The Netherlands, an outsider's view.

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ART

La peste nell’allegoria della privazione umana di Theodoor van der Schuer al lazzaretto di Leiden

CoverPic: Theodoor van der Schuer, Allegory of Human Deprivation, signed and dated 1682, oil on canvas, 134.9 x 163.2 cm. Museum De Lakenhal, Leiden (public domain)

di Alice Giacomazzi

Nel 1682 l’apprezzato artista Theodoor Cornelisz van der Schuer (1634-1707) dipinse una tela per la sala riunioni dell’ospedale della peste a Leida. Più che un’immagine raffigurante un ospedale, il dipinto è un’allegoria della dipendenza umana da Dio. Concentrandosi sulla figura della Carità colpita dalla peste, l’allegoria visualizza idee morali che sono state diffuse in un trattato del 1526 scritto da Juan Luis Vives, come ricorda Hanneke van Asperen sul Journal of Historians of Netherlandish Art.

Nel dipinto, la peste diventa un simbolo della privazione umana, e raffigurando la Carità come vittima della peste, van der Schuer proietta l’idea che l’umiltà sia una parte essenziale della carità.

Le immagini della Carità erano onnipresenti, soprattutto nel contesto degli ospedali, dove riflettevano le azioni dei reggenti che donavano il loro tempo ai bisognosi. La cosa più significativa è che, invece di raffigurare la Carità nel modo consueto – come una figura femminile idealizzata che si prende cura degli altri – l’artista ha trasferito le sue caratteristiche al destinatario della cura: una vittima della peste.

Tutti gli elementi – dall’abito rosso acceso della vittima della peste, alla nube oscura e minacciosa nella parte superiore della tela – sottolineano il messaggio che Dio è responsabile delle disgrazie umane ed è l’unica fonte di carità. Il contenuto allegorico ha dato al dipinto una continua rilevanza per il lazzaretto di Leida, costruito per ospitare le vittime della peste in tempi di epidemie, anche se probabilmente non è mai stato usato come tale quando il dipinto è stato installato.

L’idea della peste al tempo di van der Schuer

In primo piano, van der Schuer raffigura una madre e un figlio in grande difficoltà. Con queste due figure strazianti, sembra che van der Schuer riprenda l’idea dello scultore Rombout Verhulst per il fregio in pietra dell’ospedale.

Rombout Verhulst, Allegory of the Plague, signed and dated 1660, stone relief, on the façade of the former plague hospital, now home of the Naturalis Biodiversity Center (public domain)

Mentre la pietra di Verhulst mostra una madre che perde uno dei suoi due figli piccoli a causa della peste, van der Schuer raffigura un bambino che piange per la madre morente. La madre si è ammalata, lasciando il bambino da solo. Per trarre ispirazione, van der Schuer ha consultato immagini ben note della peste.

L’uomo nel letto d’ospedale dietro la figura principale rimanda a un dipinto di Pierre Mignard (1612-1695).

Nel suo dipinto San Carlo Borromeo che assiste i malati di peste, Mignard ha inserito una figura di scorcio che giace in un letto posto ad angolo rispetto allo spettatore. Il malato gira la testa e tende il braccio destro verso il santo.

Van der Schuer ha raffigurato la propria vittima della peste in una posa simile, creando la stessa illusione di profondità in uno spazio affollato. Il letto è posto alla stessa angolazione, e la testa del paziente è avvolta nello stesso panno bianco. Entrambe le figure sono malate, ma il paziente di van der Schuer sembra stare peggio di quello di Mignard. I suoi occhi sono quasi chiusi, e ha una macchia nera sul braccio. L’uomo sta morendo, come dimostra lo sguardo triste sul volto della donna seduta accanto a lui. La donna tiene la testa tra le mani come un gesto di dolore. La malattia è giunta a uno stadio che va oltre l’assistenza immediata, e la donna può solo aspettare l’inevitabile esito. La fase finale della progressione della malattia viene visualizzata direttamente dietro di lei. Un uomo porta via il corpo di una persona deceduta di recente per la sepoltura. L’uomo si muove davanti a un portico che conduce a una zona chiaramente illuminata. Il contrasto nell’illuminazione sottolinea l’importanza di questo piccolo gruppo di figure.

L’iconografia “pestilenziale”

Le tradizioni iconografiche di lunga data confermano che la donna personifica la Carità. L’iconografia della personificazione si è sviluppata nel corso dei secoli ed è stata formalizzata nell’Iconologia scritta dall’autore italiano Cesare Ripa nel 1593.

Ripa descrive in ordine alfabetico come le personificazioni devono essere rappresentate e cosa significano. Nell’Allegoria della privazione umana di van der Schuer, il bambino, il vestito rosso e il petto nudo indicano che questa donna sia la Carità. Il suo vestito rosso acceso contrasta nettamente con i colori scuri e tenui del resto del dipinto. L’Iconologia di Ripa menziona l’abito rosso fiammeggiante come una delle caratteristiche che definiscono la Carità e consiglia di raffigurarla con tre figli, in riferimento alle virtù divine, anche se potrebbe essere raffigurata anche con uno, due o più di tre figli. Infine, ha uno o entrambi i seni esposti, perché l’atto dell’allattamento simboleggia il nutrimento spirituale che deriva dall’amore di Dio.

La progressione in tre fasi della malattia

Van der Schuer sottolinea ulteriormente i limiti dell’intervento umano raffigurando i tre stadi progressivi della malattia, che terminano con la morte. Le due figure che offrono assistenza concentrano l’attenzione sul bambino che piange, il cui braccio sollevato punta verso il volto della donna in rosso. La donna indica il primo stadio della peste. Sul petto della donna, van der Schuer ha aggiunto una sinistra macchia scura. La posizione sul petto indica che non si tratta di un bubbone, o di un rigonfiamento dei linfonodi, che di solito appaiono vicino alle orecchie, nel collo, sotto le ascelle o nell’inguine. In netto contrasto con la sua pelle pallida, la macchia nera sembra indicare un carbonchio ovvero un segno sicuro di morte. 

Lo sguardo della donna si allontana dalle figure in primo piano per raggiungere l’uomo dietro di lei. L’uomo sdraiato in un letto d’ospedale e la donna in lutto accanto a lui sono il secondo gruppo di figure e rappresentano la seconda fase della malattia. Il braccio teso dell’uomo concentra infine l’attenzione sulla terza e ultima scena sullo sfondo, dove un uomo porta il cadavere di una vittima della peste.

Rappresentati su tre piani, le tre vittime visualizzano l’andamento della malattia: la donna in rosso entra in ospedale, l’uomo nel letto d’ospedale muore e infine un cadavere lascia l’ospedale per la sepoltura.

Fornendo un sobrio parallelo a molti trattati di peste, van der Schuer ricorda ai reggenti che l’aiuto che offrono significa poco, perché alla fine la misericordia viene solo da Dio. Illustrando ulteriormente questa idea, la figura della Carità accetta una ciotola di cibo dal ragazzo che viene in suo aiuto; tuttavia, consapevole di doversi affidare principalmente a Dio per l’aiuto, prende la ciotola, ma per il resto lo ignora. Il suo sguardo è rivolto verso l’alto per indicare che sa che Dio fornisce l’unica cura.

La personificazione della Carità, la sua posizione di dipendenza, il suo sguardo verso il cielo, la nube oscura e minacciosa, che indica l’origine divina della malattia, aiutano ad articolare il soggetto principale. Privilegiati o poveri, siamo tutti bisognosi di aiuto, dipendenti dagli altri e da Dio.