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CULTURE

La scienza e la potenza delle metafore: dalle donne al coronavirus



“In molti pensano che siano usate solo in letteratura e in poesia, ma la storia della scienza e anche la comunicazione della scienza sono piene di metafore. Popolano i nostri discorsi, siamo tutti colpevoli, non solo i poeti: dal linguaggio accademico al linguaggio comune, dai titoli sui giornali ai tweet, retweet e dibattiti sui social media” ci ricorda Giulia Frezza, Marie Sklodowska-Curie fellow all’UvA e ricercatrice al Metaphor Lab di Amsterdam.

Le metafore fanno parte del nostro modo di pensare e parlare. Guardiamo le persone «dall’alto in basso», descriviamo i nostri sentimenti in termini di temperatura («È una persona fredda»), il tempo in termini di spazio («Il tempo vola»), e ci riferiamo alla «guerra al cancro», allo «tsunami» degli immigrati e a quello «grigio» della demenza che ci stanno travolgendo. E recentemente il coronavirus covid-19 è diventato sulle pagine di tutti i giornali il «nemico pubblico n.1».

Frezza, impegnata nello studio delle narrative metaforiche legate alla demenza, da anni si occupa della questione dei registri metaforici in ambito scientifico.

L’abbiamo incontrata per saperne di più sulle sue ricerche, raccolte nel suo libro Metafore di scienza: l’eredità dalla Genesi a Frankenstein (Milano: Editrice Bibliografica, 2019)

Come funzionano le metafore nel discorso scientifico?

Le metafore sono un ottimo strumento per spiegare idee complesse in termini più semplici, spesso connettendo ambiti scientifici diversi tra loro. Per esempio, ci spiega la ricercatrice, “per parlare del funzionamento del DNA in genetica si fa riferimento alla metafora di «codice» e a una costellazione di concetti metaforici correlati che derivano dall’ambito informazionale (e non dalla genetica): «informazione», «programma», «messaggio», «istruzione», «trasmissione» ed «errore di copiatura». I geni stessi sono stati battezzati in tutti i modi: con caratteristiche antropomorfiche come i geni «egoisti» e «altruisti», i «jumping genes», geni che saltano, che si mettono in fila su una «collana di perle», si possono manipolare con il «copia e incolla»
nell’«editing» genomico e molti altri.

Ma anche i neuroni non sono da meno; come quei neuroni che si attivano sia quando facciamo un’azione sia quando la guardiamo fare a un altro e che per questo sono stati chiamati dai ricercatori italiani che li hanno scoperti con una metafora che li ha resi celebri in tutto il mondo: i «neuroni a specchio». Le metafore scientifiche servono anche per nominare temporaneamente cose di cui gli scienziati non hanno ancora una spiegazione chiara: il «junk DNA» o DNA di scarto era un termine usato per riferirsi alle parti del DNA, circa il 98%, che non «codificano» le proteine. Ma a partire anni 1990 si è capito sempre piu’che quello «scarto» era invece molto utile e alla base della regolazione del DNA”.

C’è pericolo quando usiamo le metafore?

Le metafore non sono pericolose in sé perché dipende dall’uso che ne facciamo: “le metafore funzionano come delle figure a sfondo, in cui non è possibile mettere a fuoco contemporaneamente sia l’immagine che lo sfondo“. É chiaro che le metafore servono per mettere in luce degli aspetti mentre ne nascondono altri.”Nell’esempio di prima, aver chiamato quella parte di DNA «scarto» è stato funzionale per farsi capire nel gergo scientifico, ma in qualche modo ha introdotto e diffuso un attributo negativo, lo scarto, che poi non si è rivelato essere vero”.

Forse il rischio maggiore nell’uso di metafore nel discorso scientifico è legato a un qualche iper-semplificazione, un’etichetta usata per nascondere aspetti ben più complessi con la possibilità di fraintendimento sia da parte dei ricercatori che non sono specialisti in materia che del pubblico più vasto.

“Con le metafore si possono mettere in circolo, più o meno inavvertitamente, delle retoriche che veicolano stereotipi e giudizi di valore che hanno un forte impatto comunicativo: ci si appiccicano addosso, restano nella mente e possono diffondersi a macchia d’olio molto rapidamente”. 

Dalla donna “forno” alla “cera” impressionabile

Le metafore, usate per descrivere e per capire meglio i fenomeni o per sopperire a deficit concettuali, hanno sempre degli aspetti culturali-ideologici non velatamente nascosti di cui oggi è possibile ricostruire la storia.

“In tema di 8 marzo – continua Frezza – le donne anticamente erano definite «campi» in cui seminare semi e «tavolette» su cui scrivere segni e l’utero era un «forno» in cui «cuoce» il bambino. In epoca moderna, i tratti fisici e caratteriali delle persone si «imprimevano» sul feto assieme alle «voglie» della madre, come sulla «cera». Si pensava che le donne avessero una fervida immaginazione. Questo potere dell’immaginazione femminile serviva anche per aggiustare un po’ il tiro quando un figlio di due genitori neri usciva fuori bianco (o viceversa), per cui era semplicemente «colpa» della donna che aveva trascorso la gravidanza a osservare un quadro con raffigurata una donna bianca ed era rimasta così «impressionata» da trasformare il colore della pelle del proprio figlio. 

Il rischio ideologico delle metafore ieri e oggi

La cosa bella della storia della scienza è scoprire l’attualità nel passato: corsi e ricorsi fan sì che quello che ci sembra vero e assoluto oggi lo è solo in senso relativo. “La scienza ha ragione sempre e solo fino a quando non dimostra di avere torto. E per finire dopo tutte queste parole sui rischi e sulle responsabilita’ nell’uso di metafore va detto che le metafore hanno anche un’utilità pratica, ad esempio, in ambito medico quando servono per trovare le parole giuste quando ci troviamo in situazioni molto difficili come il cancro o la demenza”

Cover Pic: Antonio Cicognara, San Giorgio e la principessa | Source: Wikipedia | Public Domain






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