Tradizionalmente la “propaganda” è uno dei concetti chiave associati ai regimi totalitari. I due termini sono così intrecciati che la maggior parte di noi è convinta che l’uno sia complementare all’altro. Ma la verità è ben diversa e complessa. Non si tratta di reliquie del passato.

Come dimostra l’ascesa dei partiti e dei regimi autoritari eletti nell’era della post-verità, la democrazia è ben lungi dall’essere immune da una sua connotazione propagandistica. Se si parte da qui, molte sono le domande che affiorano. Se la propaganda non è solo uno strumento nelle mani della far-right americana nella Guerra al Terrore e delle destre alternative al conservatorismo, può esistere qualcosa come una “arte di propaganda emancipatrice” che affiora dai movimenti popolari di massa e dalle nuove piattaforme politiche transnazionali? E quale ruolo giocherebbe l’arte nella costruzione di uso sperimentale e innovativo della propaganda che non si limiti a veicolare un messaggio politico ma che contribuisca a plasmare la realtà?

Del tema si è discusso ieri pomeriggio al Department for Contemporary Propaganda Art presso l’Akademie van Kunst di Amsterdam. Il simposio è stato organizzato da Jonas Staal, membro dell’Accademia delle Arti (AvK), artista e autore del volume La propaganda nel XXI secolo (Propaganda Art in the 21st CenturyThe MIT Press, 2019). All’evento hanno partecipato Christoph Chwatal, Maria Hlavajova, Denisse Vega de Santiago, Brigitte van der Sande, Liesbeth Bik, e Yazan Khalili.

Dalle avanguardie storiche all’addestramento militare negli USA attraverso i videogiochi, dalle produzioni artistiche e culturali sviluppate da movimenti di massa come Occupy all’attivismo in favore dei sans-papier e alle lotte di liberazione in Mali e in Siria, la propaganda è ovunque. Non resta che contestualizzarla per studiarne le risorse.

Cosa si intende per “propaganda”?

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Con il termine propaganda ci si riferisce a tutte le informazione che servono per condizionare un pubblico. Spesso vengono trasmesse tramite l’uso di forti immagini accompagnate da scritte, in modo da suscitare emozioni. Fino alla fine del XX secolo i messaggi propagandistici riempiono libri, poster e dipinti. Ma con l’avvento e la diffusione del web è più difficile rendersi conto dell’influenza subita ogni giorno. Le fake news diffuse nei social media sono solo la punta dell’iceberg della propaganda di oggigiorno.

Le prime documentazioni ritrovate sulla propaganda sono datate VI secolo. Molti storici concordano che il testo Behistun sull’ascesa al trono persiano di Dario I sia il primo esempio documentato. Sempre in relazione alla storia antica, sono tutte le fonti che ritraggono le lotte civili nella Roma Antica ( 44-30 aC). Ottaviano e Marco Antonio si incolpano a vicenda, sottolineando l’incompetenza e i vizi dell’altro, cercando di apparire la scelta migliore agli occhi dei cittadini.

Nonostante siano passati secoli dalle diatribe tra Ottaviano e Marco Antonio, continua l’uso della propaganda a discapito dell’avversario politico. L’artista Jonas Staal apre il simposio Propaganda Art in the 21st Century dando nozioni generali sulla propaganda e sulla sua nascita. Staal insiste sul fatto che nonostante la propaganda sia un termine comunemente associato ai regimi nazisti e totalitari, i governi democratici sono tra i primi ad usarla come strumento politico per aumentare la propria popolarità tra i sostenitori. “Affermare e sostenere che una democrazia sia priva di propaganda, è di per sé propaganda.” Staal prende poi come esempio l’uso che il Regno Unito ne fa in concomitanza con la prima guerra mondiale, in modo da garantire lo scambio delle informazioni “giuste” nelle colonie e prevenire rivolte interne. Staal propone anche la dicotomia pubblicizzata dagli Stati Uniti d’America, simbolo della libertà di pensiero, in contrasto con la chiusura culturale dell’URSS. Bastano questi due esempi per rendersi conto che spesso la propaganda come arma politica è in realtà figlia della democrazia.

E ancora oggi, molte democrazie liberali ne fanno largo uso. Spesso nascondendo alle radici interessi economici, ci vengono costantemente proposti una serie di input che condizionano la nostra società e le nostre idee. Ad esempio, il problema del cambiamento climatico garantisce il funzionamento del mercato basato sull’energia alternativa. Oppure spesso si riprende ancora il vecchio preconcetto che i paesi democratici giochino il ruolo dei “buoni” nella nostra società, mentre i regimi autoritari sarebbero i “cattivi”. Bennon, politico e stratega statunitense, si spinge al punto da sostenere che il coronavirus in realtà altro non sia che un’arma creata in laboratorio dalla Cina.

Il “Playbor” nelle multinazionali e nell’arte

Multinazionali come Google e Amazon, invece, sembrano incentrare la loro propaganda sul playbor, come viene chiamato da Denisse Vega De Santiago, architetta di Rotterdam. “Il neologismo è l’unione dei termine “play” e “labor”. Secondo me, il paradosso più grande della nostra società risiede proprio in questa condizione sociale. Non si dovrebbe unire qualcosa di obbligatorio come il lavoro, alla spensieratezza provata nel tempo libero.” Concretamente il playbor è l’utilizzo di vari espedienti tipici di giochi e videogame nell’ambito lavorativo. Come sostiene Denisse Vega de Santiago, “l’uso di punti bonus, livelli, e scivoli negli uffici che servirebbero ad invogliare le persone a lavorare di più è in realtà una strategia di marketing frutto del capitalismo. Dietro ai colori e all’aspetto ludico, si nasconde un politica di stacanovismo e sfruttamento delle persone.” Il playbor esiste ormai da una decina di anni e sembrerebbe che la sua popolarità sia in crescita. Infatti il 90% degli impiegati sostengono di sentirsi più motivati a lavorare se ricompensati con il “livello successivo”.

Di riflesso anche l’arte è cambiata, cercando di adeguarsi a queste nuove strategie di marketing. È molto più interattiva rispetto a qualche decennio fa. Le opere d’arte proposte oggigiorno cercano di rendere più persone possibili partecipi del processo creativo, perdendo il loro valore di oggetto elitario. La maggior parte degli artisti segue questo trend, perdendo la propria originalità iniziale e piegandosi così all’idea generale diffusa.

War Zone Amsterdam (2007-2009)

Brigitte Van Der Sande è una curatrice di mostre che lavora principalmente nei Paesi Bassi. Dagli anni Novanta la sua ricerca si concentra sulla rappresentazione della vita quotidiana in un campo di guerra nell’arte. Durante la sua esposizione al simposio Propaganda Art in the 21st Century, la curatrice ripropone una delle esposizioni per lei più significative. Tra il 2007 e il 2009 Brigitte Van Der Sande organizza un’esposizione alla BAK di Utrecht in cui vengono raccolte varie opere d’arte che raffigurano Amsterdam. La capitale olandese viene proposta in uno scenario molto diverso dal suo solito: la guerra. L’obiettivo è quello di stimolare gli olandesi a riflettere su come sarebbe vivere in Olanda in tempi belligeranti. “Non ci sarebbero più differenze tra noi. Stando tutti sullo stesso piano, siamo spogliati dei nostri privilegi, e dobbiamo modificare completamente il nostro modo di pensare.”

I conflitti che viviamo oggi non provengono più da due posizioni concrete che si scontrano tra loro. Sono invece multidirezionali, e coinvolgono più aspetti e soggetti. Sbagliamo a pensare che la propaganda sia sinonimo di fascismo o di regime autoritario. È un fenomeno che grazie all’aiuto di forti immagini influenza e cambia radicalmente l’immaginario collettivo. Il potere della propaganda è così forte da impedirci di riuscire a disegnare un presente alternativo alla società di oggi. E anche se credessimo nell’illusione che ci creiamo, sarebbe solo un’accozzaglia di vecchie immagini provenienti dal passato che già conosciamo.

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