The Netherlands, an outsider's view.

The Netherlands, an outsider's view.

ART

La pandemia è stata un’occasione per il mercato nero delle opere d’arte

CoverPic | Author: James Gordon | Source: Wikipedia | License: CC 2.0

Il mercato dell’arte è stato colpito violentemente dalla pandemia. Le gallerie di tutto il mondo hanno registrato una perdita del 72% delle entrate annuali, mentre il 33% ha affermato di non poter sopravvivere alla situazione emergenziale.

Come se ciò non bastasse, alcuni esperti hanno avvertito che lo stesso patrimonio artistico mondiale non è stato “risparmiato” durante la pandemia.

Il progetto Antiquities Trafficking and Heritage Anthropology Research (ATHAR), che monitora la criminalità attiva digitalmente nel traffico di manufatti saccheggiati, ha registrato un incremento nei post dei gruppi di Facebook coinvolti nella compravendita di oggetti saccheggiati provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa negli ultimi mesi. Lo scorso aprile sono stati rubati alcuni oggetti da una moschea vicino a Larache in Marocco e le immagini del furto sono state condivise sui gruppi di trafficanti su Facebook, come scrive Emily Sharpe.

Il piccolo team di ATHAR controlla più di 120 gruppi di Facebook, ognuno dei quali conta da poche centinaia di membri a 300.000 follower. Undici dei 120 gruppi hanno tra i 100.000 e i 300.000 membri e 36 hanno tra i 20.000 e gli 82.000. Il gruppo più grande, con 300.000 followers, pubblica circa 175 post al giorno, la maggior parte dei quali sono orientati verso il crowdsourcing di informazioni sulle migliori aree in cui scavare.

Secondo Katie Paul, co-direttrice del Progetto ATHAR, riconosce che l’aumento di furti e scavi illegali è dovuto alla migliori condizioni atmosferiche primaverili, alla maggiore vulnerabilità dei siti archeologici e dei musei in tempi di crisi e alla necessità di “riciclarsi” da parte di molte persone che hanno perso il proprio lavoro, compresi i lavoratori che normalmente dipendono dall’industria turistica.

Se le ceramiche e le monete sono i manufatti più comuni scambiati nei gruppi, gli stessi canali del mercato nero che si occupano di antichità illecite hanno iniziato  a trafficare anche dispositivi di protezione personale (DPI), tra cui maschere facciali, gel antibatterico e persino kit per il test del Covid-19.

Gli acquirenti attivi in questi gruppi sono raramente gli ultimi anelli della catena, dice Paul. “Rappresentano l’intermediario dell’intermediario, un punto della catena in cui gli oggetti passano da un sito archeologico a una rete in grado di distribuirli”. Spesso gli artefatti vengono spostati dal loro sito originale al confine di un paese o a un importante hub di transito prima di essere spediti in un paese vicino. Istanbul e Amman sono gli snodi di transito più frequentemente citati nelle richieste di risarcimento. Nelle zone di conflitto come la Siria, dove gli spostamenti sono limitati, gli acquirenti spesso aspettano che gli oggetti lascino il Paese.

A maggio dello scorso anno, Facebook ha rimosso 49 gruppi legati al traffico illecito di antichità a seguito di un’indagine della BBC che includeva la ricerca condotta da ATHAR. All’epoca, una portavoce di Facebook ha detto al New York Times che “la società continuava a investire in persone e tecnologia per tenere queste attività lontana da Facebook e incoraggiare gli altri a segnalare qualsiasi che violasse gli standard della piattaforma social, in modo da poter agire rapidamente”, e che il team di 30.000 persone che si occupa dell’applicazione delle politiche dell’azienda aveva introdotto strumenti per rilevare e rimuovere i contenuti che violano la legge o le sue politiche utilizzando l’intelligenza artificiale, l’apprendimento automatico e la visione computerizzata.

Paul afferma inoltre che, mentre ATHAR continua a sostenere politiche più severe per fermare il commercio online di antichità saccheggiate, è fondamentale preservare i dati esistenti perché sono una registrazione della provenienza di questi oggetti, in modo che non possano essere spacciati sul mercato nero come “artefatti orfani”. I post di Facebook che contengono oggetti in situ con data e ora potrebbero essere la chiave per i futuri sforzi di rimpatrio. “Nei casi di Siria, Yemen, Iraq e Libia, questo contenuto ha ancora più importanza: è la prova di crimini di guerra”, dice.

Deborah Lehr, presidentessa e fondatrice di Antiquities Coalition, un’organizzazione che si batte contro il racket culturale, ha comunicato che sul mercato nero dell’arte, l’offerta e la domanda sono in aumento. A causa delle restrizioni non è stato facilmente possibile spostarsi per cui è aumentata anche l’attività delle vendite online. Le spedizioni, però, lasciano una traccia, e ciò può rendere più facile per le forze dell’ordine e tracciare e catturare i ladri di opere d’arte.

I saccheggiatori hanno sfruttato il lockdown non solo per predare antichi manufatti dalle rovine archeologiche. I ladri di opere d’arte hanno infatti preso di mira i capolavori nei musei metropolitani, attualmente chiusi.

Il 30 marzo, infatti, dei ladri hanno rubato il “Giardino di primavera” di Van Gogh dal museo olandese di Singer Laren, ma probabilmente ci sono altri casi di furti che non vengono denunciati per mancanza di personale. Molto spesso, la scelta di ripiegare sui saccheggi dipende dalle difficoltà finanziarie. Molte persone hanno iniziato a cercare opere d’arte da rivendere per ottenere un aiuto economico a causa della pandemia. Esiste un precedente storico che spiega ciò: in Egitto i dati satellitari hanno registrato un aumento dei saccheggi sia durante la crisi finanziaria del 2008 che dopo la primavera araba del 2011-2013.

La riuscita o meno dei racket culturali in questo mondo post-Coronavirus dipenderà dal modo in cui governi, forze dell’ordine, musei affronteranno queste nuove sfide. Tuttavia, è fondamentale che in questi tempi difficili i collezionisti, i rivenditori, le gallerie, le case d’aste e i musei restino vigili.