The Netherlands, an outsider's view.

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“La morte di Murat Idrissi”: il dramma di un migrante raccontato da Wieringa

CoverPic: Flickr

di Adalia Longo

“…Qui è più facile trovare nella rete il cadavere di un uomo che un pesce…”

In questa frase è racchiusa l’essenza di La morte di Murat Idrissi (De dood van Murat Idrissi), scritto da Tommy Wieringa nel 2007 e tradotto in italiano da Iperborea.

Di qua la Spagna, di là il Marocco. Di là l’Europa, di qua l’Africa.

La storia narrata è abbastanza semplice. Due ragazze Ilham e Thouraya di origini marocchine, nate e cresciute in Olanda, sono figlie dei due regni, quello del Marocco e quello dei Paesi Bassi, ma in entrambi gli Stati sono straniere. Straniere nel paese dove sono nate e cresciute, straniere nel paese d’origine. Straniere nella loro famiglia patriarcale che impone regole che stonano con la vita olandese. Decidono di noleggiare una macchina a Rotterdam e partire alla volta del Marocco. Lungo la via incontrano un uomo di nome Saleh, non il tipo di persona che ti cambia la vita in meglio. Saleh convince le ragazze a nascondere nel loro bagagliaio un ragazzo di nome Murat.

Il ragazzo avrebbe viaggiato con loro seduto sul sedile posteriore per poi spostarsi nel bagagliaio durante la traversata dello stretto. Quando il traghetto attracca in Spagna, Ilham e Thouraya si accorgono che Murat è morto soffocato.

Saleh scappa e lascia le ragazze sole. Sole con un cadavere, con i sogni di Murat, le sue paure, speranze, malinconie e ricordi. Sole con il cadavere di un ragazzo mandato nell’altro continente per cambiare vita, la sua e quella della sua famiglia che ha riposto in lui il proprio riscatto.

Le cose non vanno come previsto. Quando cerca di convincere le due ragazze, specialmente la restia Ilham, Saleh chiede a Murat di entrare nel bagagliaio della  macchina, un metodo che tutti usano per scappare da una condizione di infinita povertà. Murat si rannicchia come se fosse nel grembo della madre. Ma chi sa come si possa sentire una madre, qualsiasi madre a lasciare andare il proprio figlio verso l’ignoto, a investirlo di tutte le speranze con la paura che possa anche andare male.

Appena uscite dal traghetto Ilham e Thouraya vivono momenti di sconforto, paura e rimpianti. Capiscono che ormai la loro vita non potrà essere più come prima. Il cadavere nel loro bagagliaio piano piano diventa solo un odore nauseante e decidono di sbarazzarsene senza neanche dedicargli una preghiera. Lo abbandonano su di un’assolata strada spagnola.

Così muore Murat Idrissi. A differenza di molti, però, ha un nome e un cognome.

Ma quanti sono i morti senza nome che perdono la vita in quel tratto – o in qualsiasi altro – di mare? Quante sono le persone che partono, con una valigia, un sacchetto, con le tasche piene di paure e speranze e si ritrovano a morire in mare diventando solo odore nauseabondo? Quante persone devono ancora nascondersi nei bagagliai per cercare un mondo migliore o morire nei naufragi di barche cariche di storie. Quanti corpi devono accogliere le rive delle spiagge? 

Wieringa ci racconta del nostro essere migranti. Tutti abbiamo voluto osare, tutti noi viviamo in un posto che non è il nostro, tutti noi non ci sentiamo a casa qui, non ci sentiamo a casa lì. Questo dovrebbe renderci consapevoli, presenti, non indifferenti e invece chiudiamo gli occhi e andiamo avanti. Ma chi decide che il mio passaporto sia migliore del tuo? Chi decide che il tuo paese sia migliore del mio?

La scrittura di Wieringa è attuale, ti taglia l’anima in mille pezzetti, ti lascia l’amaro in bocca, ti senti solo e sperduto forse a vegliare Murat su quelle strade calde della Spagna.