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La “jihad” di Ismaël Saidi : “La radicalizzazione non si combatte con la violenza. Ma con l’educazione”

L'autore racconta l'opera teatrale "Djihad", strettamente legata agli attacchi terroristici in Europa



di Laura Ballerini

 

Ismaël Saidi, di origine marocchina ma nato e cresciuto a Bruxelles, è l’autore di un’opera teatrale considerata profetica: “Djihad”, storia di tre ragazzi belgi, di religione musulmana, che decidono di partire per la Siria, è stata resentata per la prima volta nel 2014, prima degli attacchi al giornale satirico Charlie Hebdo e l’inizio della “foreign fighters fobia”. Lo scopo di quel viaggio era combattere la guerra santa per ritrovare la loro identità, persa nel ghetto di Bruxelles dove sono cresciuti.

Nel 2014, però, nessun teatro sembrava interessato a rappresentare un’opera teatrale con un titolo simile. Il pericolo della Jihad sembrava ancora lontano. Disperato, Saidi decise di lanciare il suo spettacolo in un teatro sconosciuto, con pochissimi spettatori presenti e quasi nessun incasso. Allora non poteva sapere che che la fortuna della sua opera sarebbe stata indissolubilmente legata agli attacchi terroristici che hanno paralizzato l’Europa, iniziati appena tre settimane dopo la premiere. Ad oggi, “l’opera è stata rappresentata in lingua francese per più di mezzo milione di persone e riprodotta in Olanda, Italia, Marocco e Giappone”, dichiara l’autore. Inoltre, data la sua enorme influenza e rilevanza educativa, numerose scuole in Belgio e in Francia hanno inserito l’opera di Saidi nel loro curriculum scolastico. 

Ma da dove nasce l’idea di “Djihad”? “Questo spettacolo è la storia della vita che, fortunatamente, non ho mai vissuto”, racconta lo scrittore. “Quindici anni fa, infatti, avevo pensato di partire per combattere al fianco dei talebani in Afghanistan ma poi ho cambiato idea”. E questo provvidenziale cambio di rotta è stato, a detta di Saidi, solo il risultato della casualità. “Ho incontrato le persone giuste al momento giusto e la pazienza ha vinto sull’insoddisfazione e la frustrazione. Molti, nati nel mio stesso distretto, lo stesso anche dei protagonisti del mio spettacolo, non sono stati altrettanto fortunati”.

Il problema della radicalizzazione è il filo conduttore dell’intera opera e si concretizza nelle parole finali di uno dei protagonisti: “Non mi tratterranno mai come se fossi uno di loro. Nemmeno tra 50 generazioni!”. Il riferimento è alla società belga in cui i tre protagonisti sono cresciuti come estranei. “La creazione di ghetti, fisici e mentali, è alla radice del problema della radicalizzazione. I ghetti fisici sono creati dalla società, escludono le persone e alimentano il rancore, ma si può sempre scappare. I ghetti mentali invece, costruiti dalla religione, impiantano nella mente della gente l’idea che siamo diversi“. Si spiega meglio l’autore:”Se ti viene insegnato fin da quando sei piccolo che mangiare il maiale vuol dire andare all’inferno, come potrai poi apprezzare la vita tra persone che consumano maiale regolarmente?”.

Ma, secondo Saidi, l’approccio di gran parte dei paesi occidentali al problema dei ghetti e della radicalizzazione è completamente sbagliato. Facendo riferimento ad un’antica equazione introdotta da Averroè, l’autore spiega che dall’ignoranza nasce la paura, dalla paura l’odio, dall’odio la violenza. “I politici al giorno d’oggi stanno cercando di risolvere l’equazione partendo dalla fine e combattendo la violenza con la violenza. Ma è dall’ignoranza che bisognerebbe cominciare; solo così si può pensare di abbattere le barriere che dividono e frantumano la nostra società”. A detta dell’autore la parola chiave non è integrazione o assimilazione, ma “evoluzione”. “Viviamo in un mondo in continuo cambiamento in cui anche culture, valori, identità si stanno trasformando. I migranti musulmani dovrebbero smettere di temere questa evoluzione, aggrappandosi ad una religione antiquata”.

“Jihad significa semplicemente combattere, combattere per un mondo migliore”, esordisce uno dei protagonisti alla fine del prologo. E forse, se a “profeti” come Saidi fosse dato più spazio, questo “mondo migliore” non sembrerebbe poi così distante. 






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