Cultureel Erfgoed, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Mentre movimenti come Black Lives Matter stanno spingendo il dibattito pubblico nei Paesi Bassi a concentrarsi maggiormente sul passato coloniale del paese, un processo di (ri) scoperta delle etnie popolari e delle minoranze originarie delle colonie sta lentamente prendendo piede.

Il Suriname soprattutto, ultima ex colonia ad aver ottenuto nel 1975 l’indipendenza offre esempi particolarmente interessanti di comunità indigene e crogioli culturali. Questo Paese, infatti, lega la sua storia al triste passato del mercato degli schiavi ma è stata terra di approdo anche per comunità della diaspora nella post schiavitù. Lì, etnie diverse hanno condiviso questo lembo poco conosciuto di Sudamerica, dando vita a nuovi costumi e tradizioni.

Dopo la schiavitù

E se l’immaginario europeo è fermo ai calciatori afrodiscendenti della nazionale Oranje,  in Italia a miti quali Gullit e Rijkaard, ben pochi conoscono l’eredità cinese del Suriname, una piccolissima comunità che rappresenta circa il 2% della popolazione. Ma come sono arrivati ​​i cinesi in Suriname e cosa li ha portati lì?

Associazione cinese in Suriname

L’arrivo dei cinesi in Suriname risale al XIX secolo ed è strettamente correlato alla necessità di manodopera a basso costo della colonia olandese nel periodo successivo all’abolizione della schiavitù; durante il lento processo di abolizione della schiavitù in Suriname, infatti, il governo coloniale olandese ha voluto sostenere la disponibilità di manodopera a basso costo per l’economia delle piantagioni, e ha trovato una risorsa preziosa nei lavoratori a contratto cinesi.

Per questo motivo, tra il 1853 e il 1875, circa 2000 lavoratori arrivarono in Suriname da Giava e dalla Cina meridionale. La maggior parte di loro faceva parte della comunità Hakka, caratterizzata da una lunga storia di migrazioni, che li ha portati nei secoli a spostarsi su tutto il territorio cinese.

 

Associazioni di mutuo soccorso

Una volta in Suriname, i cinesi hakka all’inizio formarono associazioni simili a sindacati o federazioni, volti a dare mutuo soccorso e caratterizzati da un’elevata integrità morale: tra queste Kong Ngie Tong Sang e Chung Fa Foei Kon.

Ciò che queste associazioni private hanno fatto è stato fondamentalmente prendersi cura del benessere della comunità cinese. “Quando i miei antenati si trasferirono per la prima volta in Suriname, iniziarono a vendere riso. Ma avevano bisogno di un capitale iniziale da investire per avviare il loro negozio e l’associazione li aiutò. Ha funzionato così  fino al momento in cui i miei stessi antenati hanno accumulato un capitale e hanno avuto la possibilità di prestare denaro ad altre persone”, ha detto Evita Tjon A Ten, cantante e artista  nata a Paramaribo da una famiglia cinese.

Questi primi negozi di alimentari a conduzione familiare riflettono perfettamente i cambiament

Carla Tjon

i sociali avvenuti all’interno della comunità cino-surinamese: i primi negozi erano imprese a conduzione familiare, finanziate dalla prima generazione di migranti cinesi, che andavano a scuola con i surinamesi; apprese lo Sranan Tongo e ed era integrata nella società surinamese.

“Nella prima fase, i cinesi erano piuttosto aperti alla cultura surinamese”, dice a 31mag Carla Tjon, una ricercatrice indipendente cino-surinamese. La Tjon piega che la prima ondata di migranti cinesi, composta principalmente da lavoratori a contratto, era composta esclusivamente da uomini. I lavoratori cinesi, quindi, si sposavano e mettevano su famiglia con donne del Suriname, avviando, di fatto, il processo di integrazione tra le culture cinese e surinamese.  “Era comune per i cinesi-surinamesi adottare alcuni dei rituali della tradizionale religione Winti. In seguito, molti cinesi si convertirono al cristianesimo, mentre facevano battezzare i loro figli. Ma capitò per una sorta di malinteso, perché pensavano che fosse l’unico modo per portare i figli nelle scuole migliori ”.

Evita Tjon a Ten

Come tratto culturale, il cibo non è stato estraneo a questo processo di mescolanza: il cibo tradizionale di tutte le diverse comunità del Suriname si è fuso insieme per formare una cucina che alterna il curry indiano agli involtini primavera cinesi, ai piatti africani a base di pollo.

E, alla fine, tutte le persone, indipendentemente dal loro background, prendono queste diverse ricette e le fanno proprie. In Suriname “è comune vedere cibo cinese in una famiglia creola, poiché è comune per gli indiani fare gli involtini primavera e per i cinesi cucinare il curry”, dice Evita Tjon A Ten.

Suriname: la seconda ondata

Più tardi, verso la fine degli anni ’90, entrarono in scena nuovi stakeholder: nuove ondate di cinesi migrarono in Suriname. Venivano con un background culturale diverso e, soprattutto, con un budget diverso – molto più alto – nelle loro mani.

I cinesi emigrati in Suriname in questa fase non erano più lavoratori a contratto, ma imprenditori. Riuscirono ad avviare una nuova “generazione” di negozi, che rispecchiava le esigenze e le caratteristiche della nuova comunità dell’epoca. Con sempre più cinesi che migravano in Suriname, infatti, la comunità cino-surinamese perse alcuni dei suoi tratti “sudamericani”a favore di una cultura che mostrava più caratteristiche cinesi.

Toko/photo credit: Evita Tjon a Ten

Nei nuovi negozi si parlava soprattutto cinese e anche i prodotti che offrivano rispecchiavano di -rispetto a prima- la comunità d’origine, dice Ramon Li, un olandese di seconda generazione la cui famiglia cinese ha vissuto sia le migrazioni dalla Cina al Suriname, sia dal Suriname ai Paesi Bassi. Al giorno d’oggi i cinesi che investono nei negozi non sono più cinesi surinamesi, ma solo cinesi, quindi “stranieri”. “Non hanno la stessa energia, o pensiero, o anima delle vecchie botteghe”, conferma Ramon Li.

I nuovi negozi sono la quintessenza del divario generazionale degli immigrati cinesi in Suriname: “mentre la prima ondata di immigrati cinesi voleva integrarsi nella società surinamese, la new wave l’ha usata piuttosto come trampolino di lancio per la loro carriera. Tendono a trasferirsi di nuovo dal Suriname negli Stati Uniti, o in Brasile, per fare affari ”, quindi non sono interessati a imparare la lingua locale, dice Ramon. “L’ultima volta che sono stato in Suriname, parlavo olandese e i locals pensavano fossi un ragazzo cinese-olandese che non sa parlare lo Sranan Tongo, né l’Hakka né il mandarino. E invece posso capire perfettamente quando spettegolano su di me nella lingua locale. ” .

Mentre la nuova ondata di migrazione cinese ha colpito il Suriname, si è mosso un processo parallelo di migrazione verso i Paesi Bassi. Ma cosa ha spinto i cinesi-surinamesi a questa catena di migrazioni?

Dal Suriname ai Paesi Bassi

Poco prima dell’indipendenza del Suriname, nel 1975, ci fu una migrazione di massa di circa quarantamila cittadini surinamesi verso i Paesi Bassi; la comunità cino-surinamese, in particolare, fu parte di quella ondata migratoria nei Paesi Bassi, soprattutto per cercare una vita migliore e più sicura. Per un periodo breve, ai cittadini della ex colonia, da poco indipendente, infatti, venne offerta la possibilità di ottenere la cittadinanza olandese e poter godere di tutti i benefici sociali che ne derivavano.

Una volta nei Paesi Bassi, i cinesi-surinamesi si riaggregarono in associazioni, come quelle in Suriname. Ma in Olanda, la storia prese un’altra direzione:  le associazioni di cinesi non erano così culturalmente rilevanti per la comunità; erano gruppi istituzionalizzati volti a migliorare la comunicazione e l’interazione tra imprese cinesi e surinamesi. La popolazione cino-surinamese in NL, quindi, è rimasta legata alle comunità cinesi preesistenti, e “ha sempre continuato ad avere come punto di riferimento il luogo di origine in Cina, o, come direbbero gli Hakka, il loro hum- ha, la loro città natale ”, conferma Carla Tjon.

La percezione dell’identità culturale nei cinesi-surinamesi è davvero diversa, a seconda di dove sono nati e da quanto tempo vivono in Suriname e nei Paesi Bassi. Il padre di Ramon, ad esempio, che è nato e cresciuto in Cina, ha iniziato la sua attività in Suriname e poi si è trasferito nei Paesi Bassi, si considera cinese. Ramon, invece, è nato nei Paesi Bassi, ma sente ancora un forte legame con le sue radici cinesi: “Sono un cinese nato in Olanda. Ho in testa gli standard olandesi e seguo lo stile di vita olandese, quindi questo è ciò che mi rende olandese. Ma se guardo al mio background e alle mie tradizioni, a come penso e agisco, mi considero più cinese che olandese ”.

Evita ha trascorso i suoi primi anni a Paramaribo, per trasferirsi nei Paesi Bassi solo in seguito: “quando qualcuno mi chiede in quale paese è il mio cuore – oltre ai Paesi Bassi – rispondo il Suriname. Ma quando guardo le basi della mia educazione, sento di avere molta influenza culturale cinese”.