di Francesca Spanò e Paolo Rosi

 

In fatto di gelato, Italia e Olanda vantano una relazione oramai centennale che racconta storie d’emigrazione e immigrazione. Risalgono infatti agli anni ’20 del Novecento i primi gelatai che, spesso con carretti ambulanti, partivano dallo stivale per raggiungere Austria, Germania e nord Europa, Paesi Bassi compresi.

Molti artigiani si spostarono in seguito alla Prima Guerra Mondiale, esportando una tradizione ancora ignota a chi, in Olanda, si limitava a produrre gelato bianco. I filoni principali erano due: uno proveniente dal Veneto, culla della gelateria italiana, e l’altro proveniente dalla Toscana.

Risale così al 1928, nella città di Utrecht, l’apertura del primo “ijssaloon” d’Olanda proprio da parte di un migrante veneto, mentre diversa è la situazione per la parte di matrice toscana: i gelatai toscani, di cui a Eindhoven si trovano ancora le testimonianze, arrivarono infatti al nord originariamente come “figuratisti” (fabbricanti di statuine di gesso) e negli anni della Grande Crisi si videro costretti a cambiare mestiere.

Ma le migrazioni, si sa, non sono mai storie a rose e fiori. I gelatai autoctoni, a partire dagli anni ’30, cominciarono a non digerire la concorrenza dei colleghi italiani. Sotto lo slogan “prima il nostro popolo”, come ricordano Jos van Lans ed Herman Vuijsje in una recente pubblicazione, si formò la Fondazione Olandese dei Gelatai per contrastare gli italiani; e l’organizzazione lanciò addirittura una petizione per estromettere dal mercato gli immigrati.

Certo erano altri tempi, di dazi e protezionismi. E  i “clandestini”, allora, eravamo noi.