di Lino Lagosfera

 

Varosha è un quartiere della città di Famagusta, sul lato orientale di Cipro, diventato il simbolo del conflitto tra greco-ciprioti e turco-ciprioti/turchi, un ammasso di macerie, edifici diroccati e di natura selvaggia, che dall’estate del ’74 ha infiammato gli animi (sull’isola) e suscitato la curiosità di molti (lontano dall’isola). Varosha, Maraş per i turchi, è stata riaperta quest’anno, dopo 47 anni, ma non esattamente come i greco-ciprioti avrebbero auspicato: a loro non è stato concesso di tornare a casa mentre l’area è stata trasformata in un macabro museo del disastro vintage, dove è possibile aggirarsi per qualche ora tra gli edifici abbandonati e consumati dal tempo, dove le lancette sono ferme ad agosto del 1974, l’esercito turco conquistò il quartiere e lo sigillò al mondo esterno.

Varosha è da 47 anni un trofeo, catturato nell’ultima fase di avanzata dell’esercito turco sull’isola, poco prima del cessate il fuoco. L’area, storicamente a maggioranza greco-cipriota e con un grande valore simbolico per la comunità greca dell’isola, una volta conquistata venne trasformata dai turchi in un sito militare e l’accesso venne interdetto a tutti fino a quest’anno.

La Turchia e il governo turco-cipriota, con una mossa che ha indignato molti, hanno ignorato le proteste e una recente risoluzione del Consiglio di sicurezza ONU riaprendo l’area e trasformandola in un vero e proprio luna-park, attrezzato con bar, camioncini dei gelati e un punto per affittare le biciclette. E una discesa a mare, dove è possibile sostare e fare il bagno.

La zona aperta al pubblico è solo una piccola parte della fu Varosha, un tempo una località turistico-balneare di fama mondiale ma grande abbastanza da richiedere un’ora di camminata tra insegne di brand che non esistono più e pensioni diroccate. A dispetto delle tante leggende metropolitane, nei negozi e nelle boutique non c’è più nulla da tempo: gli scaffali delle attività commerciali, le case e gli hotel sono stati spogliati degli oggetti di valore durante l’occupazione e se non fosse per le insegne, o per ciò che ne resta, Varosha/Maraş sarebbe niente più che una fila di costruzioni mangiate dal tempo, con serrande sfasciate, vetri infranti e segni dei proiettili ancora visibili.

Nonostante la riapertura parziale, l’asfalto fresco e le transenne leggere -senza avvisi minacciosi- il luogo è ancora un sito militare: la missione di peacekeeping dell’ONU ha una presenza di basso profilo ma lungo il percorso sono ben visibili i soldati turchi che controllano distrattamente cosa fanno i visitatori. Scattare foto, vietatissimo fino a qualche mese fa, è oggi incoraggiato: durante la visita, nel luna-park Varosha, si aggiravano famiglie turche e turisti di varie nazionalità che riempivano le SD card dei telefoni di selfie: sullo sfondo gli spettrali edifici diroccati e quelle insegne corrose dagli anni. Mentre i legittimi proprietari degli immobili, o di ciò che ne resta, attendono ancora di sapere se potranno mai tornarne in possesso.