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La mostra Slavery ha aperto al Rijksmuseum di Amsterdam. Due delle opere più originali sono i ritratti di Rembrandt raffiguranti Oopjen Coppit e suo marito Marten Soolmans. La coppia è il simbolo della Golden Age olandese, che rappresenta la giovane e vitale Repubblica dei Paesi Bassi. Ma, dietro questo spaccato di sfarzo, si cela una storia più oscura e inquietante, collegata alla schiavitù, come racconta Cath Pound su BBC Culture.

La fonte della ricchezza di Soolmans era infatti la raffinazione dello zucchero. Essa, però, dipendeva dal lavoro forzato degli schiavi nelle sue piantagioni in Brasile. Si torna perciò a parlare del colonialismo olandese. Un modello coloniale che è stato perpetrato per più di 250 anni. Allo stesso tempo, una memoria che pervade ancora oggi l’intero Paese. È importante però ricordare che

non si tratta solo di una storia delle ex colonie. È la storia nazionale e siamo tutti coinvolti. Non si tratta solo dell’élite, ma anche degli artigiani che si guadagnavano da vivere come subappaltatori o fornitori, i fabbri o i carpentieri che lavoravano su un molo, o un impiegato che faceva i contratti.

Queste le parole di Eveline Sint Nicolaas, curatrice del Rijksmusem, a BBC Culture.

La storia ha le sue peculiarità. Infatti, all’inizio gli olandesi erano riluttanti nel lasciarsi coinvolgere nel commercio degli schiavi, “un’aberrazione papale” perpetrata da spagnoli e portoghesi. Tutto, però, cambiò per un’istanza di convenienza. Era, infatti, necessario competere sul piano economico e commerciale con il Portogallo. L’unico modo possibile, però, era partecipare alla tratta degli schiavi. Da qui inizia un tentativo di legittimazione della schiavitù tramite l’Antico Testamento.

L’esempio pretestuoso fu la maledizione di Noè verso i discendenti di Ham, destinati alla schiavitù. Certo, non ci sono prove su come Ham si colleghi alle persone nere. Eppure, è sembrato un buon espediente per creare un’idea razzista che potesse affermare il futuro colonialista che stava per nascere.

Cosa si sapeva della schiavitù in Olanda?

Anche se Marten Soolmans, il ricco mercante di Amsterdam ritratto da Rembrandt, comprava il suo zucchero grezzo da un intermediario, poteva non sapere della brutalità del sistema che lo produceva?

La consapevolezza nella Repubblica olandese degli abusi oltreoceano “deve essere studiata di più” dice Valika Smeulders, responsabile per la storia al Rijksmuseum:

Gli olandesi ne parlavano in famiglia. Quelli delle classi più alte che andavano nelle colonie potevano vedere la schiavitù di persona, e gli equipaggi delle navi potevano incontrare la schiavitù da vicino, quindi la gente non era all’oscuro di quello che stava succedendo

Anche perchè se Soolmans e Oopjen fossero stati all’oscuro della brutale realtà della schiavitù nelle colonie, non potevano di certo ignorare gli individui sulla strada per lo studio di Rembrandt che era situato in una zona con la più alta popolazione nera nell’Amsterdam del XVII secolo. Che ci fosse una popolazione nera è probabile che sorprenda molti.

Ufficialmente la schiavitù era illegale e non esisteva nella Repubblica olandese, ma questo non impediva alle persone di comprare persone schiavizzate nelle colonie e di portarle con loro. Del resto un servo dalla pelle scura indicava l’appartenenza a un gruppo di potere “globalizzato”.

D’altra parte, nell’Amsterdam dell’epoca non c’erano restrizioni sul matrimonio interrazziale e i pregiudizi erano meno diffusi tra le classi meno abbienti. Molti ex schiavi sposavano donne bianche, e in parte erano accettati anche se costretti a vivere in una rappresentazione stereotipata del proprio mondo.

Smeulders si chiede quali sarebbero i risultati se si prelevassero oggi campioni di DNA da una vasta fetta di popolazione olandese: probabilmente gli esiti ci lascerebbero a bocca aperta. Ma

quale sarebbe l’effetto sulla società una volta che la gente si rendesse conto di essere personalmente imparentata con entrambi i lati della storia?

La schiavitù e la “vista dalla barca”

Si può quindi affermare che in Olanda esistevano delle comunità nere che vivevano insieme a quelle native europee. Queste però, pur accettate, continuavano a essere fortemente discriminate a causa delle proprie origini.

Questo tipo di società non si configura molto diversamente da quella che lo storico Alex van Stipriaan chiama: “la vista dalla barca”. Con questa definizione van Stipriaan intende un modo di guardare alla propria storia dall’alto, come se non riguardasse anche i cittadini di oggi. Un comportamento simile alla convivenza tra neri e bianchi durante il passato schiavista olandese. Un prototipo di comunità che accetta gli afrodiscendenti e allo stesso tempo li esclude ed eleva i bianchi.

In questo solco si stabilisce anche un’idea molto in voga per cui la schiavitù sarebbe finita unicamente per merito degli abolizionisti europei. Non facendo quasi mai riferimento agli schiavi che hanno resistito e combattuto. Come dice van Stipriaan questo rappresenta l’idea populista per cui: “loro” (i discendenti degli schiavi, ndr) cercano di portare via la “nostra” storia e la “nostra” tolleranza.

Ma, sempre secondo van Stipriaan, la mentalità degli storici e degli olandesi non è più la stessa e le cose stanno lentamente cambiando in meglio. Perché gli atteggiamenti cambino veramente Van Stipriaan crede che la storia della schiavitù e del colonialismo debba essere parte della storia nazionale. Attualmente fa parte di un team che lavora su un Museo Nazionale Olandese della Schiavitù Transatlantica, che crede sarà “un punto di riferimento nei Paesi Bassi”, anche se è improbabile che sia aperto prima del 2030. Una storia ancora tutta da raccontare, anche con l’aiuto di una mostra come “Slavery”.